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Mercoledì 16 Gennaio 2018

Talkin' 10639 - gebianchi

Dunque dunque, sentendomi chiamato in causa dalle articolate e circostanziate riflessioni dell’esimio Miscio, non posso che replicare cercando di sgombrare il campo da alcuni fraintendimenti che a mio avviso inficiano le sue pur stimolanti riflessioni.

La prima; sostenere che (cito testualmente) “a cancellare la cultura popolare tanto amata dagli etnologi marxisti siano stati i progressi sociali delle classi subalterne”, mi pare affermazione assolutamente azzardata e decontestualizzata. Soprattutto, la ricerca antropologica marxista, quella italiana in particolare, da De Martino a Lombardi Satriani, da Lanternari al compianto Furio Jesi, direi che ha sempre considerato in misura estremamente marginale il ruolo della canzone nella sua duplice valenza, estetica e politica, concentrandosi piuttosto sulle dinamiche comportamentali connesse alla fonetica delle filastrocche popolari, o alle pratiche cultuali (non culturali) connesse alla canzone popolari nella sua forma e valenza di strumento tecnico in uso a gruppi circostanziati e funzionale a quelle che sono le dinamiche del rito (Vedi il noto Morte e Pianto rituale del De Martino). Oltretutto la distinzione tra canzone politica e canzone folclorica, del tutto inesistente nelle analisi crociane e solo parzialmente in quelle gramsciane, si basa su fattori puramente aleatori e decisamente non classificabili, stante le notevoli contaminazioni tra i due generi e soprattutto stante il fatto che storicamente, la canzone politica cominciò ad affermarsi solo nel momento in cui una classe sociale quale il proletariato urbano comincio’ a manifestare una precisa coscienza politica. Gramsci sosteneva che con la canzone popolare “Rafforziamo la nostra coscienza coi ricordi, con l’immergere il nostro spirito nel fiume della nostra tradizione, della nostra storia”, ed era pero’ sedotto dal canto politico che in quegli anni cominciava a muovere i suoi passi come riadattamento di canzoni di moda allora in voga il che rappresentava secondo Gramsci un chiaro esempio di contrapposizione tra il piano ufficiale e il piano non ufficiale, ossia tra l’egemoico ed il subalterno.

Una seconda obiezione riguarda la generalizzazione globalizzatrice che Miscio propone, includente dalla Hard Rain dylaniana al Bella Ciao delle mondariso vercellesi, il che rischia di semplificare eccessivamente un percorso di ricerca che è peculiare e differente da paese a paese, anzi da regione a regione, da zona a zona. Fermo restando che Hattie Carroll, a mio avviso, al di là della rivereberante luce universale che promana, rimane un pezzo fortemente politico o politicizzato, (direi più politico di così si muore!)…., e lo sottolineo perché Dylan fotografa in maniera impietosamente realistica un fatto di cronaca di cui fornisce nomi e cognomi senza metafore e giri di parole con riferimenti precisi ai politicanti del Maryland dell’epoca catapultandoci nello squallore razzista dell’america anni 50-60, e altrettanto politiche sono canzoni come Emmett Till o North country blues, tanto per citare, il punto non è capire se queste canzoni raggiungano o meno vette esteticamente o artisticamente elevate o meno. Non è questo il loro scopo, la loro funzione. Come già scrissi tempo addietro, una canzone, per sua natura presenta una necessaria e intrinseca banalità compositiva (sarebbe troppo lungo in questa sede spiegarne il motivo) che la allontana necessariamente dalle vette della grandiosità estetica. Il punto è che il canto politico o sociale non cerca questo riconoscimento, questa aulica patente di superiorità o di universalità, si accontenta della sua funzione sociale e di denuncia, mentre la canzone popolare tenta e chiede sovente, un accreditamento ufficiale nel pantheoon dell’arte con la A maiuscola. La polemica di Mac Coll è peraltro e pertanto stucchevole e irricevibile, dettata forse da malcelata invidia, di fatto quelle canzoni che parlavano di guerra e di masters of war o mettevano in campo i tormenti di Piero che tentenna con il moschetto in mano davanti al nemico finendo ammazzato dal nemico stesso, rappresentarono per quell’epoca un supporto importante ed una colonna sonora essenziale alla presa di coscienza di una generazione che di li’ a poco avrebbe nel bene o nel male animato una rivolta che, quanto meno sul piano sociale (chiedere a Sartre, Russell, Althusser, Focault etc etc….. per conferme) avrebbe avuto importanti riflessi sulle scelte individuali e persino sulla quotidianità. Le riflessioni di milioni di giovani su temi come l’obiezione di coscienza o sull’antimilitarismo diffuso è innegabile che dal pacifismo espresso da questi testi ricevettero un impulso significativo ed è assolutamente falso sostenere come fa Mc Coll che questo tipo di canto antimilitarista sia sempre esistito, per lo meno nella sua accezione politica. Basterebbe ricordare ad esempio una Re Gilardino, la ben nota ballata medievale (ma ce ne sono a bizzeffe di simili che partono dal medioevo e giungono sino ai primi del novecento) che narra del povero re morto in guerra e del lamento della sua sposa, canzone che non può ovviamente tener conto delle dinamiche sociali messe in campo dal marxismo (e non solo da quello) laddove questo individua nella guerra, la lotta costante tra classi sociali, tra potenti e poveracci, tra sfruttati e sfruttatori (analisi peraltro applicabile ad ogni tipo di guerra come sottolinea Claudio Pavone nel bel saggio Una guerra civile, utilizzando gli stessi strumenti anche nella sua monumentale storia della guerra di Liberazione e della resistenza partigiana).

In Italia, in particolar modo, la comparazione tra canto politico e canto folclorico segue logiche molto peculiari, e oltretutto è enormemente influenzata (particolare che Miscio sembra dimenticare) dal passaggio storico da una lingua dialettale diffusissima fino alla fine dell’ottocento all’italiano come lingua che con l’unità d’Italia tende timidamente ad espandersi coinvolgendo autori e cantastorie di paese che, per superare l’ostacolo dell’idioma zonale, cominciano a comporre versi in italiano. Peraltro molto spesso la canzone dialettale stessa vive contaminazioni linguistiche dettate da ponti di collegamento geografico dovute a motivi commerciali ed economici che plasmano l’idioma dialettale utilizzato nella composizione delle canzoni. Mi spiego meglio. Se, ad esempio in quel di Pavia o Alessandria, o Genova, o Milano si parlava un dialetto locale molto specifico, le canzoni composte in tutto questo territorio, sorta di koine geografica, erano invece scritte con in un idioma complesso, omnicomprensivo, direi una vera contaminazione culturale tesa a consentirne una diffusione massima in un ambito geografico tanto coinvolto da interessi anche economici comuni, tanto che le canzoni diventavano una sorta di esperanto universalmente diffuso in quello specifico territorio del tutto indipendente dai limiti imposti dalle divisioni cartografiche ufficiali. Gruppi come La ciapa rousa di Maurizio Martinotti o i Baraban di Aurelio Citelli hanno lavorato molto su queste contaminazioni, operando soprattutto in zone specifiche del Nord Italia, scoprendo interessanti stili e topos culturali comuni che spaziano dall’occitano al ligure passando per il lombardo e il piemontese. La canzone politica italiana, di fatto, nasce con il canto anarchico composto in italiano, con Pietro Gori e suoi anarchici scacciati senza colpa dall’Elvetico governo che schiavo d’altrui si rende, o dal lamento per la morte di Sante Caserio o per gli uccisi dal piombo fatal del “feroce monarchico Bava” (canzone sulla cui falsariga verrà scritto nel 1969, l’apocrifa ballata del Pinelli). I testi anarchici possono apparire datati, ingenui nella loro roboante ed aulica retorica, ma è indubitabile che, al pari dei loro coevi testi francesi posseggano una dignità assolutamente vigorosa, influenzando i bellissimi versi di quelle canzoni per nulla patriottarde che, pochi anni dopo, anziche’ inneggiare a Piavi mormoranti il 24 maggio, (e anche qui si tratta di canto politico), condannavano i Savoia in fuoco e mitragliatrici (“Fuoco e mitragliatrici/lo senti il cannone che spara/per conquistar la trincea/Savoia! Si va), o sbeffeggiavano Cadorna (E il general Cadorna l’è un figlio di puttana) oppure condannavano nella nota “Gorizia tu sei maledetta“, gli ufficiali che “se ne stanno sui letti di lana” mentre “qui si crepa gridando assassini, maledetti sarete un di’".

Furono i Cantacronache, a metà anni 50 a riscoprire questo patrimonio culturale, di fatto boicottato a lungo da un sistema che cantava di casette in Canadà, e a quell’esperienza, sfociata poi nel Bella Ciao del 1961, aderirono intellettuali dell’area torinese di gran vaglia e prestigio; da Umberto Eco a Italo Calvino (Dove vola l’avvoltoio), da Fausto Amodei (Per i morti di Reggio Emilia) a Sergio Liberovici, da Margherita Galante Garrone a Michele Straniero. Quel canto politico può apparire oggi tremendamente datato, superato, ma ragionando allora secondo i parametri dell’anacronisticità dovremmo allora buttare a bagno tutta la produzione artistica rinascimentale, dal Beato Angelico a Masaccio, da Piero della Francesca a Botticelli, tremendamente datati con le loro pale d’altare e i loro supplizi di San Sebastiano!!!

Infine un’ultima obiezione di metodo; stabilire secondo parametri aristotelici una partizione così netta tra canto politico e canzone popolare, è decisamente arbitrario; Miscio, con astuzia argomentativa….. cita l’esecrabile Pete Seeger, dimenticando che compagno di merende di questo grande interprete della folk song americana fu un certo Woody Guthrie le cui "Dust Bowl ballads" rappresentano ancora un vertice assoluto della folk-protest-political song americana. Val la pena ricordare peraltro che questo maledetto comunista, fu anche autore di splendide fiabe per bambini.

Un saluto a tutti i Farmers, Giuseppe Enrico Bianchi


Complimenti professore! Le sue argomentazioni brillantemente motivate sono impegnative da seguire sul piano della completa comprensione (bisognerebbe conoscere a fondo la storia delle canzoni di guerra e quelle folcloristiche, di come e dove sono nate e perchè. A volte succede come la storia del famosissimo "Adagio di Albinoni" che di Albinoni non ha nemmeno l'ombra. L'Adagio in sol minore (Mi 26), noto anche con la denominazione errata "Adagio di Albinoni", è una composizione musicale realizzata e pubblicata nel 1958 dal musicologo Remo Giazotto. Giazotto dichiarò di aver "ricostruito" il presunto Adagio sulla base di una serie di frammenti di Tomaso Albinoni che sarebbero stati ritrovati tra le macerie della biblioteca di Stato di Dresda – l'unica biblioteca a possedere partiture autografe albinoniane – in seguito al bombardamento della città avvenuto durante la seconda guerra mondiale. I frammenti sarebbero stati parte di un movimento lento di sonata (o di concerto) in sol minore per archi e organo, di cui purtroppo mai si sono avute certezze concrete. In verità, a partire dal 1998, anno della morte di Remo Giazotto, l'Adagio si è rivelato un lavoro interamente originale di Giazotto, giacché nessun frammento di notazione è stato trovato in possesso della Biblioteca Nazionale Sassone. Altro esempio può essere quello del celeberimo "Bolero" di Ravel che nella sua forma originale era di una noia mortale a causa della lentezza del tempo che non permetteva al pezzo di decollare, dovette attendere il genio di Arturo Toscanini che ne raddoppiò la velocità facendolo diventare un successo a livello mondiale. Queste storie, note a pochissimi, servono a dimostrare che il proverbio "Non è tutto oro quello che luccica" è dannatamente vero, ed anche noi a volte ci lasciamo suggestionare da parole e sentimenti, come succede nel caso delle più famose poesie e delle più famose canzoni. A volte una poesia o una canzone rappresentano, o hanno rappresentato, un momento importante o di svolta che ha segnato o cambiato la nostra vita e che ci ha fatto immedesimare come se fossimo noi i veri soggetti di quelle storie. Nascono così e si tramandano nel tempo i miti di uomini normali che assurgono a stato di mito o leggenda perche le loro poesie o le loro canzoni, specialmente dopo l'avvento della radio, hanno avuto la possibilità di avere una diffusione mondiale e di essere ascoltate o lette da milioni di persone. Se parliamo di poesie come possiamo ignorare la profonda tristezza ed il profondo amore per la vita del pessimista Giacomo Leopardi che ci fa naufragar con lui nel mare dell'immensità del suo pensiero. Ma Leopardi è solo un esempio tra tutti quelli che hanno scritto parole immortali, un esempio fra i più noti, senza nulla togliere a Manzoni, Carducci, Pascoli e all' immenso genio di Dante. Lo stesso discorso è valido nel mondo della canzone, alcuni parolieri hanno scritto versi che tutti conoscono a memoria meglio delle liriche dei grandi poeti passati. Come non andare con la mente a Mogol che ha fatto diventare celebre la musica di Battisti che è diventata la colonna sonora della vita di moltissimi italiani, Mogol che tira il gruppo di altri cantastorie di importanza nazionale come De Andrè, De Gregori, Bubola e Guccini. Stesso discorso per John Lennon, Paul McCartney, George Harrison, David Bowie, Roger Waters, Freddy Mercury fino al più grande di tutti, cioè il nostro Bob Dylan. Ognuno di noi ha nel suo animo e nella sua mente "la canzone" alla quale è attaccato in modo viscerale, e tutti gli artisti che sono stati citati, ognuno con la sua grandezza ed importanza, ci hanno lasciato qualcosa che noi non dimenticheremo e che sarà perpetuato da quelli che verranno dopo di noi. Sembrano cose da vecchi nostalgici, ma sono cose reali con una grande importanza, forse molto personali ma comprensibili da tutti e soprattutto sostenute da valide ragioni sociali e culturali. Credo che nessuno di noi sarebbe capace di naufragar nel mare di Facebook o di Twitter, grandissime intuizioni rese possibili dalla tecnologia ma usate con la peggiore delle banalità umane, e forse anche questa è la chiave del loro succeso. Perlomeno su queste pagine è impossibile leggere sciocchezze del genere, forse a volte calchiamo un pò la mano nel cercare di sostenere le nostre opinioni con parole ed esempi non facili da comprendere, ma almeno c'è sempre qualcosa da imparare, e questo mi sembra altamente positivo. La ringrazio per la sua bellissima dissertazione e la saluto col massimo rispetto, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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Lunedì 14 Gennaio 2018

Talkin' 10638 - cerutti.andrea70

Carissimo Mr.Tambourine,
grazie per il riassunto dei travagli di Street Legal, informazioni sempre preziose. Oggi ho pensato brevemente a "No time to think" che esprime chiaramente una empasse sulla direzione da prendere, che porterà alla trilogia cristiana come via di sbocco (non direi di fuga). La canzone pone in luce come ogni via filosofica, sessuale, ogni speculazione di pensiero abbia il suo limite, la sua noia, le sue domande senza risposta, con l'aggravante dell' assenza di tempo, di poter ragionare. Una impossibilità contingente, ma anche assoluta. È una canzone in cui chiunque può ritrovarsi, sarebbe anzi doveroso ritrovarsi: le grandi certezze teoriche mal si sposano con le donne e gli uomini di valore.
Oggi stavo ascoltando It's Alright, Ma (I'm Only Bleeding). L' ho sviscerata un po' tutta in questi ultimi anni con l'aiuto anche delle note di Alessandro Carrera, la trovo una ballata\canzone sublime. A me piace nella versione di "Before the Flood" alla Los Angeles Arena. Mi fa venire i brividi quando la ascolto è sempre come la prima volta. Mette sotto la lente i primi anni del consumismo idiota, c'è la chiamata alle armi per il Vietnam, la creazione pubblicitaria dell'uomo che può diventare supereore, riuscire in quel che si vuole. Una straorinaria panoramica degli States di allora che rimane eterna, una ballata viva ancor oggi, viva oggi più che mai nelle nostre strade, "America di terza mano) come defini' bene le nostre strade Francesco Guccini.
Quell'aria da fine dei tempi che cala subito sulla scena della canzone, tu che puoi vincere quello che non è stato mai vinto, l'America retorica e puritana, guerrafondaia, dove alla fin fine è tutto futile. Ne fa da contraltare chi canta e fa capire che poi nella vita di tutti i giorni non è proprio così tutto scintillante e facile come i luoghi comuni vorrebbero fare intendere. Una canzone esistenziale e sociale dove ancora una volta la critica e contestazione non arriva per via politica, ma per via trascendentale, biblica per essere sintetici.
Quando termina la canzone pare che la Los Angeles Arena debba crollare da un momento all'altro tanta è stata forte la tensione del pezzo, tanto sono forti gli applausi. Strepitoso!
Non posso che salutare e tornare in cantina.
Ciao!!! Johnny in the basement.

Ciao Johnny, permettimi di complimentarmi con te perchè mi sembra che le tue osservazioni abbiano centrato il bersaglio. Le problematiche di Street legal si possono ricondurre a qualcosa che mette la parola fine ad una meravigliosa storia d'amore, la storia di Dylan e Sara, a completamento di tutto un discorso ch’era cominciato con Blood on the Tracks ed era proseguito per diversi anni, con Desire, Hard Rain e col film Renaldo & Clara. In questo senso Street Legal chiude il discorso sulla “fine dell’amore” , ma si pone anche come il seguito di Blonde on Blonde, per il suo cinico e antiromantico indagare sulla possibilità di un autentico rapporto uomo-donna, e in questo caso già il fatto di aver utilizzato come titolo un’espressione slang è indicativo.
Il linguaggio di Dylan in questo disco è quello di un visionario come non lo si vedeva da anni, metafisicamente sospeso sulle verità della vita con lucida follia. Lo accomuna però nella scelta musicale un persistente richiamo alla black music del momento. Infatti il disco è ricco di venature blues e soul, arricchito dell’apporto di fiati e cori in gran quantità. Questo certo per una esigenza personale, nell’ambizione di conquistare come artisti, dei territori fino ad allora inesplorati. Ma anche forse il semplice tentativo di mantenersi al passo coi tempi, di non lasciarsi superare da un mercato discografico, che già lo stava additando come un eroe superato dalle mode dopo il massacro della critica e dei giornali in seguito al fiasco di Renaldo & Clara.
Due temi base si affrontano in quest'opera, e sono i soliti: il caos, l'incomprensibilità delle cose e l'amore, ma l'ottica sta cambiando. Dylan ripensa ai sedici anni della sua attività in termini elusivi, sfuggenti, pensa alla possibilità di un «cambio della guardia» (Changing of the Guards) ma non si spiega, o non vuole spiegarsi chiaramente. Solo su una cosa è chiaro, e cioè che niente è chiaro, niente può essere detto nè deciso. No time to think è una testimonianza di totale impotenza interpretativa: le ideologie e le scelte possibili si affollano senza ordine e senza gerarchia, e scegliere è totalmente arbitrario a meno che, come nella vecchia I shall be Released, la verità non venga dall'esterno. Dall'amore non c'è più da aspettarsi molto. Da questo punto di vista Street-Legal è l'album meno sentimentale di Dylan. L' amore vi ha preso una consistenza tutta prosaica. In Is Your Love In Vain? Dylan chiede senza mezzi termini alla donna se sa cucinare e badare alla casa, perchè la loro vita sarà fatta anche di quello. Le canzoni più generiche, che qui più che altrove sembrano messe apposta per riempire un album che sarebbe completo anche con tre brani in meno, sono anch' esse prive di drammaticità e di sentimentalismo: sono delle semplici schermaglie tra fidanzati. Solo in Senor la donna torna a farsi inquietante, ma non è la sua presenza bensì la sua assenza, che rende intollerabile l'attesa al protagonista, in un luogo che per lui è straniero. Dylan sembra così aver completamente esaurito tutte le sue tematiche: finite tutte le utopie, da quelle sociali a quelle personali, finita la possibilità di trasformare l'accettazione del caos in forza positiva, in rinnovamento vitale. Ma il disco rappresenta solo un momento dell'evoluzione dylaniana, dell'artista che in seguito cambierà molte altre pelli, l'artista che ogni volta rinasce dopo essersi sentito morto, proprio come la Fenice, post fata resurgo / dopo la morte torno ad alzarmi, che è il motto del mitico uccello. Come diceva Goethe "Le nostre passioni sono vere e proprie fenici. Come la vecchia è bruciata, subito la nuova esce dalle ceneri". Lo diceva anche Metastasio "La fede degli amanti è come l’Araba Fenice, che vi sia ciascun lo dice, ove sia nessun lo sa". Dylan si è rigenerato così tante volte che la sua immagine può essere tranquillamente accostata e fusa con quella della Fenice, in fondo anche Bob è diventato una cosa mitologica! Alla prossima uscita dalla cantina, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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Talkin' 10637 - dinve56

Oggetto: Clydie King

Grazie degli ulteriori approfondimenti su "Street Legal". Ho apprezzato molto anche le spiegazioni linguistiche sul significato del titolo... qui, su ogni album di Dylan, si può scrivere un trattato! Voglio esprimere un mio commosso pensiero a Clydie King che ha lasciato questo mondo. I video di "Trouble no more" che ho avuto occasione di vedere mi hanno mostrato un artista accattivante e quelli in cui canta con Bob mi hanno reso evidente che tra loro c'era un legame umano e professionale intenso e bello, confermato dalle parole che Dylan ha reso alla rivista "Rolling Stone" il 10 gennaio :" She was my ultimate singing partner. No one ever came close. We were two soulmates". Che sia lei ad aver ispirato "Precious Angel" e "Covenant Woman"? Alla prossima. Lunga Vita! Carla

E' molto probabile che Clydie sia stata l'ispirazione per queste due canzoni, fra loro c'era complicità ed amore, qualcuno parlò anche di un figlio, d'altronde la sterzata violenta di Dylan doveva avere una motivazione che ne spiegasse almeno la ragione. Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Sabato 12 Gennaio 2018

Talkin' 10636 - miscio.tux

Mr. Tambourine,
sì, sono ancora Miscio. Non mi maledicano i Farmers, se abuso di Maggie’s Farm, ma in questi solitari giorni di festa ho provato nostalgia. Mi scuso per i toni incivili del mio ultimo messaggio, ma, modestia a parte, devo dire che la mia mail era proprio bella e, rileggendola, mi ha veramente fatto ridere; soprattutto la battuta gnoseologica, ma anche l’articolo di Aranzulla, l’insidia e la locanda. Sì, sì: davvero molto ridere, anche più degli interventi del sopravvalutatissimo Sir Eglamore che a volte, diciamolo, risulta proprio noioso e indigesto.
Mi sono un po’ perso nel groviglio delle mail apocrife, ma immagino che Eglamore sia ancora sdegnato per il plagio subito, oltre che per la nostra abissale ignoranza folclorica e per la cena mancata, pertanto provo io a rispondere al prof. Bianchi.

Credo che Eglamore abbia molto apprezzato la citazione di Croce, delle cui parole ha probabilmente qualche sfocato e mitico ricordo liceale che sicuramente, malgrado l’entusiasmo iniziale, non si è mai preso la briga di approfondire. Per il resto, se lo conosco bene, immagino sia piuttosto scettico. A parte il "potlach" dei baffuti e oceanici mangiatori di salmone (un indiano coi baffi è una vera aberrazione), popolazioni barbariche, appiedate e sterminabili, che per lui sicuramente stanno ai Sioux e agli Cheyenne come i Frigi stavano agli Ateniesi, credo che le sue perplessità maggiori vertano sulla questione dell’impegno politico nel folk.
Io temo che il solo pronunciare l’aggettivo “politico” causi a Eglamore crisi di tremito e di sudatio ansiosa, tanto che più verde dell’erba mi diventa. Per lui quello dell’impegno politico è un bacio avvelenato, qualsiasi prodotto artistico che, per ingenuità del suo creatore, venga a contatto con la contemporaneità nasce morto. Questo almeno è ciò che probabilmente pensa Eglamore. Dylan, anche nei momenti a maggior rischio di contagio (il 1963), con grande lucidità ha saputo tenersi su un livello lirico e impalpabile, così Hattie Carrol non è la sottoproletaria di colore sfruttata dalla borghesia latifondista del Maryland ma un paradigma universale di sofferenza e ingiustizia; Hard Rain non è pioggia radioattiva ma solo un indefinito presagio di tempi funesti. Prendiamo Eric Andersen, il meno politicizzato fra i giovani folksingers degli anni ’60, guarda caso è l’unico ancora vitale e credibile; in realtà dubito che l’Eric Andersen attuale piaccia a Eglamore, ma non ho dubbi che lo strumentalizzerebbe pur di prevalere dialetticamente.

Ma parliamo di musica tradizionale, anche in questo caso il collegamento ai fatti della contemporaneità è mortifero. Nel mondo della musica tradizionale vige una pratica: prendere una melodia preesistente e accostarla a un testo inedito per farne una canzone nuova. E’ un po’ quello che fanno gli ultras negli stadi con i loro inni barbarici, ed è quello che generalmente fa l’autore anonimo di canzoni folk politicizzate. The Foggy Dew ne è il tipico esempio: una meravigliosa e antica lirica d’amore irlandese eclissata da un celeberrimo canto indipendentista del 1916 (che probabilmente Eglamore a malincuore ammette non essere del tutto disprezzabile). Basta confrontarne le strofe finali per intuire la siderale distanza che le separa.
Originale:
A-down the hill I went at morn,
A-singing I did go,
A-down the hill I went at morn,
She answered soft and low,
"Yes! I wil be your own dear bride
And I know that you'll be true,"
Then sighed in my arms, and all her charms
Were hid in the foggy dew.

Parodia:
Ah, back through the glen I rode again
and my heart with grief was sore
For I parted then with valiant men
whom I never shall see more
But to and fro in my dreams I go
and I'd kneel and pray for you,
For slavery fled, O glorious dead,
When you fell in the foggy dew.

Anche Bella Ciao (Eglamore probabilmente la ritiene un’orribile patacca) ha un’origine simile anche se un po’ più intricata: mai cantata realmente dai partigiani, diventa un inno alla Resistenza nel dopoguerra; Giovanna Daffini ne individua l’origine in un canto delle mondine che si rivela invece apocrifo e addirittura successivo alla versione pseudo partigiana, una patacca della patacca. Bella Ciao è in realtà una storpiatura della ballata Fior di Tomba (Costantino Nigra 19). E si arriva sempre lì, alla rosa che avvolge il rovo, alla ballata epico narrativa, al Nigra e alle Child. La ballata è origine, apice e codice di tutta la musica tradizionale nordeuropea.

Ma proviamo anche ad ascoltare questi due canti popolari del centro Italia, due brani scelti a caso che certamente Eglamore conoscerà, una ballata antica e un canto politico degli anni ‘20:

IL MARITO GIUSTIZIERE (Costantino Nigra 30)
https://youtu.be/FXKWx79R-nA 

IL LAMENTO DEL CONTADINO
https://youtu.be/fS12gYvHMBs 

anche in questo caso basta un semplice sguardo alle strofe finali per capire quanto il canto politico, volgare e grossolano, non possa competere con la nobiltà dei canti più antichi:

Prese la spada in mano
La testa le tagliò oilà trullallà
La testa dié ‘no sbalzo
in mezza la sala andò oilà trullallà
in mezzo la sala andò

Così success'a' mie' finali
e si sta peggio de' maiali,
e si lavora quant'e vvoi
e i maltrattati siamo sempre noi.

Basterebbe applicare il filtro dei duecento anni per sapere se una canzone tradizionale è bella. La politica poi è misera contingenza e dovrebbe girare alla larga dall’arte.

Nel 1966 Dylan disse al giornalista di Playboy Nat Hentoff: “La musica tradizionale è basata su esagrammi. Viene dalle leggende, dalla Bibbia, dalle pestilenze, si occupa di vegetali e di morte. Nessuno la può uccidere. Tutte quelle canzoni che parlano di rose che escono dal cervello della gente e di amanti che in realtà sono oche e cigni che si trasformano in angeli non moriranno mai. Sono solo quei paranoici che pensano sempre che qualcuno gli stia portando via la carta igienica (Ewan MacColl n.d.r.), loro moriranno di sicuro. Canzoni come Which Side Are You On? e I Loves You, Porgy non sono canzoni folk, sono canzoni politiche. Sono già morte. Ovviamente, non è che la morte sia universalmente accettata. Voglio dire, ci si dovrebbe aspettare che la gente che si occupa di musica tradizionale capisca, proprio dalle canzoni, che il mistero è un fatto, un fatto tradizionale. Io le ascolto, le vecchie ballate. Ma non andrei ad ascoltarle a una festa. Potrei dare un resoconto dettagliato dell'effetto che mi fanno, ma forse certa gente penserebbe che la mia immaginazione mi ha fatto dare di volta il cervello. Mi fa ridere sapere che c'è chi ha la faccia tosta di pensare che io abbia una sorta di immaginazione allucinata. È una cosa che mi deprime. Ma in ogni modo, la musica tradizionale è troppo irreale per morire. Non ha bisogno di essere protetta, nessuno le può fare del male. In quella musica c'è l'unica morte vera e di qualche valore che possa uscire da un giradischi oggi. Ma la gente cerca di possederla, come fa con qualunque cosa di cui c'è grande richiesta (stava per concludersi il boom del Folk Revival n.d.r.). Ha tutto a che fare con un'ossessione di purezza. Io credo invece che la mancanza di significato della musica tradizionale sia sacra. Lo sanno tutti che io non sono un folksinger”

Which Side Are You On? È quella che cantano sul Titanic di Desolation Row mentre sta affondando; la deve proprio odiare Dylan questa canzone; roba da Pete Seeger. Si tratta comunque di un’analisi di una lucidità micidiale, l’unica svista è quella di aver ritenuto che un giradischi potesse diffondere musica tradizionale ancora viva, ma il discorso va contestualizzato nella dura polemica sulla musica tradizionale e le sue degenerazioni commerciali che esisteva al tempo. A questo proposito risulta di estremo interesse questo graffiante articolo, suppongo datato 1965, di Ewan MacColl (marito di Peggy Seeger e colonna portante del Folk Revival anglo-americano) sul rapporto fra tradizione e nuove canzoni.






MacColl, a differenza di Eglamore, non nega la possibilità di comporre nuove canzoni, e infatti lo fa, ma solo a condizione di rispettare rigorosamente i canoni della tradizione, perpetuandola. Così, nel suo repertorio, una mole sterminata di preziosissime registrazioni di materiale tradizionale, che Eglamore immagino veneri più di ogni altra cosa al mondo, convive con un significativo corpus di brani originali, qualche volta convincenti, molto più spesso imbarazzanti e datati, soprattutto se di impronta politica.

https://youtu.be/fjzMWumVhV8 

Forse a metà anni ’60 il mistero di cui ci parla Dylan ancora aleggiava, malgrado la musica tradizionale agonizzasse da tempo, ma oggi possiamo dire che, nonostante gli sforzi encomiabili di migliaia di piccoli eroi del Folk Revival, anche quell’ultimo stelo sia definitivamente rinsecchito, come il fiore di Unquiet Grave: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Unquiet_Grave

Di fronte a una tomba non ci si vuol rassegnare, ma purtroppo è così: l’unica dimensione immaginabile per la musica tradizionale è quella museale: i sepolcri, il ricordo, la nostalgia. Dylan e MacColl da punti di vista diametralmente opposti si sono illusi sulle prospettive della musica tradizionale. La tecnologia e il benessere hanno ucciso la musica folk e la cultura popolare, ma questo è successo molto prima del 1965. Comunque sempre meglio un museo che vivere il presente, quindi lunga vita ai giradischi. Ma il paradosso è che a cancellare la cultura popolare tanto amata dagli etnomusicologi marxisti siano stati i progressi sociali delle classi subalterne da loro auspicati. L’etnologo marxista è una contraddizione in termini. Notai, possidenti terrieri, vescovi si sarebbero potuti occupare con più credibilità della musica tradizionale. Come sia possibile che uno studioso auspichi la distruzione del materiale di ricerca su cui si sta applicando è cosa di cui Eglamore non si capacita e di cui chiede spiegazione al prof. Bianchi. Più o meno è questo ciò che penso Sir Eglamore pensi.

Saluti a tutti, Miscio

Carissimo e sempre "vile" Miscio, vedo che vuoi cominciare l'anno col botto, e sia! Le tue mail sono sempre dei "trattati" coi quali esprimi approvazione o disprezzo, naturalmente abbondantemente motivati, per qualcuno o per qualcosa. Io mi sposto di fianco e lascio la parola al prode Sir Eglamore ed allo stimatissimo Prof. Bianchi che meglio di me potranno dissertare sulle tue asserzioni. Invece per la cena mancata ho già detto che è stata una esigenza di salute che non mi ha permesso di muovermi questa estate, ma spero che prima o poi ci sia un altra occasione per rimediare al mancato incontro. Alla prossima, live long and prosper, M;r.Tambourine, :o)

 

 
Venerdì 11 Gennaio 2018

Talkin' 10635 - dinve56

Salve Mister,
apprezzo anch'io "Street Legal", che ascolto spesso. L'album è esaminato in modo molto approfondito da Wilfrid Mellers nel saggio "Dio, mondo e significato in alcune canzoni recenti di Bob Dylan" , in "Parole nel vento..." pp.95-106. L' Autore del saggio sostiene le molteplici influenze letterarie e religiose presenti nelle canzoni di "Street Legal", ed in particolare i "Canti d'innocenza e d'esperienza" di Blake e gli "Hymns ancient and modern", la più popolare raccolta degli inni religiosi della Chiesa d'Inghilterra, pubblicata per la prima volta nel 1861 e successivamente più volte rivista ed ampliata. Proprio di "Is your love in vain?", di cui l'Autore della talkin' 10631 (Johhny in the basement) ha parlato in modo molto ampio e in sintonia con quello che anch'io ho capito del significato della canzone, Mellers dice che ha una grandeur spirituale che le deriva non solo dalle parole, ma anche dall'influenza musicale dell'innodia bianca americana. Mellers ritiene infatti che il tono dominante della canzone di cui parliamo, così come di tutto l'album "Street legal", sia innodico, e che sia riscontrabile sia l'influenza dell'inno folk rurale che quella degli inni delle chiese bianche riformate. Il saggio dice anche molto altro, ma queste sono le considerazioni principali che mi hanno davvero sorpreso e interessato. Buon anno a te e a tutti gli amici farmers, lunga vita. Carla.

Ciao Carla,
possiamo dire che la ragione dell’allora insuccesso di Street Legal e delle recensioni di sapore negativo furono originate da uno dei difetti, se così vogliamo chiamarli, più evidenti da sempre nel modo di fare di Bob, e cioè quello di disintetressarsi del risultato del disco dopo la fatica della composizione e della registrazionre, affidando la produzione dei suoi album a persone che non sempre si sono rivelate all’altezza del compito loro affidato e qualche volta prese dalla loro esigenza di “contare qualcosa” esageravano nel mixaggio del disco finendo per farlo assomigliare a qualche altra cosa, come nel caso di Daniel Lanois e la sua mania di aggiungere sovrapposizioni di strumenti alle takes originali per creare il suo marchio di fabbrica, il “Wall of Sound”. Ecco che un album bello come "Street Legal" diventa così criticato ed incompreso per la leggerezza della produzione di Don De Vito, trascurata e quasi dilettantesca. I fiati, che erano uno dei punti di forza dell'album, scomparivano nella versione originale in vinile. Per fortuna tutto fu rivisto e corretto nella scintillante versione in CD uscita oltre vent'anni dopo.
Il disco fu per i tempi un deciso cambio di rotta musicale per Dylan, che utilizzò arrangiamenti maggiormente pop-rock, si avvalse della collaborazione di un nutrito gruppo di coriste, e virò decisamente verso la black music. Sin dal titolo, Street Legal è una dichiarazione di intenti: le "street illegal" erano, negli anni cinquanta, le macchinette per il gioco d'azzardo, ma "street legal", nel linguaggio di strada, stava a significare un "tipo giusto", un "figo", un "dritto". Inoltre "Street legal" erano anche i motori delle macchine truccati per avere prestazioni migliori, che, dopo aver superato il controllo della sicurezza stradale, diventano leciti e legali.
Alla sua uscita il disco venne accolto malamente da gran parte della critica statunitense, in particolare a causa delle pesanti accuse di maschilismo riferite ai testi delle canzoni, nello specifico, uno dei versi maggiormente incriminati si trova nel brano Is Your Love In Vain? dove Dylan canta versi come: «Sai cucinare, sai cucire, sai coltivare fiori?» (Can you cook and sew, make flowers grow?). Il giornalista Greil Marcus, arrivò a definire Dylan "un sultano che sta valutando la serva per il suo harem".
Nel 1999, Street Legal viene ripubblicato in versione completamente remixata e rimasterizzata dalllo stesso Don DeVito che probabilmente aveva capito il suo errore iniziale. La nuova versione, che possiede un sound più ricco e corregge numerose imprecisioni della produzione originale, è stata in seguito utilizzata per tutte le riedizioni successive.
Come per i precedenti album, ci furono registrazioni non utilizzate provate durante le sessioni per Street-Legal e non incluse nella versione definitiva del disco. Si tratta di tre brani scritti da Dylan in collaborazione con una delle sue coriste, Helena Springs. Eric Clapton registrò in seguito una versione di Walk Out In the Rain.
Coming From The Heart (The Road Is Long) - (Bob Dylan & Helena Springs)
Stop Now - (Bob Dylan & Helena Springs)
Walk Out In The Rain - (Bob Dylan & Helena Springs)
“Street legal” fu considerato una specie di strano oggetto. Quando uscì, nell’estate del 1978, i giornalisti inglesi lo apprezzarono mentre quelli americani lo criticarono, non entrò fra la top ten delle classifiche e nel tempo venne gradatamente dimenticato. E’ un disco che merita d’essere riascoltato e naturalmente rivalutato. Contiene l’essenza di Bob Dylan in studio di registrazione, la sua ricerca per un nuovo tipo di sound, genialità e macroscopici errori compresi. Riflette il periodo turbolento attraversato da Dylan dopo il divorzio da Sara. E’ il disco che si interpone come lavoro di transizione fra i lavori del passato e la trilogia religiosa.
In questo disco la distanza dal Dylan classico è palese, si è nel 1978 e gli arrangiamenti risentono dell’ influenza della musica soul che aveva invaso il mercato, lo testimoniano la presenza delle coriste, dei fiati e di tutto il resto. Artisticamente è un lavoro meno riuscito di tanti dischi precedenti, attenti però, in Street Legal c’è l’abbozzo della evoluzione musicale di Dylan da non sottovalutare.
Street Legal venne pubblicato nel 1978 e i testi sono ancora oggi tra i più complessi dell’opera omnia dylaniana. La successiva conversione al Cristianesimo conferma l’impressione iniziale, le sonorità soul di questo disco possono essere dovute proprio al fatto che Dylan stava iniziando un nuovo persorso spirituale. Alla fine del 1978 infatti Bob entrò a far parte del movimento dei Cristiani Rinati. Nei primi mesi del 1979 frequentò un corso di biblistica alla Vineyard School of Discipleship a Reseda, nel sud della California, e successivamente produsse i tre album della cosidetta trilogia cristiana, sound da musica gospel, il primo dei quali fu Slow Train Coming.
I due lati del disco presentavano livelli di registrazione audio diversi e la qualità del suono non era delle migliori a causa della cattiva qualità della registrazione che ovattava il suono di gran parte degli strumenti. Per fortuna vent’anni dopo, un pò tardi a dire il vero, il disco venne rimasterizzato e pubblicato in versione CD in modo che tutto potette essere rivalutato come meritava.
Mellers ha ragione nella sua critica, Street Legal è davvero "Grandeur" quasi da inno sacro.

Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Giovedì 10 Gennaio 2018

CLYDIE KING CI HA LASCIATO, R.I.P.

Clydie King (21 agosto 1943 - 7 gennaio 2019) è stata una cantante americana, meglio conosciuta per il suo lavoro di session come voce di supporto. Scoperta dal cantautore Richard Berry, la King iniziò la sua carriera discografica nel 1956 con “Little Clydie and The Teens”, prima di diventare membro delle Raelettes, le ragazze del coro di supporto di Ray Charles per tre anni ed aver contribuito alle registrazioni degli anni '60 del produttore Phil Spector. Ha registrato singoli da solista per Specialty Records, Kent Records ed altri. La King ha fornito la voce di supporto per gli Humble Pie, che ha avuto un grande successo negli Stati Uniti, e ha continuato a diventare un cantante di session a richiesta, ha lavorato con Venetta Fields e Sherlie Matthews e registrato con BB King, The Rolling Stones, Steely Dan, Barbra Streisand, Bob Dylan, Linda Ronstadt, Joe Cocker, Dickey Betts, Joe Walsh e molti altri. È stata membro di “The Blackberries with Fields e Matthews” e ha fatto la corista nel tour di Joe Cocker “Mad Dogs e Englishmen”, che è diventato poi un film di successo. Nel 1971 era stata inserita nell'album Gandarva di Beaver and Krause. Ha cantato la voce solista in "Walkin' by the River" gospel song ispirato al Vangelo. Insieme a Merry Clayton, ha cantato le parti vocali del successo dei Lynyrd Skynyrd "Sweet Home Alabama".
Clydie King fece parte delle coriste di Dylan alla fine degli anni '70. Ebbe con Bob una relazione. "Mi vengono i brividi solo a sentirla respirare...", disse di lei Dylan. Sembra che fossero giunti sul punto di sposarsi. Secondo alcuni ebbe un figlio da Bob. E' stata legata anche a Mick Jagger.

Bob Dylan And Clydie King "Abraham, Martin And John"

  

Anybody here seen my old friend Abraham?
Can you tell me where he's gone?
He freed a lot of people,
But the good die young,
Know I just turned around and he's gone.
(Qualcuno qui ha visto il mio vecchio amico Abramo?
Puoi dirmi dove è andato?
Ha liberato un sacco di gente,
Ma il buono muore giovane,
So che mi sono appena voltato e se n'è andato).

Anybody here seen my old friend John?
Can you tell me where he's gone?
He freed a lot of people,
But the good die young,
Know I just turned around and he's gone.
(Qualcuno qui ha visto il mio vecchio amico John?
Puoi dirmi dove è andato?
Ha liberato un sacco di gente,
Ma il buono muore giovane,
So che mi sono appena voltato e se n'è andato).

Anybody here seen my old friend Martin?
Can you tell me where he's gone?
He freed a lot of people,
But the good die young,
Know I just turned around and he's gone.
(Qualcuno qui ha visto il mio vecchio amico Martin?
Puoi dirmi dove è andato?
Ha liberato un sacco di gente,
Ma il buono muore giovane,
So che mi sono appena voltato e se n'è andato).

Didn't you love the things that they stood for?
Didn't they try to find some good for you and me?
we'll be free, free someday
I know, be one day.
(Non amavi le cose che rappresentavano?
Non hanno provato a trovare qualcosa di buono per te e me?
saremo liberi, un giorno o l'altro
Lo so, un giorno).

Anybody here seen my old friend Bobby?
Can you tell me where he's gone?
But I see ‘em walkin'
Up over the hill
Abraham and Martin and John
(Qualcuno qui ha visto il mio vecchio amico Bobby?
Puoi dirmi dove è andato?
Ma li vedo camminare
Su per la collina
Abraham e Martin e John)

 

 

 

 

 
Mercoledì 9 Gennaio 2018

Talkin' 10634 - calabriaminimum

Caro Mr.Tambourine,come va?
Ti invio, sperando possa interessare alla platea di Maggie's Farm la prima parte di un mio componimento ispirato e dedicato a Bob Dylan, che finalmente sono riuscito a scrivere, incalzato anche dalla notizia del film di Luca Guadagnino su "Blood on the tracks".

Eccoti il link:

https://www.intertwine.it/it/read/9RAVC4U1/ostaggio-della-tristezza

Un abbraccio a tutti gli amici della Farm dal solito,
Dario Twist of fate

Ciao carissimo Dario, è un piacere sentirti ogni tanto e vedere che non ti dimentichi della vecchia Fattoria ya ya ho! Come al solito sei sempre un mago con la penna! Grazie di cuore, alla prossima, Mr.Tambourine, :o)

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New York, N.Y. - Beacon Theatre, November 27, 2018

di Barry Gloffke

Cammino in una fredda sera di fine autunno a New York, col sorriso che mi va da un orecchio all'altro. Quattro di una serie di sette spettacoli al Beacon sono già nel mio carnet. Dal mio punto di vista, stasera, il concerto era vicino alla perfezione. La voce di Bob era nitida e chiara. Ha inchiodato quasi tutte le parole e non ne ha cambiate molte. Ha accentuato e punteggiato i suoi testi con note lunghe e brevi ringhi. Il suo modo di suonare il piano era sensazionale. La sua armonica era appassionata. Il gruppo dei cowboy era perfetto. C'è stata un'interazione fantasticatra fra tutti i musicisti. I rock hanno dondolato. Il blues era crudo. Le canzoni lente erano ipnotizzanti. Ogni canzone è stata eseguita con passione e grandezza. Anche PAY IN BLOOD era una tacca sopra le versioni degli spettacoli precedenti. Ci sono stati alcuni momenti caotici come in TRYIN 'TO GET TO HEAVEN quando a un certo punto sembrava che la canzone stesse per crollare, con un crescendo di chitarre, pianoforte e batteria che si suonavano uno sull’altro, solo per essere salvati da un rapido riff o un cambiamento nella struttura della melodia. Ci sono stati momenti esplosivi come la roccheggiante GOTTA SERVE SOMEBODY,sì, o il trambusto nella raucaTHUNDER ON THE MOUNTAIN, grande batteria di George! Ci sono stati momenti di grande prodezze musicali in CRY A WHILE e EARLY ROMAN KINGS. Ci sono stati minacciosi brontolii in SCARLET TOWN e LOVE SICK. E infine, c'erano teneri momenti come la resa squisitamente bella di WHEN I PAINT MY MASTERPIECE o la versione straziante di DON’T THINK TWICE. La tenerezza, la solitudine, la disperazione e la sfida...a volte in una canzone, a volte tutto all'interno di una frase... irreale! Questo è il motivo per cui continuo ad andare a questi spettacoli. La ciliegina sulla torta stasera è stata una spettacolare BLOWIN' IN THE WIND, eccezionale lavoro di pianoforte e armonica di Bob. Dolce!! Tanto di cappello a Bob ed ai cowboys. Ci vediamo giovedì.

 

 
Martedì 8 Gennaio 2018

Talkin' 10633 - cat1990

Ciao e buon 2019!
Ti mando due immagini in due mail separate, per alleggerire i messaggi.
Sono stato a Vienna il mese scorso. Il parlamento è in restauro e la fontana della copertina di TEMPEST è parzialmente coperta dalle impalcature per i lavori, ma i viennesi hanno comunque omaggiato Bob Dylan con un cartello. Purtroppo la qualità dell’immagine è scarsa.
Aurelio

La seconda foto è per segnalare l’uscita della rivista, che può essere un utile strumento propedeutico a chi si sta avvicinando all’universo dylaniano. Grazie per quello che fai.
Aurelio

Ti ringrazio Aurelio, non importa se la qualità è scarsa, la foto testimonia ugualmente il rispetto dei Viennesi per Bob e questo ci può solo far gioire! Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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New York, N.Y. - Beacon Theatre, November 26, 2018

di Barry Gloffke

Un piovoso lunedì sera a New York. “Metti la tua mano nella mia e vedrò di non farti bagnare”. Terza notte delle sette al Beacon Theatre per Bob. Per me, sono a metà strada della mia odissea dylaniana di 10 giorni e sto amando ogni secondo di essa. Stasera la band è stata spettacolare ... davvero un ottimo lavoro tutta la notte da parte di Charlie e Donnie. Interazione piacevole in diversi numeri tra Bob ed i suddetti. George è andato ben oltre il suo solito splendore ritmico e percussivo stasera (forse stava cercando di impressionare Ringo Starr che era tra il pubblico). La voce di Bob era un po' più roca dei precedenti quattro spettacoli che ho visto, ma ha comunque eseguito una forte performance con molti interludi appassionati e giocosi. Quello che mi piace davvero di questo tour attuale è l'uso favoloso della sua armonica. Questo tour sicuramente ne beneficia. Stasera l'esecuzione dell'armonica di Bob è stata brillante e piena di sentimento. Anche il pianoforte era buono, non c’è più quel fastidioso pling-plong coi tasti al quale Bob si era ostinatamente aggrappato. Ora sprigiona un più ampio e melodico suono.
Standouts stasera per me erano IT AIN'T ME BABY (Donnie eccellente). Una versione minacciosa e grezza di CRY A WHILE. Un'interpretazione assolutamente geniale di MASTERPIECE. SCARLET TOWN (atmosfera fantastica e Bob che ringhiava pavoneggiandosi). EARLY ROMAN KINGS (brutalmente intensa). DON’T THINK TWICE era semplicemente bella ... graziosa e struggente. Una versione paludosa di LOVE SICK e infine una esuberante GOTTA SERVE SOMEBODY. Un altro show ben solido. Complimenti a Bob e alla band. Non vedo l'ora di vedere Bob e i Bobcats di nuovo stasera!
PS. Laurette, spero che tu sia riuscita ad entrare per vedere lo spettacolo.

 

 

Lunedì 7 Gennaio 2018

Tour 2019, nuova data in Portogallo

01 Maggio 2019 - Porto, Portugal - Coliseu do Porto

Ecco l'elenco delle date aggiornato ad oggi:

31 Marzo 2019 - Dusseldorf, Germany - Mitsubishi Electric Halle

02 Aprile 2019 - Würzburg, Germany - s.Oliver Arena
04 Aprile 2019 - Berlin, Germany - Mercedes-Benz Arena
05 Aprile 2019 - Magdeburg, Germany - GETEC Arena
07 Aprile 2019 - Prague, Czech Republic - Lucerna Palace - Great Hall
08 Aprile 2019 - Prague, Czech Republic - Lucerna Palace - Great Hall
09 Aprile 2019 - Prague - Czech Republic - Lucerna Palace - Great Hall
11 Aprile 2019 - Paris, France - Grand Rex
12 Aprile 2019 - Paris, France - Grand Rex
13 Aprile 2019 - Paris, France - Grand Rex
16 Aprile 2019 - Vienna, Austria - Konzerthaus
17 Aprile 2019 - Vienna, Austria - Konzerthaus
19 Aprile 2019 - Innsbruck, Austria - Olympiahalle
20 Aprile 2019 - Augsburg, Germany - Schwabenhalle
22 Aprile 2019 - Locarno, Switzerland - Palexpo Locarno
25 Aprile 2019 - Pamplona, Spain - Navarra Arena
26 Aprile 2019 - Bilbao, Spain - Bilbao Exhibition Centre
28 Aprile 2019 - Gijón, Spain - Sports Palace President Adolfo Suárez
29 Aprile 2019 - Santiago de Compostela, Spain - Pavillón Multiusos Fontes do Sar

01 Maggio 2019 - Porto, Portugal - Coliseu do Porto
03 Maggio 2019 - Seville, Spain - Fibes Auditorium
04 Maggio 2019 - Malaga, Spain - Marenostrum Castle Park
05 Maggio 2019 - Murcia, Spain - Plaza de Toros
07 Maggio 2019 - Valencia, Spain - Plaza de Toros de Valencia

21 Giugno 2019 - Bergen, Norway - Koengen
24 Giugno 2019 - Helsinki, Finland - Hartwall Arena
26 Giugno 2019 - Stockholm, Sweden - Ericsson Globe
28 Giugno 2019 - Gothenberg, Sweden - Scandinavium
29 Giugno 2019 - Oslo, Norway - Spektrum

05 Luglio 2019 - Hamburg, Germany - Barclaycard Arena
06 Luglio 2019 - Braunschweig, Germany - Volkswagen Halle
07 Luglio 2019 - Mainz, Germany - Volkspark
09 Luglio 2019 - Erfurt, Germany - Messehalle
10 Luglio 2019 - Stuttgart, Germany - Jazzopen
12 Luglio 2019 - London, England - BST Hyde Park
14 Luglio 2019 - Kilkenny, Ireland - Nowlan Park

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New York, N.Y. - Beacon Theatre, November 24, 2018

di Laurette Maillet

Il primo spettacolo al Beacon era stata solo una prova generale. E' stato solo l’occasione per stabilirmi a New York per 10 giorni. Il primo show era stata una prova generale per Bob e il suo gruppo. Non del tutto, però, visto che sono in circolazione da molto tempo, in questa formazione dal 4 ottobre Phoenix. Ma il teatro Beacon è casa per loro: un teatro piccolo e confortevole, splendidamente decorato in rosso e oro, vicino a Central Park. Bob e la sua band vi hanno suonato 5 spettacoli l'anno scorso. Qust’anno ben 7 spettacoli. Ed eccomi qui, ancora una volta a New York. Mi siedo comodamente per il secondo show. Conosco la routine, il palco è chiuso da una tenda rossa e non ci saranno sorprese o ingressi spettacolari. Ecco che suonano la solita musica come intro. Il sipario si alza e tutti sono al loro posto. Conosco la set list e non ci saranno cambiamenti. Io non vengo a vedere lo spettacoilo per avere una sorpresa, non ho aspettative del genere. Ciò che deve essere sarà, il pubblico è rispettoso e caloroso. Le canzoni "classiche" sono immediatamente riconosciute e "Like a rolling stone" è cantaao insieme a gran parte del pubblico .... io e i miei vicini. "Don’t think twice" è letteralmente mozzafiato. George ha lasciato il palco perchè non usa la batteria in questa canzone. Tony, Charlie e Donnie stanno solo aggiungendo un tocco di ritmo al piano di Bobby. Il teatro è improvvisamente tutto tranquillo. Noi siamo tutti sospesi al fraseggio di Bob. Come può farlo? Fa cantare a tutti "Like a rolling stone" e improvvisamente tutto tace! Bob è "vivo"; chiaro e forte con i testi, aggiungendo un po' di fantasia, qua e là, e questo porta un sorriso sul volto di Tony. Mi dispiace che lui non faccia più “Love sick” al centro del palco. 19 canzoni sono al pianoforte, in piedi o seduto, ad eccezione di "Scarlet town". La teatralità c’è direi; torsioni del corpo e movimento delle mani in aria. Mostra un Bob Dylan magro e in forma a 77 anni. Mi sento come se fossi nel mio salotto con un mucchio diamici che si divertono molto. Il suono è perfetto, al limite forte in "Thunder on the mountain". Non posso abbassare il volume ... Non mi preoccupo, visto che la prossima "Soon after midnight" è dolce e calma. "Gotta serve somebody" è cantata anche da alcune persone dietro di me. Non so se loro hanno capito che i testi sono strani! Mi alzo non appena Bob si muove al centro della scena. È il suo primo saluto. Tornerà per un "tutti insieme All along the watchtower" in stile reggae. "Blowin’ in the wind" è un inno alla fratellanza. Mi sento come se stessi facendo una catena di mani con i miei vicini... sarebbe troppo! Mi alzo in piedi. Tutti sembrano essere soddisfatti quando Bob finalmente china la testa e il sipario cala. Bene, notte Bobby. A presto.

 

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