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MAGGIE'S FARM

      

 

 

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Sabato 23 Febbraio 2019

Talkin' 10668 - fannal

Ciao Mr.Tambourine,
circa le traduzioni in italiano delle canzoni di Bob, è più giusto dare un’interpretazione letterale o una che, pur non essendo proprio fedele all’originale, spieghi meglio ciò che l’autore intende dire?
In tante canzoni ci sono dei passaggi difficili da capire nel loro significato ed alla fine non sempre riesco a raccapezzarmi col senso esatto.
Annalaura F.

Ciao Annalaura, purtroppo la traduzione di una canzone dall'inglese all’italiano è sempre un terno al lotto, l'inglese è una lingua che ha dieci volte meno vocabili che l’italiano, l’inglese usa a volte una parola sola per diversi significati, usando l'italiano invece, per dire la stessa cosa, puoi trovare diverse parole che hanno lo stesso significato, ecco che per una traduzione c’è il pericolo di sbagliare o di travisare il senso originale del testo. Ti riporto quanto scrisse in proposito il Prof. Alessandro Carrera, che meglio di me ti farà capire quante e quali sono le tante difficoltà al riguardo:

Per chi traduce poesia l’esilio peggiore è quello dal paradiso della rima. Lì non c’è ritorno o riconquista possibile. Non ci sarà modo di dare a un’altra cassa armonica le stesse risonanze di quel liuto che era stato messo insieme con il legno dell’albero edenico. Peggio ancora, poi, se il Testo da tradurre era originariamente parte di una canzone. Perché in questo caso il traduttore non dovrà tradurre solo il verso rimato, ma anche la voce del cantante, la sua intonazione, le sue idiosincrasie vocali, i suoi silenzi e le sue debolezze, perché tutto concorre al significato di una canzone, non solo quel che c’è scritto, ma ancor di più quello che nemmeno si può scrivere.
Bob Dylan, del quale ho tradotto 355 canzoni dall’estate del 2002 all’inizio del 2006 (ora raccolte in Lyrics 1962-2001, Feltrinelli 2006) è appunto l’incarnazione dell’incubo peggiore che possa assillare un traduttore: un autore nel quale tutta la scrittura è riassunta nella voce, anzi nelle voci, perché Dylan ne ha molte, una per ogni fase della sua carriera, al punto che spesso sembra mutare scrittura solo per rincorrere le metamorfosi della sua voce. E se una voce non si può mai adeguatamente trascrivere (autorevoli filosofi hanno così argomentato, in anni recenti), come si potrà addirittura tradurre?
Il criterio che ho seguito nella traduzione delle Lyrics dylaniane è stato quello di attenermi contemporaneamente a molti criteri, senza privilegiarne nessuno e cercando di evitare il più possibile ostinazioni o partiti presi. Soprattutto, ho cercato "to get it right", di tradurre cioè con la maggior precisione possibile le espressioni idiomatiche che, data la loro appartenenza a una lingua così mutevole come l’americano parlato, sono sfuggite ai traduttori che si sono fermati ai testi degli anni sessanta o che non hanno potuto spingersi oltre gli ottanta. Al loro occasionale surrealismo traduttoriale ho spesso sostituito significati che non erano poi così oscuri, a patto di conoscere l’espressione idiomatica di riferimento. Non che fosse facile (a volte si tratta di espressioni poco note anche agli americani), e ammetto di avere lavorato in condizioni migliori delle loro, se non altro perché avevo a disposizione più passato, più letteratura critica, più banche dati su carta e in internet, nonché amici competenti e volonterosi. La preoccupazione di tradurre veramente, e non di inventarmi una traduzione, mi ha costretto però a ridurre talvolta le mie ambizioni. Dove ho sentito che potevo osare senza stravolgere il verso, ho osato. Ma se il prezzo da pagare per una traduzione più poetica e cantante era, un’altra volta, l’incomprensione di ciò che Dylan effettivamente dice, allora ho preferito non pagarlo. A traduttori futuri che vorranno riscrivere Dylan secondo i loro criteri e per i loro fini passo volentieri la mano. Nel corso di questo lavoro mi sono reso conto che un traduttore può riscrivere, rimodellare, ricreare, ri-soffrire il páthos del testo originale, renderlo più fluido nella propria lingua, a volte perfino migliorarlo, ma che spesso deve abbassare la cresta e limitarsi a tradurre.

La prima decisione che dovevo prendere riguardava le allocuzioni affettive come "baby”, "mama”, "daddy”, "honey”, "love”. Ho scartato subito ogni variante di "bambina”, "bimba”, "dolcezza, "cara” o "tesoro” (a queste ultime due ho riservato solo un contesto ironico). In inglese si tratta di termini che non hanno età, non richiamano nessuna classe sociale e a volte non hanno nemmeno sesso, ma in italiano appartengono unicamente alla lingua della piccola borghesia o al lessico fortemente codificato del libretto d’opera primo Novecento e della canzone di consumo. "Bimba dagli occhi pieni di malia” si ascolta nella Madama Butterfly ma, visto che il personaggio che canta è un americano, non è detto che non sia un traduzione di "baby”. "Ciao, ciao, bambina, un bacio ancora” è stato il tentativo di Dino Verde e Domenico Modugno di tradurre "Bye, bye, baby” ma, nonostante il successo, l’espressione non ha avuto presa. In effetti non era nuova, e gli italiani avevano ancora nelle orecchie alcuni versi di canzoni degli anni trenta come "Bambina innamorata, stanotte ti ho sognata”. "Tesoro”, "cara” e "dolcezza”, poi, se non sono ironici (come in "cara mia”) sono semplicemente orribili, sanno di sceneggiato televisivo mal tradotto. "Amore” va usato con molta parsimonia, perché in inglese uno può dire indifferentemente che ama Dio, ama il suo cane o ama la crostata di mele di sua zia, ma in italiano bisogna andarci piano con l’amore (meglio "amore mio”). La lingua di Dylan, poi, non è quella della piccola borghesia americana, e in italiano necessita di uno strato più profondo, popolare senza essere per forza populista; quello che, se vogliamo restare nell’ambito della canzone, appartiene magari a Paolo Conte o a Enzo Jannacci.
In realtà la corrispondenza quasi perfetta con "baby” si avrebbe con le espressioni napoletane "nenna” o "nennella”, purtroppo inutilizzabili perché non diffuse su tutto il territorio nazionale (e sulla questione dei possibili apporti dialettali mi dilungherò più avanti). "Ragazza mia” si può usare se il tono non è troppo dolce. Quanto al maschile, "ragazzi” o "salve ragazzi” sa di oratorio e di trasmissioni per giovani alla radio negli anni sessanta, ed è quasi sempre meglio tradurlo con "amici” o "amici miei”. In definitiva, per trovare l’equivalente di "baby” mi sono letto l’antologia della poesia popolare italiana curata da Pier Paolo Pasolini nonché la raccolta di canti italiani curata da Roberto Leydi. L’unico possibile equivalente italiano, comune a tutti i dialetti e a tutte le tradizioni, è "bella” o "bella mia”. Ma anche "bella” non va inflazionato. Dylan canta, ha bisogno di riempire il verso e a questo scopo "baby” va sempre bene. Ma una volta che il suo testo viene letto, e letto in un’altra lingua, di simili riempitivi non c’è bisogno. Sulla pagina danno solo fastidio. Da qui la decisione di compiere un massacro degli innocenti e di eliminare quanti più "babies” possibile. Ho lasciato "bella”, "bella mia” o "ragazza mia” solo quando il verso e il senso lo richiedevano. Non l’ho usata neanche una volta in canzoni piene di "babies” come It Ain’t Me, Babe o Baby, Stop Crying. Ho lasciato l’espressione in inglese, invece, quando aveva un effetto fonetico che non si poteva alterare, come in It’s All Over Now, Baby Blue o in Sugar Baby, perché "Baby Blue” non si può tradurre con "bambina triste” o "bambina blu”. Può avere il senso, se si vuole, di "perla dei miei occhi”, ma in realtà non vuol dire niente di preciso, è semplicemente un effetto della tavolozza fonetica dell’inglese. Cercare di tradurlo in italiano sarebbe come voler tradurre in inglese "c’era una volta un bambino piccino picciò”. E una "sugar baby” non è necessariamente una "zuccherina”.
Certo, qualcosa nel passaggio si perde. Data l’ambiguità di "babe”, It Ain’t Me, Babe è una canzone rivolta da un uomo a una donna solo perché la canta Dylan. In realtà può anche essere indirizzata da una donna a un uomo (così infatti, senza cambiare una virgola, la canta Joan Baez). Per lasciare la stessa ambiguità in italiano avrei però dovuto concludere ogni strofa con un verso che non mi piaceva. Invece di "l’uomo che cerchi tu non sono io” avrei dovuto dire "chi cerchi tu non sono io” con un effetto di chiusura troppo brusco e dal suono troppo secco. Pazienza per l’ambiguità.

Il secondo problema consisteva nel rendere le espressioni di movimento come "I am walking”, "down the road”, "down the highway” o "along the line”. L’archetipo dylaniano è quello di un uomo che cammina lungo il ciglio di una strada di campagna. È così da I’m Walking Down the Line del 1962 a Love Sick del 1997, fino alla Ain’t Talking del recentissimo Modern Times ("Ain’t talking, just walking”; come a dire: "Parlare non parlo, cammino e basta”), perché è uno degli archetipi del blues e del country. Ma non è un archetipo italiano, e non è neanche una forma del moto che la lingua italiana abbia mai dovuto esprimere in quel modo. L’inglese pone un’enfasi tutta preposizionale (spero si possa dire così) su movimenti anche minimi che in italiano non può essere resa in parallelo. Non c’è modo di rendere letteralmente un verso come questo di Jim Morrison in The End: "And he walked on down the hall”. Bisogna ricorrere a "proseguì”, "mosse i suoi passi”, "avanzò”, "attraversò”, ma certo non si può tradurre "continuò a camminare lungo il salone” (per quanto ci siano esimi traduttori di testi rock perfettamente convinti che se tu non traduci così vuol dire che non sai l’inglese). Ma torniamo a Dylan e prendiamo un verso di Black Diamond Bay: "She walks across the marble floor”. Certo, si può tradurre: "Cammina sul marmo del pavimento”, ma si sente che non funziona, che in italiano l’espressione suona troppo generica, troppo meccanica, e che non dà nessun senso di direzione o di scopo. Diremo allora "attraversa la stanza dal pavimento di marmo” o, più concisamente, "attraversa la stanza di marmo”? Sì, pur di non usare "cammina”, perché in italiano non si cammina, si va a piedi. "È mezz’ora che cammino” va benissimo, perché descrive l’azione fisica e non la destinazione. Ma "si va a piedi” da Lodi a Milano, come dice la canzone della bella Gigogin. In italiano si "prende” una strada, si "fa” un certo tratto di strada, si "percorre una via”, anche, ma non fa parte del nostro bagaglio storico e linguistico dire di qualcuno che "camminava giù per l’autostrada”.
Anche perché (a parte il "giù” come traduzione sbrigativa di "down”), mentre il termine "highway” significa prima di tutto "strada maestra”, in Italia l’autostrada comincia ad esistere negli anni sessanta e corrisponde a "motorway”, "freeway” o "tollway” (autostrada a pedaggio). Quando Dylan parla di "highway” a volte si riferisce alla moderna autostrada, altre volte alla più antica strada maestra. Quello che Dylan ha in mente, in effetti, è la nostra "statale” (cosa che Guccini aveva capito benissimo quando ha scritto Statale 17, la sua canzone di autostop chiaramente ispirata a Down the Highway), e ancora di più il nostro "stradone”, dove mi viene in soccorso l’autorità del Bartali di Paolo Conte: "mi piace restar qui sullo stradone / impolverato, se tu vuoi andare vai” (Dirty Road Blues, a tutti gli effetti). Oppure, cambiando registro, l’autorità del Canzoniere di Petrarca. Mi sono scervellato per ore su come rendere in un italiano vero, non posticcio, non inglesizzato, il primo verso di Standing in the Doorway: "I’m walking through the summer nights”, finché mi è venuto in mente che Petrarca aveva già risolto il problema per me: "Solo e pensoso i più deserti campi / vo misurando a passi tardi e lenti”. Da cui la traduzione che infine ho adottato: "Misuro coi passi le sere d’estate”. Ma, proprio perché non dovevo irrigidirmi su nessuna soluzione, mi sono accorto che il primo verso di Love Sick, "I’m walking through streets that are dead” doveva risultare il più possibile ricalcato sull’inglese: "Cammino su strade che sono morte”. Non per come il verso è scritto, ma per come Dylan lo canta. Nessuna traduzione può trascurare il modo in cui la voce di Dylan scandisce le parole: "I’m walking - through streets that are DEAD”. E, giusto perché il richiamo alla poesia "alta” non è mai fuori luogo quando parliamo di Dylan, aggiungerò che ho tradotto All Along the Watchtower con Dalla torre di vedetta (e non, pigramente, con "Lungo la torre di guardia” o simili) perché una poesia di Mario Luzi raccolta in Onore del vero termina con il verso: "Tanto afferra l’occhio da questa torre di vedetta”.

Il terzo tormento consisteva nel decidere che soluzioni adottare riguardo alla rima e alla metrica. Come impostazione generale, ho cercato di resistere all’ossessione della rima a tutti i costi, e di usarla solo con prudenza, nei punti chiave, o quando il testo mi urlava nelle orecchie che la voleva assolutamente. Gli italiani sono stranamente convinti che la loro lingua abbia meno rime dell’inglese. T. S. Eliot (lo scrive nei suoi saggi su Dante) era convinto dell’esatto contrario. Certamente una volta l’italiano era una lingua straordinariamente flessibile, dato il grande numero di troncamenti e inversioni sintattiche che permetteva (altrimenti non sarebbe rimasto per due secoli la lingua franca dell’opera). Da quando però l’italiano si è slatinizzato, modernizzato e linearizzato, qc’è nessuno in questa casa?’ / Me ne stavo sui gradini / a sentirmi giù da cani. Poi arriva un contadino / che credeva fossi pazzo, / che mi guarda e che mi pianta / il fucile nei calzoni”.
4) Rime occasionali o strategiche, che danno coesione al testo senza doverlo gravare con consonanze cercate a tutti i costi. Desolation Row, ad esempio, ha cominciato a funzionare solo quando per ogni strofa ho inserito almeno una rima con "desolazione”, che è sempre la parola conclusiva. Per lo stesso motivo, ho consapevolmente inserito una zeppa nell’ultima strofa di Boots of Spanish Leather. Poiché la rima "weather / leather”, con l’anticipazione in "—eather” del suono della parola che è nel titolo, avverte l’aueste libertà si sono molto ridotte, e anzi oggi già troncare un infinito (come facevano ancora impunemente Mogol e Battisti alla fine degli anni sessanta) ci sembra una cosa vecchio stile, polverosa se non proprio brutta (De Gregori ha scritto Sotto le stelle del Messico a trapanar proprio per prendere in giro la scorciatoia dei troncamenti, e anzi voleva intitolare la canzone Infiniti tronchi). Io non so se l’inglese abbia o non abbia più rime dell’italiano. Certamente ha più rime tronche, ossitone, monosillabiche, e poiché la canzone rock è in gran parte modellata sul fraseggio dell’inglese, un testo italiano che voglia adattarsi al rock, evitando troncamenti ormai demodé, finisce per usare quelle poche parole ossitone che possono essere ficcate in fondo a un verso, oppure le solite rime morfologiche ottenute con i futuri e i passati remoti dei verbi. Per carità, è una soluzione alla quale ho fatto ricorso anch’io, e anche spesso, ma so che è una scorciatoia, un cavarsela con poco (più o meno l’equivalente delle quinte parallele in musica), e l’ho usata solo se mi sembrava che non disturbasse troppo, e anzi che si notasse il meno possibile.
La rima è un orologio interno. È un aiuto per l’ascoltatore che, non avendo il testo sottomano, sa quando aspettarsi la fine della strofa e, posto che l’autore del testo abbia lasciato cadere i segnali giusti, anche la fine della canzone. Ma una canzone resta una canzone anche alla lettura. A meno di non eliminare la divisione in strofe e spezzare la simmetria dei versi (come ha fatto ad esempio Giovanni Raboni nella sua traduzione dei Fiori del male, con un coraggio che non tutti hanno apprezzato), la stessa forma delle strofe, allineate come tante scatolette, sembra richiedere a gran voce che l’orologio interno non venga lasciato a scaricarsi.
La soluzione, almeno per me , è consistita nel lavorare più sulla musica interna del verso che sulla stampella della rima. Quindi ho utilizzato i seguenti criteri:
1) Prosa versificata, all’occorrenza ritmata, quando la canzone ha versi lunghi e una forte spinta narrativa. Non ha senso tradurre in rima e metrica canzoni come Hurricane o Brownsville Girl. Sono racconti che bisogna rendere leggibili e scorrevoli, senza l’impaccio di una struttura verbale appesantita da continui ritorni.
2) Verso libero, in canzoni dove ogni verso ha un’autonomia forte e non ha bisogno della rima per stare in piedi, come in A Hard Rain’s A-Gonna Fall o nelle ultime canzoni che sono essenzialmente composte di one-liners, vale a dire versi singoli di significato compiuto e che potrebbero essere spostati da una canzone all’altra. Più il verso si fa aforistico e meno ha bisogno della rima – anche se a volte, se non suonava sforzata, l’ho utilizzata.
3) Blank verse o versi sciolti, senza rima ma con una precisa struttura metrica. Dando una struttura metricamente omogenea alla canzone il bisogno della rima spariva, o si faceva sentire molto meno. Come esempio posso citare il ritornello di Tomorrow Is a Long Time: "E solo se il mio amore mi aspettasse, / se sentissi il suo cuore batter piano, / se solo si stendesse qui al mio fianco, / tornerei a dormire nel mio letto”. Sono quattro endecasillabi precisi, e l’unico modo di infilarci una rima consisteva nell’aggiungere una zeppa: "se sentissi il suo cuore batter piano nel mio petto”, giusto per far rima con "letto”. Per due canzoni narrative molto vivaci come Bob Dylan’s New Orleans Rag e Motorpsycho Nightmare ho usato l’ottonario o il settenario tronco, versi che in italiano hanno una storia illustre (Rolli, Metastasio, Carducci) ma che dopo Sergio Tofano e il suo Signor Bonaventura ("Qui comincia l’avventura / del signor Bonaventura”) sanno di vecchiotto e di comico, e quindi andavano benissimo per il tono di quelle canzoni. Del resto, Signor Bonaventura a parte, l’ottonario è una formidabile macchina metrica, molto facile da combinare e molto trascinante se si riesce a superare l’effetto cantilena. Ecco la prima strofa di Motorpsycho Nightmare: "Ho bussato a un podere / per un posto dove stare. / Ero stanco, stanco morto, / e venivo da lontano. / ‘Ehi, ehi’ dico, ‘voi lì dentro, ascoltate che la canzone sta per finire, un segnale ci doveva essere anche nella traduzione. Dunque ho tradotto "Take heed of the stormy weather” con "dunque attenta alla tempesta che ti bagna”, per lasciare la rima con "Spanish boots of Spanish leather”, cioè "stivali spagnoli, di cuoio di Spagna”. È chiaro che la tempesta "ti bagna”, non c’è bisogno di dirlo, e infatti Dylan non lo dice, ma lo dice Paolo Conte, ancora lui, in "Genova per noi, che stiamo in fondo alla campagna / e abbiamo il sole in piazza rare volte e il resto è pioggia che ci bagna”.
5) Rime "naturali”, cioè senza inversioni, all’occorrenza servendomi di infiniti, futuri e participi passati, ma solo se non sforzavano il verso, se non alteravano la linearità sintattica. Le ho usate soprattutto nei blues e nelle canzoni con versi brevi e molto ritmati, vicine alla filastrocca infantile, in particolare nell’ultima strofa giusto per chiudere in bellezza.
6) Rima e metrica in struttura rigorosa, quasi a specchio dell’originale. Mi ci sono avventurato solo poche volte, e proprio perché ero spinto dall’impulso all’autodistruzione che mi ha fatto passare notti su My Back Pages e Love Minus Zero / No Limit. Perché proprio quelle canzoni? Non lo so, l’hanno voluto loro. Nel caso di Mozambique, invece, l’unica canzone che mi sono permesso di riscrivere, l’ho voluto io. Non mi è mai piaciuta e me ne sono voluto vendicare, finendo per metterci molto più tempo a tradurla di quanto probabilmente Bob Dylan e Jacques Levy abbiano impiegato a scriverla. Ma era anche inevitabile. Qualunque traduzione che evitasse il gioco delle rime faceva l‘effetto di un dépliant da agenzia di viaggio.

La quarta necessità consisteva nell’essere più fedeli possibile a quei momenti in cui Dylan forza, consapevolmente o no, la lingua inglese, in senso grammaticale e per raggiungere inedite combinazioni di significato. Gli esempi, numerosissimi, coprono tutta la produzione degli anni sessanta e la prima degli anni settanta. A partire da Blood on the Tracks, che esce nel gennaio del 1975, la lingua di Dylan diviene più regolare, più "scritta”, il che non significa che non riservi sorprese, ma solo che non è più al limite del non-grammaticale come accade ad esempio nei Basement Tapes (il cui eloquio è talmente folle che in italiano li potrebbe cantare solo Jannacci, previa riscrittura nel suo milanese o nel suo italiano più lunatico).
In Ballad of Hollis Brown troviamo ad esempio I versi "Your baby’s eyes look crazy / They’re a-tuggin’ at your sleeve”, dove non si capisce se sono gli occhi del bambino a tirare la manica del padre oppure, per ellissi narrativa, tutti i cinque figli, anche se in quella strofa non sono nominati. Per cui ho tradotto: "Il più piccolo ha occhi da pazzo, ti tirano la manica”, senza pretendere di risolvere un’ambiguità che deve rimanere tale. Allo stesso modo, in One Too Many Mornings troviamo costruzioni grammaticalmente ardite come "An’ the silent night will shatter / From the sounds inside my mind” o "From the crossroads of my doorstep / My eyes start to fade”. Difficile qui stabilire se Dylan avesse il controllo della lingua o se fosse la lingua ad avere il controllo di lui. Non è facile rendere la stranezza di questi versi, ma qui stranezza e bellezza sono alleate (non sempre è così) e un tentativo andava fatto, da cui: "E la sera silenziosa andrà in frantumi / per i suoni che avrò in testa”, nonché: "Dagli incroci della soglia / i miei suoni si fanno più fiochi”. Una corrispondenza più precisa si può ottenere in un verso di Boots of Spanish Leather, nel quale "from the place that I’ll be landing” sta per "where I’ll be landing”, "quel luogo dove io sbarcherò”. Ma "that” e "che” possono essere polivalenti tanto in inglese quanto in italiano, per cui è possibile tradurre "quel luogo che io sbarcherò”. Non è corretto in nessuna lingua ma rende molto bene l’effetto di possesso fisico della terra "che” si sta sbarcando.

Il quinto rompicapo era dato dal livello parallelo dell’American English che è costituito dallo slang. Prendiamo ad esempio due versi di Hurricane: "If you're black you might as well not show up on the street / 'Less you wanna draw the heat”. Io ho tradotto: "se sei nero è meglio che neanche ti fai vedere in giro / se non vuoi tirarti addosso la questura”. Qui qualunque traduzione è discutibile, perché "less you wanna draw the heat” potrebbe voler dire "se non vuoi attirare l’attenzione” o addirittura "se non vuoi tirare fuori la pistola”. Ho scartato l’ipotesi della pistola perché, se l’idea è quella di non farsi notare visto che sei nero, allora non è il caso di pensare a tirar fuori la pistola. Ma rimaneva il problema di "heat” [calore] che in senso slang significa ”situazione scomoda o rischiosa” (conosciamo tutti i western o i polizieschi tradotti alla carlona nei quali poco prima di una sparatoria c’è sempre qualcuno che dice: "Qui tra poco comincerà a far caldo”) ma quando è con l’articolo ("the heat”) significa "la polizia”. Dylan usa il termine con lo stesso senso in Subterranean Homesick Blues, dove "Maggie comes… / Talkin' that the heat put / Plants in the bed” non vuol dire "Maggie arriva... / dice che il caldo le ha messo / piante nel letto”, come più o meno hanno tradotto tutti, bensì: "Ecco Maggie... / dice che la pula le ha messo / gli spioni nel letto” ("plants” è slang per "informatori della polizia”). Visto che tre versi prima avevo concluso un verso con un "ancora”, mi sono permesso un’italianizzazione ("questura” invece di "polizia”) per poter finire la strofa con un’assonanza. Quindi ho tradotto: "se non vuoi tirarti addosso la questura”. Altre traduzioni hanno: "a meno che tu non vada in cerca di guai”, chè è senz’altro accettabile, oppure: "se sei nero meglio che non ti si veda neanche per strada / o ti rifilano la patata”, intendendo probabilmente "heat” come "patata bollente”. Ma "trovarsi tra le mani una patata bollente” ha solo una vaghissima parentela con il non cercare guai o non voler attirare l’attenzione della polizia.

La sesta incognita era costituita dai livelli stilistici. In inglese io posso dire "I made a grievous mistake” oppure "I screwed up”. La prima frase è di tono più alto, la seconda è un colloquialismo. Ma dicono tutt’e due la stessa cosa: "Ho fatto un grave errore”, oppure: "Ho proprio fatto uno sbaglio”. Il problema è che "I screwed up” è molto più colloquiale di: "Ho proprio fatto uno sbaglio”, e anzi corrisponde anche a: "Ho incasinato tutto”. Solo che se in italiano dico: "Ho incasinato tutto” faccio ricorso a un registro che in molte circostanze sarebbe considerato eccessivamente basso, mentre in inglese "I screwed up” è accettabile anche in occasioni semi-ufficiali. L'American English ha la grande forza di essere una lingua dove un livello costamente colloquiale e gergale non è visto come "basso stile”. L’italiano ha perso in parte quel livello diciamo così "americano” diventando lingua standard e lasciandolo ai dialetti. Ad esempio, io ho tradotto "Miss Lonely” di Like a Rolling Stone con "Miss Malinconia” perché volevo che ci fosse un’allitterazione in italiano (Mi-ma-li), visto che c’è in inglese (Mi-lo-ly), e perché una di quelle canzoni degli anni trenta che una volta potevano far piangere le signorine comincia con "Buongiorno tristezza, amica della mia malinconia”. Il termine poteva giocare da controcanto ironico alla "Miss Lonely” della canzone, che è una borghese di buona famiglia ignara del destino al quale sta per andare incontro. La "Miss Liceo” degli Articolo 31, nella loro versione rap di Like a Rolling Stone, va altrettanto bene. Ma quando ho letto sul sito dylaniano www.maggiesfarm.it la traduzione in romanesco di Michele Murino, nella quale Miss Lonely diventa "Miss-puzza-al-naso” l’ho trovata formidabile, al punto di rivedere l’intera mia traduzione in chiave più colloquiale di quanto non fosse all’inizio (è da lì, per esempio, che mi è venuta l’idea di tradurre "thinkin’ that they got it made” con "gente convinta di andare alla grande”).
Però non avrei potuto appropriarmi di una soluzione come "Miss puzza-al-naso”. L’espressione è accettabile, anzi è perfetta, nel contesto di una parlata regionale e gergale, ma è troppo bassa per l’italiano standard, dove apparirebbe stonata. A meno, naturalmente, di non prendere il coraggio a due mani e riscrivere tutto Dylan in chiave di italiano il più possibile "basso”. Ma a queste operazioni bisogna avvicinarsi con molta cautela, perché l’italiano è una lingua che ha troppa storia e troppe storie. Eduardo De Filippo ha tradotto la Tempesta di Shakespeare nel napoletano del Seicento con un risultato straordinario, ma il napoletano del Seicento non era un dialetto, era una grande lingua, che possedeva tutti i livelli e li poteva giocare tutti assieme. Un tentativo di "abbassare” costantemente la lingua dylaniana ci porterebbe verso un linguaggio in ultima analisi povero e costretto a sostituire con un continuo ammiccare la complessità di significati che in realtà non sa dire.
Nemmeno Pasolini riusciva a mantenere un tono basso costantemente credibile nei suoi romanzi romani, e Gadda ci riusciva solo perché lo colorava di sarcasmo e di sapienza multilinguistica. Una fiducia eccessiva nel tono unicamente "basso” finisce con il tradurre il nome "Georgia Sam”, che compare in Highway 61 Revisited, con un orrendo "Bingo-Bongo” (l’esempio non è inventato). Per chiarire: "Georgia Sam” è un nome probabilmente ispirato a due cantanti blues che in alcune occasioni si erano fatti chiamare "Georgia Bill” (Blind Willie McTell) e "Georgia Tom” (Thomas A. Dorsey), e non ha nessuna delle connotazioni offensive e perfino razziste che invece si ricavano da quel personaggio di una canzonetta dell’epoca coloniale che parla con gli infiniti come una volta parlava la mamie di Via col vento: "Bingo Bango Bongo stare bene solo al Congo non mi muovo no no…”).
E poi, Dylan non è solo un imitatore degli imitatori di François Villon. In Lay Down Your Weary Tune circolano R. W. Emerson e la grande innodia protestante, Chimes of Freedom risuona di passaggi alla Walt Whitman, Mr. Tambourine Man riporta precisi echi di John Keats, All Along the Watchtower è fatta del libro di Isaia più T. S. Eliot più Wallace Stevens, Every Grain of Sand sarebbe impensabile senza William Blake alle spalle, Angelina, Jokerman e I and I sono ardite costruzioni intertestuali tenute insieme dall’intero tessuto della Bibbia e scritte nell’inglese più "alto” che il genere della canzone abbia mai potuto reggere. Del resto, se così non fosse, se Dylan non fosse anche questo, non esisterebbero le decine e decine di libri scritti su di lui, né i traduttori di mezzo mondo sarebbero così ansiosi di spaccarsi la testa per trovare, nella loro lingua, la resa migliore dei suoi versi."

Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Venerdì 22 Febbraio 2019

Another Side of Bob Dylan - di Leonardo Tondelli                                                    clicca qui

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E’ morto Peter Tork, membro e fondatore dei Monkees                                            clicca qui

 

 
Giovedì 21 Febbraio 2019

Bob Dylan - "Delia"

  

DELIA
da "World gone wrong"
traditional - arranged by Bob Dylan

Delia was a gambling girl, gambled all around,
Delia was a gambling girl, she laid her money down.
All the friends I ever had are gone.

Delia's dear ol' mother took a trip out West,
When she returned, little Delia gone to rest.
All the friends I ever had are gone.

Delia's daddy weeped, Delia's momma moaned,
Wouldn't have been so bad if the poor girl died at home.
All the friends I ever had are gone.

Curtis' looking high, Curtis' looking low,
He shot poor Delia down with a cruel forty-four.
All the friends I ever had are gone.

High up on the housetops, high as I can see,
Looking for them rounders, looking out for me.
All the friends I ever had are gone.

Men in Atlanta, tryin' to pass for white,
Delia's in the graveyard, boys, six feet out of sight.
All the friends I ever had are gone.

Judge says to Curtis, "What's this noise about?"
"All about them rounders, Judge, tryin' to cut me out."
All the friends I ever had are gone.

Curtis said to the judge, "What might be my fine?"
Judge says, "Poor boy, you got ninety-nine."
All the friends I ever had are gone.

Curtis' in the jail house, drinking from an old tin cup,
Delia's in the graveyard, she ain't gettin' up.
All the friends I ever had are gone.

Delia, oh Delia, how can it be?
You loved all them rounders, never did love me.
All the friends I ever had are gone.

Delia, oh Delia, how can it be?
You wanted all them rounders, never had time for me.
All the friends I ever had are gone.


DELIA
traditional - arrangiamento di Bob Dylan

traduzione di Michele Murino

Delia era una giocatrice d'azzardo, giocava d'azzardo da tutte le parti
Delia era una giocatrice d'azzardo, puntava il suo denaro
Tutti gli amici che avevo sono morti

La vecchia e cara mamma di Delia fece un viaggio verso Ovest,
Quando ritornò a casa la piccola Delia era morta
Tutti gli amici che avevo sono morti

Il papà di Delia pianse, la mamma di Delia si lamentò
Non sarebbero stati così male se la povera ragazza fosse morta a casa
Tutti gli amici che avevo sono morti

Curtis guardò in alto, Curtis guardò in basso,
sparò alla povera Delia con una crudele quarantaquattro
Tutti gli amici che avevo sono morti

In alto sui tetti delle case, quanto più in alto riesco a guardare
cerco quegli ubriaconi, che stanno in guardia da me
Tutti gli amici che avevo sono morti

Uomini ad Atlanta che cercano di spacciarsi per bianchi
Delia è al camposanto, ragazzi, sei piedi fuori vista
Tutti gli amici che avevo sono morti

Il giudice dice a Curtis: "Cosa sono queste voci?"
"Sono quegli ubriaconi, Giudice, che cercano di eliminarmi"
Tutti gli amici che avevo sono morti

Curtis disse al giudice: "Quale sarà la mia condanna?"
Il giudice rispose: "Povero ragazzo, ne avrai 99"
Tutti gli amici che avevo sono morti

Curtis è in prigione che beve da una vecchia tazza di latta
Delia è al camposanto, morta
Tutti gli amici che avevo sono morti

Delia, oh Delia, come può essere successo?
Amavi tutti quegli ubriaconi, non hai mai amato me
Tutti gli amici che avevo sono morti

Delia, oh Delia, come può essere successo?
Volevi tutti quegli ubriaconi, non hai mai avuto tempo per me
Tutti gli amici che avevo sono morti


 

 
Mercoledì 20 Febbraio 2019

50 anni fa Dylan e Cash registrarono album tuttora inedito                                      clicca qui

 

 
Martedì 19 Febbraio 2019

Talkin' 10667 - streetoffire

Oggeto: Dylan e il cinema del 2018

Ciao Mr.Tambourine,
non so se nei hai già parlato qui su maggiesfarm: mi pare di no, e seguo il sito praticamente ogni giorno! Nell’ultimo film di Lars Von Trier, “The house that Jack Built”(già uscito all’estero, in Italia dovrebbe arrivare a fine mese come "La casa di Jack"), ci sono ripetute inquadrature del protagonista - interpretato da Matt Dillon - che, in un vicolo, tiene in mano dei fogli con su scritte parole che fa poi cadere per terra… Mi ha VAGAMENTE ricordato qualcosa… Il protagonista del film lo si potrebbe vedere come un’altra faccia dei diversi Dylan di “I’m not there” se non fosse che Matt Dillon interpreta il ruolo di un serial killer...

In realtà ci sono almeno altri due film dove non ho potuto fare a meno di pensare a Dylan, ma probabilmente è la mia mente che ragiona in modo “dylancentrico”…

Un film è “The wife” e narra le vicende di un tizio che vince il Nobel per la Letteratura e va a ritirare il premio con la moglie a Stoccolma (in realtà nella storia raccontata c’è decisamente più di questo). Nel film sono presenti alcuni dettagli del cerimoniale previsti per la premiazione ed ho avuto ulteriore conferma di quanto già pensassi ovvero: “Figuriamoci se Dylan, anche fosse andato, sarebbe riuscito a star dietro a tutta ‘sta fuffa…”. C'è anche un film italiano del 2017, diretto e interpretato da Alessandro Gassmann, che racconta del viaggio del protagonista per andare a ritirare il Nobel per la Letteratura, trattasi de "Il viaggio".

L’altro film è “A star is born”, del 2018, fresco di nomination agli Oscar. La storia è quella arcinota della Rock Star che incontra (e si innamora) di una giovane cantante sconosciuta; lei è brava, certo, ma è lui a credere in lei e a farla esibire su palcoscenici importanti, dandole visibilità e fama immediata. Beh, come non pensare a Joan Baez che si porta in giro Bob Dylan nei suoi concerti? (per tutto il resto il film e la storia artistica di Dylan viaggiano chiaramente su binari differenti). Volendo essere ancora più dylancentrici, potrei dire anche che "A star is born" è un remake di un remake di un remake, essendo stato preceduto da altri due film tratti dalla stessa sceneggiatura. Nonostante ciò è un film originale, per come viene vissuta la storia dai due protagonisti, ed è un film coinvolgente ed intenso, nonostante sia tutto già visto. Che c'entra Dylan? Bè... Spesso lo si accusa di plagio o di non aver inventato niente, un paradosso a pensarci bene: lui che è il più coverizzato e plagiato della storia della musica,accusato di plagio... In ogni caso, anche dove Dylan ha, più o meno consciamente e dichiaratamente o palesemente preso da altri, Dylan ha sempre creato qualcosa di nuovo, unico, ed emozionante. Se prendi una pietra e la trasformi in un qualche manufatto artistico, hai forse plagiato la pietra?

Leggo qui su maggiesfarm che temi/quesiti del tipo “Dylan è un poeta?” e/o “Dylan meritava il Nobel per la letteratura?” sono sempre molto attuali. Come sempre ho trovato le discussioni interessanti, indipendentemente dal punto di vista.

A me viene in mente una battuta che fece Ginger Rogers su Fred Astaire. Lei una volta affermò: “Io sul set facevo gli stessi passi di Fred ma li facevo all’indietro, indossando scarpe coi tacchi…”. Come a dire: "Indovinate chi era più bravo?". E’ una battuta certo, ma direi che c’è decisamente del vero in quella battuta: erano tutti e due bravissimi ballerini ma probabilmente Ginger doveva sbattersi un po’ di più.

Cosa c’entra Dylan? Per me Dylan è come Ginger e tutti gli altri cantautori/rockstar/etc possono (al massimo) aspirare ad avvicinarsi a Fred Astaire… Dylan con le sue canzoni/con i suoi testi/con la sua musica/con le sue parole danza, ma mica come tutti, lui danza coi trampoli, all’indietro, bendato, camminando su una corda sottile, sospeso 8000 metri sopra tutto e tutti, e lo fa decisamente meglio di tutti gli altri!

Marco on the Tracks

Caro Marco, non ho visto i film che citi ma leggendo le tue parole immagino che, se li avessi visti, avrei tratto le tue stesse conclusioni. Condivido pienamente quello che hai detto e mi congratulo con te. L' episodio di Ginger Rogers lo conocevo ed ho apprezzato veramente il paragone con Bob! Alla prossima, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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50 anni fa l'album ancora inedito di Bob Dylan e Johnny Cash                                 clicca qui

 

 
Lunedì 18 Febbraio 2019

Talkin' 10666 - calabriaminimum

Ciao Mr.Tambourine,
eri a conoscenza di questo stupendo tributo a Bob Dylan?
https://www.rockol.it/recensioni-musicali/album/7877/bettye-lavette-things-have-changed

Io l'ho appena scoperto e l'ho trovato semplicemente spettacolare, anche per alcune scelte non banali.
Che ne pensi e soprattutto che ne pensano gli altri della Farm?
Saluti a tutti dal vostro, Dario (twist of fate)

Non la conoscevo, ma sono andato a vedere e sono stato piacevolmente sospreso dall'intensità di Lavette nell'interpretare le canzoni di Bob. Consiglio a te ed a tutti gli amici di andare a vedere i videoclip sotto elencati:

https://www.youtube.com/watch?v=oVWHoXCUCpY

https://www.youtube.com/watch?v=NJujOOFQV-c

https://www.youtube.com/watch?v=FEmbsyubByQ

https://www.youtube.com/watch?v=0fNrmRuI-so

https://www.youtube.com/watch?v=awSVkXcKKI8

Alla prossima, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Sabato 16 Febbraio 2019

I Forgot More Than You’ll Ever Know
(Words & Music by Cecil Allen Null) - pubblicata sull'album "Self Portrait"

  

Rich Stadium - Buffalo, New York, 4 July 1986  - Farm Aid

Bob Dylan (vocal & guitar)
Tom Petty (guitar)
Mike Campbell (guitar)
Benmont Tench (keyboards)
Howie Epstein (bass)
Stan Lynch (drums)
The Queens Of Rhythm: Carolyn Dennis, Queen Esther Marrow, Madelyn Quebec, Louise Bethune (backing vocals)

I forgot more than you'll ever know about her

You think you know
The smile on her lips
The thrill an' the touch
Of her fingertips
But i forgot more than you'll ever know about her.

You think you'll find
A heaven of bliss
In each caress
In each tender kiss
But i forgot more than you'll ever know about her.

You stole her love from me one day
You didn't care how it hurt me
But you can never steal away
Memories of what used to be.

You think she's yours
To have an' to hold
Someday you'll learn
When her love grows cold
But i forgot more than you'll ever know about her


HO DIMENTICATO PIU' DI QUANTO TU SAPRAI MAI
(parole e musica Cecil Allen Null)

traduzione di Michele Murino

Ho dimenticato più di quanto tu saprai mai di lei

Credi di conoscere
il sorriso sulle sue labbra
il brivido ed il tocco
delle sue dita
Ma io ho dimenticato più di quanto saprai mai di lei

Credi di trovare
un paradiso di felicità
in ogni carezza
ed in ogni dolce bacio
Ma io ho dimenticato più di quanto saprai mai di lei

Mi hai rubato il suo amore un giorno
Non ti è importato quanto mi ferisse
Ma non potrai mai rubarmi
i ricordi di quel che è stato

Credi che lei sia tua
di poterla possedere ed abbracciare
Un giorno scoprirai
che il suo amore diventerà ghiaccio
Ma io ho dimenticato più di quanto saprai mai di lei

 

 
Venerdì 15 Febbraio 2019

Torino: Pioggia e Veleno al circolo dei lettori                                                      clicca qui

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Arezzo: Tributo a Bob con la "Blonde on Blonde Band"                                     clicca qui

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Chelsea Hotel, diventerà un hotel di lusso?                                                        clicca qui

 

 
Giovedì 14 Febbraio 2019

Talkin' 10665 - pierpaolo.vigezzi

Ciao Mr.Tambourine,
ti prego di non ridere ma.......mi stavo chiedendo se anche Bob prova gli stessi sentimenti come proviamo noi o se la sua grande sensibilità lo pone su un piano diverso dal nostro.
Pierpaolo

Ciao Pierpaolo, perchè mai dovrei deriderti? E soprattutto perchè mai Bob dovrebbe essere diverso? Specialmente se si tratta d’amore, e le canzoni di Dylan, basta leggerne i testi per constatare che sono intrise d’amore fin nel profondo.
Tutti hanno bisogno d’amore, All You Need Is Love cantavano i Beatles e raramente le parole di una canzone sono state così azzeccate!  Certo lui è Bob Dylan, il Grande, l' Immenso, il Profeta, la Voce di una generazione, e chi ne ha più ne metta, ogni aggettivo funziona per Bob perchè lui è stato ed è un pò di tutto, difficile per noi immaginare questi ultimi 50 anni senza Dylan, però è altrettanto indiscutibile che forse anche lui ha bisogno delle stesse cose che sono indispensabili alla vita di un qualunque uomo, specialmente e, soprattutto, se si tratta d' amore. Da giovani l'amore è una cosa bella, eccitante, fantastica, meravigliosa, strana, quando senti le farfalle nello stomaco e la mente viaggia da sola senza controllo, ma purtroppo è solo una parte della vita, dobbiamo non sottovalutare che più si avanza negli anni e più la vicinanza di un'altra persona diviene indispensabile.
Vado con il pensiero ai sogni ed alle fantasie, povero colui che non sa sognare.......i sogni aiutano a vivere, a sperare, a superare, a volte ci spronano ad andare avanti ed a volte si realizzano pure.......la fantasia è il frutto della mente liberata dalle regole e dalle costrizioni fisiche, spinta magari fino all'esasperazione, nel desiderio o nel bisogno di qualcosa che non abbiamo....ma che vorremmo avere....in fondo anche Dylan è un grande sognatore, uno che ha saputo mettere in musica i suoi sogni, le sue realtà e le sue delusioni, chiaramente, senza nascondere niente. Blood on the tracks fu senza ombra di dubbio quasi una confessione pubblica, come le "lettere al direttore" che si leggono su ogni giornale. Anche lui aveva perso qualcosa e la sua rabbia, specialmente dal vivo rendeva l’idea di quanto dolorosa e sofferta fosse stata la cosa che ancora bruciava dentro di lui. Questa perdita si manifestava nei solchi di Blood, un dolore che poteva essere il mio, il tuo, quello di chiunque, ma non sempre tutti hanno il coraggio di manifestarlo così apertamente. Tutti cerchiamo di essere qualcuno, e pluribus unum, uno fra i tanti, come è scritto sullo stemma degli U.S.A., ed è vero, in fondo siamo solo uno fra i tanti!
Invece per bob la frase assume un altro significato, lui è davvero unico fra milioni!

Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Mercoledì 13 Febbraio 2019

Bob Dylan - Ain't Gonna Go To Hell For Anybody

Musicians:
Keyboards - Spooner Oldham and Terry Young
Drums - Jim Keltner
Lead Guitar - Fred Tackett
Bass - Tim Drummond
Harmony singers - Regina McCrary/Havis, Clydie King, Mona Lisa Young, Mary Elizabeth Bridges, Gwen Evans

 

AIN'T GONNA GO TO HELL FOR ANYBODY
words and music Bob Dylan

I can manipulate people as well as anybody
Force 'em and burn 'em, twist 'em and turn 'em
I can make believe I'm in love with almost anybody
Haul 'em and control 'em, squeeze 'em and tease 'em
All that satisfies the fleshly needs
I've been down that road i know what it needs.

But I ain't gonna go to hell for anybody
I ain't gonna go to hell for anybody
I ain't gonna go to hell for anybody
Not today, not tonight, not tomorrow, no never, no way!

I can persuade people as well as anybody
I got the vision but it could cause division
I can twist the truth as well as anybody
I know how to do it
But it don't suit my purposes and it ain't my goal
To gain the whole world, but give up my soul.

And I ain't gonna go to hell for anybody
I ain't gonna go to hell for anybody
I ain't gonna go to hell for anybody
Not for father not for mother not for sister not for brother, no way!

Smoke arises forever, got a one-way ticket to burn
A place reserved for the devil
And for all of those that done evil
Places of darkness, a trace you can never return.

I can write and steal from people as well as anybody
Know all the devices, paid a lot of prices
I can influence people as well as anybody
Go right up to 'em, i know how to do 'em
Don't need to depend on tricks or on cards
I can see through man's delusions, I can see through his façades

And I ain't gonna go to hell for anybody
I ain't gonna go to hell for anybody
No, I ain't gonna go to hell for anybody
Not today, not tonight, not tomorrow, no never, no way!

NON ANDRO' ALL'INFERNO PER QUALCUNO
parole e musica Bob Dylan

eseguita durante il Gospel Tour autunnale - 1980

traduzione di Michele Murino

Sono in grado di manipolare la gente come chiunque altro
forzarla e bruciarla, sviarla e distoglierla
Sono capace di far credere che amo quasi chiunque
imbrigliarli e controllarli, stritolarli e canzonarli
Tutto quello soddisfa i bisogni della carne
Ci sono stato su quella strada e lo so di cosa c'è bisogno

Ma non andrò all'inferno per qualcuno
Non andrò all'inferno per qualcuno
Non andrò all'inferno per qualcuno
Nè oggi, nè stanotte, nè domani, nè mai, in alcun modo!

Sono in grado di persuadere la gente come chiunque altro
Ho la visione ma potrebbe causare divisione
Posso piegare la verità come chiunque altro
So come farlo
Ma non soddisfa i miei scopi e non è il mio traguardo
Conquistare il mondo intero ma perdere la mia anima

Non andrò all'inferno per qualcuno
Non andrò all'inferno per qualcuno
Non andrò all'inferno per qualcuno
Nè padre, nè madre, nè sorella, nè fratello, in alcun modo!

Il fumo si leva per sempre, hai un biglietto di sola andata
Un posto riservato per il diavolo
E per quelli che han perpetrato il male
Luoghi di tenebra, un sentiero dal quale non puoi più far ritorno

Sono in grado di scrivere e di rubare alla gente come chiunque
Conosco tutti gli stratagemmi, ho pagato un sacco di prezzi
Posso influenzare la gente come chiunque altro
Andare dritto da loro, lo so come farlo
Non ho bisogno di dipendere da trucchi o da carte
Posso vedere attraverso le delusioni dell'uomo, posso vedere attraverso le sue facciate

E non andrò all'inferno per qualcuno
Non andrò all'inferno per qualcuno
No, non ci andrò all'inferno per qualcuno
Nè oggi, nè stanotte, nè domani, nè mai, in alcun modo!

 

 
Martedì 12 Febbraio 2019

Talkin' 10664 - paolo.manclossi

Oggetto: libro "Bob Dylan in Italia"

Non e' per pubblicizzarlo ma e' proprio un bel libro. Un "tomo" ma molto ben riuscito. Per uno che ha raccolto praticamente tutto quanto pubblicato sul nostro, tradotto o "nostrano" il recente libro "Bob Dylan in Italia" e' veramente un opera ben riuscita....non tanto per l'analisi cronologica e la puntuale recensione dei singoli concerti ma per lo spirito e l'amore, se si puo' dire, manifestato da Boggio Merlo e Gandiglio nei confronti di un artista che anche in questa occasiome se ne puo' uscire con l' apellativo di "inimitanile" comunque lo si veda. Naturalmente non tutte le analisi sono condivisibili là dove una interpretazione o un tour sono considerate dei top" e personalmente essendo presente "non proprio" o viceversa.....ma ancora una volta arriva la conferma che anche da noi, come nel resto del pianeta, questo "ultra settantenne" è sempre il benvenuto tra noi. Lasciando da parte la "leggendaria" prima volta a Roma...dalla "sgangherata" prima esibizione all'Arena del 1984 con "Jokerman" come esordio canoro, dal nord al sud Italia (isole comprese) senza alcun dubbio Bob è stato l'artista straniero piu' ascoltato e seguito....e forse anche il piu' amato alla faccia dei tanti "critici musicali" dalla penna facile ma dalle orecchie musicalmente parlando "otturate". Ben vengano certi libri e questo "Bob Dylan in Italia" è fra questi...a completare una "bibliografia" che non ha confronti e che sicuramente e' destinata ad ampliarsi.

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Al Kooper, il miglior musicista alle spalle di Bob Dylan                                            clicca qui

 

 
Lunedì 11 Febbraio 2019

Talkin' 10663 - duluth49

Giovedi' sono andato in un locale di Torino per la presentazione di un nuovo libro su BOB. Il BARRITO cosi' il nome di un piccolo ritrovo di artisti molto intimo, da' spazio a giovani e meno giovani di esibirsi. La mia curiosita' mi ha portato li'. Piacevole serata con presenti FEDERICO BOGGIO MERLO e SERGIO GANDIGLIO per presentare "BOB DYLAN IN ITALIA" , un fantastico viaggio in 101 concerti in Italia di BOB , compreso quello davanti al Papa. Il tomo di 573 pagine racconta storia aneddoti interviste e quant'altro sul nostro. Non ultimo con il libro un CD LIVE di 14 pezzi estrapolati da questi concerti italiani, molto interessante. Aggiungo che queste canzoni vanno dal 1984 al 2018. Casa editrice ARCANA. Vi ho scritto per segnalarvi questa uscita perche' per noi Dylaniati puo' essere una curiosita' conoscere cose inedite sul NOSTRO. Con affetto a tutta la FATTORIA, Marcello.

Grazie per la segnalazione Marcello, certamente utile a molti Maggiesfarmers. Chi volesse acquistare il libro può farlo qui:

https://www.amazon.it/Dylan-Italia-fantastico-viaggio-concerti/dp/8862315449

Alla prossima, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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Torino : How Does It Feel? Something about Bob Dylan a teatro                              clicca qui

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Frascati, Villa Torlonia - Pioggia e veleno: Bob Dylan e la ballata popolare              clicca qui

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Genova, Teatro Cappuccini - Tributo a Tom Petty, storia di un ribelle americano     clicca qui

 

 
Sabato 9 Febbraio 2019

Talkin' 10662 - dinve56

Salve Mister,
come hai già fatto notare tu, è facile che, quando la discussione diventa ampia ed impegnativa, possano nascere fraintendimenti che, per quanto mi riguarda, non scalfiscono minimamente la stima e il sentimento di amicizia per tutti i Farmers che mai dicono banalità sul Nostro, anzi mettono in campo conoscenze e spirito critico notevolissimi. Intanto condivido in pieno la parte dell'intervento di "Gebianchi" sui caratteri della fruizione artistica nella società di massa. Certo la musica è ripetibile infinite volte grazie alle nuove tecnologie, ma il concerto conserva un fascino speciale, soprattutto quello di Dylan anche perchè, come ho già osservato, l'impressione che ho avuto dall'unico concerto a cui ho partecipato, è stata di autenticità: Dylan sul palco è lui come è oggi, senza trucchi scenici e la sobrietà estrema dello spettacolo va a suo merito. L'evento sfugge alla massificazione anche per questo motivo, secondo il mio modesto parere di fan neofita. Le considerazioni sulla sminuizione dell'arte se ricondotta a solo momento emozionale ed empatico, mi hanno suscitato altre riflessioni. Noi uomini e donne moderni mediamente acculturati, che ruolo diamo all'arte? Quando fruiamo di una poesia, di un quadro, di una canzone ecc..., ci poniamo domande, facciamo riflessioni, o ci limitiamo a consumare? Wahrol ha teorizzato che gli oggetti di consumo, infinitamente riproducibili siano arte, ma Dylan si è allontanato da New York e da quel mondo. La svolta è "John Wesley Harding". Al centro della sua produzione resta la sua ispirazione poetica e la sua abilità con il linguaggio delle parole e con quello della musica. Dice Joan Baez in una bellissima e famosissima canzone, più o meno, cito a memoria "...e ora mi dici di non provare nostalgia / ma dammi un'altra parola per questo sentimento / tu che sei sempre stato così bravo con le parole /, a tenerle nel vago...". E torniamo alle parole. Secondo i Sofisti sono così potenti da modificare l'anima e le sue varie attitudini. Se credessimo a questa teoria e la portassimo alle estreme conseguenze, potremmo ipotizzare che le parole e la poesia guariscono dall'angoscia esistenziale. Platone invece riteneva che l'arte e la poesia fossero negative perchè allontanavano dalla vera conoscenza. Impossibile riassumere qui tutte le varie teorie sull'arte, la poesia, la musica. Bastano questi due esempi, però, a dire quanto complesso sia il problema e forse senza soluzione per noi moderni intrisi ancora di fiducia nella scienza che, spesso, inganna ed illude più della poesia e della musica. Per me la poesia e la musica, che ho riscoperto straordinariamente fresche e cariche di significato buono grazie all'incontro con Dylan, sono un varco nel muro di obblighi e doveri che la vita ci impone, un raggio di sole nel grigio di certe giornate molto impegnative. Scusate se ho sforato un po', ma l'argomento è davvero interessante! Cordialità e lunga e buona vita a tutti! Carla.

Cara Carla, io sono convinto che al giorno d'oggi la gente consumi l'arte più che contemplarla come si faceva una volta. Le cose sono cambiate e con esse il mondo e tutti i suoi valori. Intrappolare l'arte in una definizione è oggi impossibile, anche perchè l'arte ha oggi assunto migliaia di forme diverse ed obiettivi diversi, cosa che nel mondo Greco o in quello Romano era impossibile perchè le forme d'arte erano ridotte a poche categorie. Però una cosa è rimasta certa, sia quel che sia, l'uomo ha sempre bisogno dell'arte, qualsiasi forma è valida, per riempire una parte della sua mente e della sua anima. I nostri avi avevano l'Iliade, l'Odissea, poi l'Eneide, più aventi nei secoli ebbero Leonardo, Michelangelo, Filippo Brunelleschi, Sandro Botticelli (nominato anche da Dylan in "When i Pain my Masterpiece"), Caravaggio, Raffaello, Antonello da Messina, il Ghirlandaio, il Bramante, Giorgione, Mantegna, Perugino, Pinturicchio, Pollaiolo, Tintoretto, Giotto, Benvenuto Cellini, il Parmigianino e migliaia d'altri, nomi che solo a dirli ci si riempie di orgoglio e ci viene la pelle di cappone per la loro grandezza ed importanza. Abbiamo poi un'altra categoria non meno importante della pittura, quella dei poeti: Dante in testa, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo, Giovanni Pascoli, Alessandro Manzoni, poi tre premi Nobel Giosuè Carducci, Eugenio Montale, Salvatore Quasimodo, poi Ungaretti e anche qui mi fermo per non fare un lunghissimo elenco. In Musica abbiamo avuto i più grandi compositori, Vivaldi, Rossini, Donizzetti, Puccini, Bellini e Giuseppe Verdi (che misteriosamente non passò l'esame di ammissione al Conservatorio di Milano che oggi porta il suo nome (Poiché Verdi desiderava studiare a Milano, che offriva opportunità e risorse incomparabilmente superiori rispetto alla piccola Busseto, il 14 maggio 1831 Barezzi presentò domanda di ammissione al conservatorio milanese, esortando Carlo Verdi a richiedere per il figlio una borsa di studio al Monte di Pietà e di Abbondanza. Non sortendo alcun effetto, la proposta fu rivolta alla duchessa Maria Luigia e il 14 gennaio 1832 venne approvata; Verdi venne dunque ammesso all'esame preliminare, che tuttavia non superò. Nel verbale redatto il 2 luglio 1832 dal presidente della commissione Francesco Basily si legge la seguente motivazione: «il Sig.r Angeleri Maestro di Pianoforte trovò, che il sud.o Verdi, avrebbe bisogno di cambiare posizione della mano, locché disse, attesa l'età di 18 anni si renderebbe difficile; ed in quanto alle composizioni che presentò come sue, sono perfettamente d'accordo col sig.r Piantanida Maestro di contrappunto, e Vice-Censore, che applicandosi esso con attenzione e pazienza alla cognizione delle regole del contrappunto, potrà dirigere la propria fantasía che mostra di avere, e quindi riuscire plausibilmente nella composizione» L'unico voto favorevole fu quello del celebre violinista e violista Alessandro Rolla, che volle affidare Verdi alle lezioni private di Vincenzo Lavigna, allora maestro al cembalo alla Scala; che trovò le composizioni di Verdi "molto promettenti") che diventerà l'indiscusso N° 1 della musica operistica.
Quindi noi di arte ne abbiamo pieni gli scantinati di tutti i musei italiani, capolavori che non sappiamo dove mettere ne come metterli in esposizione, capolavori che tutto il mondo ci invidia e che è obbligato a venire da noi per vederli. Ho sempre pensato che se gli americani avessero sul loro territorio il Colosseo avrebbero costruito intorno ad esso quatto o cinque Las vegas, e questo mi ha sempre fatto sorridere. In sostanza è impossibile ingabbiare l'arte dentro dei limiti che la costringerebbero impedendole l'espansione, quindi quando si parla di arte molte osservazioni possono avere una loro valenza pur proveniendo da ragionamenti diversi. Ogni nazione ed ogni generazione ha avuto i suo artisti massimi che ha ammirato e venerato,. ed è qiusto sia così. Noi, fan italiani di Bob Dylan, abbiamo capito il valore della sua opera e siamo diventati suoi estimatori, e chi non l'ha capito peggio per lui, ci sono sempre migliaia di artisti molto più semplici da capire ed ammirare, ad ognuno il suo e tutti son contenti! Alla prossima, Live long and prosaper, Mr.Tambourine, :o)

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Bob Dylan: la regia del suo docu-film è affidata a Martin Scorsese                              clicca qui

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Venerdì 8 Febbraio 2019

Israel "Izzy" Young", l'uomo che organizzò il primo concerto di Bob Dylan, ci ha lasciato

Guardate sotto la lettera "Y" nell'indice di uno qualunque dei tanti libri scritti su Bob Dylan e sicuramente ci troverete il nome di Israel "Izzy" Young. “Izzy" Young ( vero nome Israel Goodman Young) è accreditato di aver avuto un ruolo cruciale nella crescita della musica popolare nel 1960, in particolare per aver catapultato il giovane Bob Dylan verso la celebrità organizzando il suo primo concerto alla Carnegie Chapter Hall nel 1961, costo del biglietto $ 2.

Lo "Izzy's Young Folklore Center" in MacDougal Street nel Greenwich Village di New York era il centro assoluto della scena musicale folk, un luogo del quale Dylan scrisse una volta: "Che cosa ha detto la mosca alla pulce? Il Folklore Center è il posto per me".
  

Izzy's Young Folklore Center nel 1964                                                     Il Folklore Center oggi (nell'ovale)

Oggi, che questa citazione è incorniciata in una bacheca presso il Folklore Centrum di Stoccolma in Svezia, dove Young ha trascorso gli ultimi tre decenni organizzando concerti per musicisti locali e raccogliendo libri e articoli sulla musica popolare dei giorni di “ Freewheelin' “, quando beatnik e folkies affollavano il Village per reinventare se stessi.

  Folklore Centrum - Stoccolma

La mentalità di allora era quella di fregarsene da dove eri venuto e puntare su dove ti stavi dirigendo. Molto tempo più tardi Dylan disse a un giornalista che indagava sul suo mitico passato: "La nostalgia è la morte", ma la nostalgia è ciò che ancora oggi spinge i fans di Dylan ad affluire allo Young Folklore Centrum di Stoccolma. Per loro, che sono ancora giovani, l' ormai 90enne Young è ancora il ragazzo che conosceva Bob Dylan.
"Ce ne sono a decine che ogni settimana vengono qui" ha detto Young dei fans di Dylan. "Hanno letto ogni libro scritto su Dylan, sanno tutto, allora perché venire qui? Beh, vogliono che racconti loro le storie su come Dylan li fotteva tutti e su come prendeva la droga. Vogliono pettegolezzi... Ho avuto qui fino a 100 persone come queste quest' anno, e nessuno di loro ha detto nulla di interessante per me. Ciò significa che non possono capire Dylan".

Con la passione e la compulsività di un devoto collezionista, Young ha rivestito le pareti del Folklore Centrum con album, ritagli di giornale, foto e volantini. Un immenso scaffale che occupa da solo un locale del negozio situato nel cuore del quartiere un tempo bohemien di Södermalm, è pieno di ritagli di articoli su Dylan pubblicati dalla stampa svedese.



Ma Young preferirebbe parlare di se stesso piuttosto che di Bob Dylan, dopo tutto, perchè il lancio della carriera di Dylan fu solo una parte della sua vita, ma le persone sembrano interessarsi solo a quella. Ma anche per Young quel periodo è stato il più significativo, lui ritaglia con attenzione ogni articolo su Dylan che gli capita sottomano e lo infila nel raccoglitore dove tiene anche I ritagli che parlano di lui stesso.

Young sembra frustrato quando non riesce a trovare un libretto che ha scritto sul suo passato nel Bronx. Il suo sistema di archiviazione segue una logica che sfugge facilmente ai visitatori e, a quanto pare, anche a lui stesso. Gira sottosopra mucchi di carte, accatasta e mescola fogli di appunti uno sull’altro e li infila in pesanti cartelle. " Vediamo, vediamo..." dice senza aver perso nulla del suo accento Newyorkese. "Dunque, poesia, lettere , articoli su di me... No ... Oh, ecco qualcosa che io chiamo “stranezze sulla musica da affrontare in seguito". Poi: " Aha ! Questo è il Village nel 1969. Questo è il mio amico che aveva questo negozio che vendeva chitarre e che si è sposato nel mio appartamento. Se abitassi ancora a New York City ora mi avrebbero nominato almeno Vescovo".
Young rinuncia a cercare il libretto sul Bronx. Ora focalizza la sua attenzione su di un invito a nozze dattiloscritto che elenca come officiante “Israel G. Young, Minister, Universal Life Church, Modesto, California.” Il menu comprende knishes del negozio di Yonah Shimmel, fegatini di pollo tritato, ciambelle, e "vari piatti su ordinazione". " Da non credere eh? Questo era il Village, dove nessuno vuole sapere se ci sono ancora ebrei" dice, "Vedi, io sono fedele alle mie origini. Non faccio credere di non essere ebreo".

Young nasce nel Lower East Side nel 1928. "Sono cresciuto al 110 di Ludlow Street" ha detto, "Proprio un posto misero". Lui si tuffa nelle sue note e rimescola di nuovo le cartelle, poi mi porge una pagina di un suo manoscritto che ha scritto durante l'estate. Gran parte della nota è dedicata alla sua educazione ebraica, prima nel Lower East Side, dove c'erano "un sacco di mercati, teatri e più ebrei che in tutta New York, con un sacco di bambini con cui giocare, e le visite occasionali alle sinagoghe locali", e poi nel Bronx, dove la famiglia del giovane si trasferì dopo l'offerta di affitto gratuito per sei mesi per favorire il riempimento dei nuovi edifici popolari del quartiere.

Young è stato all'epicentro dell'esplosione popolare del folk negli Stati Uniti, "Quelli furono i miei favolosi anni, non chiedetemi come sono sopravvissuto perché sto ancora cercando di capirlo".
Fu in quegli anni favolosi che Young organizzò il primo concerto di Dylan "Ho rotto il culo alla gente per convincerli a venire al concerto" ha detto. "Solo 52 persone si presentarono, ma circa 300 persone ricordano di essere stati lì. Tutti vogliono dire che erano a quel concerto. Hai capito? "
Young sembra risentirsi con i fans di Dylan che arrivano al Folklore Centrum solo per prendere un curioso contatto con lui, come se fosse un esemplare vivo della storia di Dylan. Egli manifesta un certo dispiacere, e dice di essere appesantito da preoccupazioni finanziarie e che non può più permettersi la quota associativa alla comunità ebraica. "La gente viene qui da tutto il mondo per vedere questo posto. Dovrei veramente far pagare qualcosa".

L'ultima volta che ha visto Dylan, dice quest’uomo la cui, volente o nolente, eredità è indissolubilmente legata a Dylan, è stato dieci anni fa. Young fu ammesso nel backstage di un concerto dopo che il responsabile capo della Security di Dylan era venuto al Folklore Centrum a cercarlo. I due vecchi amici ebbero una breve chiacchierata e dopo pochi minuti una donna della squadra di Dylan arrivò portando un maglione per Bob.
«E lui si è girato per indossarlo" ha detto Young imitando i movimenti del vecchio re del folk. "In altre parole, era tempo per me di andare. La cosa mi ha ricordato la scena finale del dramma di Strindberg “The Father”, dove l'uomo si gira e il servo mette una veste bianca su di lui. Sai, un servo, non uno della sua famiglia. Questa è una cosa terribile per me da pensare, quella scena mi torna sempre alla mente".

Young ha cercato di organizzare un altro incontro con Dylan, ma tutta la corrispondenza deve passare attraverso l'ufficio di Dylan e finora è stato impossibile per lui contattarlo direttamente. "Forse l'unica cosa che potrei dirgli sarebbe - Sai, tu ed io siamo la stessa persona -". “Cosa vuoi dire Izzy?” mi chiederebbe lui, Allora io gli direi: "Bene, hai fatto quello che hai voluto ed hai continuato a farlo per tutta la vita, ma niente è cambiato, io ho fatto tutto quello che ho voluto e anche per me niente è cambiato, quindi, anche se io oggi sono in fondo alla scala sociale e tu invece sei in cima, non c'è alcuna differenza tra noi”. E lui sarebbe d'accordo con me.

(Fonte: http://www.tabletmag.com/scroll/157789/the-man-behind-bob-dylans-first-concert)

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Morto Izzy Young, genio del Folk che lanciò Bob Dylan: aveva 90 anni                    clicca qui

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È morto Izzy Young, lanciò un giovane Bob Dylan                                                     clicca qui

 

 
Giovedì 7 Febbraio 2019

Talkin' 10661 - calabriaminimum

Carissimo Mr.Tambourine,
continuo a cadenza non regolare con la pubblicazione del mio "Poema" ispirato all'opera di Dylan e in particolare al periodo 1973-1979.
Stavolta ho deciso di inviarti due brani, tratti da questa nuova raccolta di composizioni dal titolo "Canto il poema della regina dal piede d'oca"
Spero possano incontrare il gradimento degli amici della Farm, come il buon Alexian Wolf, che colgo l'occasione per salutare e ringraziare.
Primo brano:
https://www.intertwine.it/it/read/8BGYimUP/canto-il-poema-della-regina-dal-piede-d-oca

Secondo brano:
https://www.intertwine.it/it/read/1BqMHOU5/di-nuovo-in-viaggio-destinazione-tarifa

A presto! Un saluto a tutti i farmer da parte di
Dario twist of fate aka Peppario

Caro Dario, come al solito sei "maestro di penna"! Grazie, alla prossima, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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Talkin' 10660 - lucaborrelli68

Oggetto: Bella questa canzone di Bob, vale tutto "Desire"

Jacques Levi - Black Diamond Bay - https://youtu.be/8Nz5IieFwFs

Up on the white veranda
She wears a necktie and a Panama hat
Her passport shows a face
From another time and place
She looks nothing like that
And all the remnants of her recent past
Are scattered in the wild wind
She walks across the marble floor
Where a voice from the gambling room is callin' her to come on in
She smiles, walks the other way
As the last ship sails and the moon fades away
From Black Diamond Bay
As the morning light breaks open, the Greek comes down
And he asks for a rope and a pen that will write
Pardon, monsieur, the desk clerk says
Carefully removes his fez
Am I hearing you right
And as the yellow fog is lifting
The Greek is quickly heading for the second floor
She passes him on the spiral staircase
Thinking he's the Soviet Ambassador
She starts to speak, but he walks away
As the storm clouds rise and the palm branches sway
On Black Diamond Bay
A soldier sits beneath the fan
Doing business with a tiny man who sells him a ring
Lightning strikes, the lights blow out
The desk clerk wakes and begins to shout
Can you see anything
Then the Greek appears on the second floor
In his bare feet with a rope around his neck
While a loser in the gambling room lights up a candle
Says, open up another deck
But the dealer says, attendez-vous, s'il vous plait
As the rain beats down and the cranes fly away
From Black Diamond Bay
The desk clerk heard the woman laugh
As he looked around the aftermath and the soldier got tough
He tried to grab the woman's hand
Said, here's a ring, it cost a grand
She said, that ain't enough
Then she ran upstairs to pack her bags
While a horse-drawn taxi waited at the curb
She passed the door that the Greek had locked
Where a handwritten sign read, do not disturb
She knocked upon it anyway
As the sun went down and the music did play
On Black Diamond Bay
I've got to talk to someone quick
But the Greek said, go away, and he kicked the chair to the floor
He hung there from the chandelier
She cried, help, there's danger near
Please open up the door
Then the volcano erupted
And the lava flowed down from the mountain high above
The soldier and the tiny man were crouched in the corner
Thinking of forbidden love
But the desk clerk said, it happens every day
As the stars fell down and the fields burned away
On Black Diamond Bay
As the island slowly sank
The loser finally broke the bank in the gambling room
The dealer said, it's too late now
You can take your money, but I don't know how
You'll spend it in the tomb
The tiny man bit the soldier's ear
As the floor caved in and the boiler in the basement blew
While she's out on the balcony, where a stranger tells her
My darling, je vous aime beaucoup
She sheds a tear and then begins to pray
As the fire burns on and the smoke drifts away
From Black Diamond Bay
I was sitting home alone one night in L.A.
Watching old Cronkite on the seven o'clock news
It seems there was an earthquake that
Left nothing but a Panama hat
And a pair of old Greek shoes
Didn't seem like much was happening
So I turned it off and went to grab another beer
Seems like every time you turn around
There's another hard-luck story that you're gonna hear
And there's really nothing anyone can say
And I never did plan to go anyway
To Black Diamond Bay
Compositori: Dylan Bob / Levy Jacques

Si, bella versione, però quella di Bob è tutta un'altra cosa, sei d'accordo? Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Mercoledì 6 Febbraio 2019

Talkin' 10659 - calabriaminimum

Carissimo Mr.Tambourine,
Vorrei fare un breve intervento sulla discussione Bob Dylan: poesia o canzone d'autore?

Credo che l'errore di questa distinzione sia dettato da una convinzione che molti hanno sviluppato su "che cosa può considerarsi poesia e cosa no".
Se consideriamo la tradizione europea, diciamo dal 1400 in poi, quelle di Dylan non possono essere altro che canzoni, se pur d'autore e di
valore. Se invece torniamo più indietro nel tempo, possiamo scoprire come in epoche precedenti e in particolare secondo gli antichi greci
non esisteva una così netta divisione tra componimento poetico e canzone.
Vi rimando a questo interessante articolo:
http://www.simonescuola.it/musike/concettoclassico.htm
il quale si riferisce all'epoca alessandrina e in particolare a quel tipo di poesia cantata e accompagnata dalla lira. Quindi se prendiamo come termine di paragone Pidaro, Eschilo e Sofocle, e in generale tutta quella tradizione di poeti "performer", i quali usavano esibirsi
accompagnati da strumenti, Dylan può essere ampiamente considerato un poeta. Se invece facciamo riferimento ai poeti libreschi, salvo
l'eccezione di Tarantula, il Nostro non può essere considerato altro se non un autore di testi per canzoni. Senza entrare nel merito se una
canzone sia da considerarsi una composizione più o meno strutturata rispetto a un componimento poetico. Personalmente, avendo tentato di imbracciare più volte uno strumento e di scrivere una canzone, io sono dell'opinione che in certi casi sia molto più complesso scrivere un
brano musicale, accompagnato da testo. Ma resta la mia semplice opinione. Ci sono certamente dei testi di Dylan che hanno nettamente
superato per importanza e per tematiche molte poesie contemporanee: basti prendere un'antologia di liceo e scoprire come spesso, nella
parte finale vi sia uno spazio anche per i testi delle canzoni, segno che alcune cose stavano già cambiando (things have changed) prima
ancora del riconoscimento del Nobel. Se un giorno Dylan verrà studiato come un Poeta maggiore, resto un po' perplesso, ma certamente si è già creato la sua nicchia da autore vivente e contemporaneo. Le cose quindi possono solo migliorare, a mio avviso. Tuttavia si tratta di
argomenti molto delicati e non semplici da affrontare su un forum o su una conversazione telematica, a mio parere.

Cordiali saluti, Dario Greco (Twist of fate)

Ciao carissimo Dario, grazie per averci fatto sapere il tuo parere sulla discussione "Bob Dylan: poesia o canzone d'autore?", parere per altro ampiamente condivisibile. Alla prossima, Mr.Tambourine, :o)

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Al Kooper, il pianista di Bob Dylan                                                                          clicca qui

 

 
Martedì 5 Febbraio 2019

Talkin' 10658 - gebianchi

Cari Alunni e Mr. Tambourine, sgombriamo il campo da un possibile fraintendimento; io amo moltissimo Bob Dylan (altrimenti non ne seguirei le gesta!!) e le sue canzoni mi hanno influenzato e accompagnato da sempre; credo di essere stato tra i non moltissimi dinosauri presenti fin dal primo concerto dell’84 in quel di Verona. Ne’ mi animano vezzi pseudo intellettualoidi alla Baricco, anzi ho plaudito al Nobel conferito al nostro eroe, perché comunque al di là delle limitazioni cui è costretta la forma - canzone -, molti dei suoi testi sono comunque a mio avviso altissima letteratura. Premesso ciò, in realtà mi pare che vostri commenti confermino, esplicitandolo ulteriormente il mio intervento. Il problema della canzone commerciale è proprio quella interconnessione costante e obbligata tra testo e musica, necessaria per restare entro i canoni della tonalità e della orecchiabilità che il mercato e l’ascoltatore avvezzo a stilemi musicale e narrativi piuttosto banali è in grado di recepire.

Ora, a parte il fatto che se Dante e Petrarca fossero vivi, probabilmente scrivererebbero oggi in maniera ben diversa, visto che comparare il dolce stile novo alle avanguardie novecentesche mi pare fuorviante, sta di fatto che le logiche di mercato in cui ricade la musica di consumo, il rock, il pop, etc., non permettono di fatto quella libertà espressiva che forme d'arte meno vincolate al mercato consentono, circoscrivendo in maniera abbastanza standardizzata eventuali spunti creativi dissonanti rispetto a ciò che il pubblico si aspetta. Vale anche per il mio amato De Andrè che della orecchiabilità e della melodia accattivante ha sempre fatto ampio utilizzo.

L'arte è per sua natura trasgressiva, anticipatrice, spesso spiazzante o disturbante, aggettivi che mal si addicono a gran parte del circuito musicale dominato da case discografiche i cui direttori marketing orientano il prodotto in direzione meramente commerciale, aspetto da cui nemmeno il nostro amato Dylan è in grado di sottrarsi. La stessa struttura meccanica del CD è limitante, obbligata da regole precise, esattamente quelle richieste ed imposte dal mercato. E’ proprio la vocazione popolare e di consumo immediato a guidare in maniera artisticamente cogente qualunque cantante o cantautore esso sia. Poi esistono sperimentatori che del mercato riescono abbastanza a non tenerne conto, io non conosco sufficientemente il panorama cantautorale americano, ma ad esempio in Italia gruppi come gli Area o autori come Vinicio Capossela o il compianto Cladio Lolli, se ne sono sempre abbastanza fregati del mercato, ed infatti, almeno quest’ultimo, ne è sempre stato emarginato finendo i suoi giorni con un conto in banca non certamente da rockstar. Questo non significa che le loro canzoni siano più o meno belle di quelle di altri autori, dato questo estremamente soggettivo, però sono meno commerciali e commerciabili, e a mio avviso più in linea con un percorso di ricerca artistica intellettualmente stimolante e che segue regole totalmente diverse e non codificate dal mercato.

Devo poi due necessarie precisazioni al mio precedente intervento. La prima concerne l'equiparazione tra un tranquillante o un percorso psicoanalitico e la possibile funzione terapeutica dell'arte. Il mio voleva evidentemente essere un paradosso, e mi auguro di non aver offeso la signora Dinve56 (non era mia intenzione e se l’ho fatto me ne scuso), ma era un tentativo di ribadire la necessità di evitare un approccio puramente empatico nei confronti dell'opera d'arte, atteggiamento questo, che non ci permette alcuna attribuzione di valore. Se il metro è quello delle nostre sensazioni, il rischio di enfatizzare il valore artistico di un'opera che riesce a commuoverci o a prenderci allo stomaco a fronte di un'altra meno emotivamente coinvolgente è quello poi di proiettare su entrambe un giudizio di valore del tutto falsato e pregiudizievole. La seconda, fa riferimento alla differenza tra il ruolo e la funzione dell’artista nell’epoca contemporanea rispetto al passato.

Caro Mr.Tambourine, quando citi Michelangelo e Leonardo come avviluppati nelle medesime spire del mercato in cui è costretto l’artista contemporaneo, dimentichi che l’irrompere del capitalismo nella modernità ha determinato necessariamente un approccio totalmente diverso all’arte ed alle dinamiche che ne regolano il suo consumo. Altro era il mecenatismo del signore rinascimentale, altre sono le logiche ferree di un sistema il cui obiettivo è unicamente il profitto, aspetto del tutto assente nelle scelte di committenza cui i vari artisti erano incaricati. Inoltre, citando uno dei massimi filosofi del 900, Walter Benjamin (L’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica), la grande frattura tra il passato e la modernità, consiste proprio nel fatto che quest’ultima ha sviluppato sistemi di supporto e di riproduzione tali da permettere la fruizione dell’arte a masse sempre più ampie di, nel caso della musica, ascoltatori. Se un tempo la riproduzione musicale era un momento unico e irripetibile (il concerto), l’avvento di supporti fonografici e di riproduzione del suono ha consentito a tutti di fruire il medesimo prodotto in condizioni spazio temporali le più disparate; lo stesso dicasi per un quadro, che se un tempo stava ben custodito agli sguardi altrui, nella sala del proprietario o al limite in quella di un museo, dalla fine dell’ottocento in poi (e con strumenti sempre più affinati) è diventata patrimonio condivisibile attraverso la riproduzione fotografica in un numero potenzialmente infinito di copie. Nel caso della musica poi, la riproduzione discografica permette di contestualizzare la fruizione nelle condizioni più diverse (In auto, facendo jogging, seduti su un divano). Questo se da un lato desacralizza l'evento musicale, con ovvia eccezione per il concerto che rimane un evento unico, dall'altro trasforma la fruizione, quella discografica, in consumo ,desacralizzandola e depurandola di quel valore cultuale per il quale, era anticamente nata. In questa prospettiva è fondamentale lo sviluppo della società di massa, per la quale, perdendo l'aura mistica che la avvolgeva, l'arte, in questo processo di massificazione ha assunto nel 900, connotazioni politiche precedentemente del tutto assenti, realizzando un sempre più necessario contatto con la quotidianità e le sue tematiche esistenziali, esacerbando, anziché lenire, la crisi valoriale che scuote l'uomo moderno, e destituendola da ogni funzione consolatoria che poteva invece mostrare in passato. Mi fermo qui. Il discorso sarebbe molto, forse troppo lungo e complesso e penso di aver già sollecitato abbastanza la pazienza di tutti i Farmers!!!

Saluti, Giuseppe Enrico Bianchi


Caro Giuseppe, lasciami dire che sono completamente d’accordo con tutto ciò che scrivi! In merito alle tue due precisazioni credo tu possa stare tranquillo che la simpatica e stimata signora Dinve56 (Carla) non si è minimamente offesa per il tuo paradosso che era più che evidente essere tale. Carla credo sia una persona che ama gli scambi di opinioni intelligenti, quindi non può che apprezzare i tuoi interventi. Avere delle piccole divergenze non vuol dire essere nemici, anzi, sono solo piccole cose che qualche volta attraverso lo scambio di pareri su queste pagine riescono anche a modificare e migliorare una opinione diversa dalla nostra.
Quando ho detto che Leonardo e Michelangelo erano costretti nelle stesse spire del mercato, intendevo proprio significare che quei due personaggi irripetibili, in un certo senso, dovevano tener conto di quelle che erano le regole del loro tempo, e penso che il mecenatismo era quello che ai tempi sostituiva il capitalismo odierno e le moderne regole del mercato. Leonardo e Michelangelo, e come loro le altre centinaia di straordinari artisti che il nostro rinascimento ha avuto la fortuna e la capacità di presentare all’attenzione ed all’ammirazione del mondo intero, in qualche modo erano anche loro sottoposti ad un giudizio artistico ed estetico che ne decretava il successo, un pò come oggi, chi vale, ossia che ha il talento giusto, arriva alla notorietà e ci rimane, chi ha un talento mediocre resta a galla solo per poco prima di finire dimenticato. Questo era il senso delle mie parole, i tempi cambiano ed anche l’arte cambia con loro adeguandosi, ma la differenza tra genio e mediocrità rimarrà sempre.
Per finire vorrei assicurarti che i Farmers hanno molta pazienza nei riguardi di interventi come i tuoi, quindi non pensare mai di abusare della loro pazienza. Alla prossima, con stima, live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 
Lunedì 4 Febbraio 2019

Talkin' 10657 - cimar 2003

Bob Dylan vuole “dissetare” l’Africa                                                         clicca qui

Grazie per la segnalazione! Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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When He Returns

  

Written by: Bob Dylan

The iron hand it ain’t no match for the iron rod
The strongest wall will crumble and fall to a mighty God
For all those who have eyes and all those who have ears
It is only He who can reduce me to tears
Don’t you cry and don’t you die and don’t you burn
For like a thief in the night, He’ll replace wrong with right
When He returns

Truth is an arrow and the gate is narrow that it passes through
He unleashed His power at an unknown hour that no one knew
How long can I listen to the lies of prejudice?
How long can I stay drunk on fear out in the wilderness?
Can I cast it aside, all this loyalty and this pride?
Will I ever learn that there’ll be no peace, that the war won’t cease
Until He returns?

Surrender your crown on this blood-stained ground, take off your mask
He sees your deeds, He knows your needs even before you ask
How long can you falsify and deny what is real?
How long can you hate yourself for the weakness you conceal?
Of every earthly plan that be known to man, He is unconcerned
He’s got plans of His own to set up His throne
When He returns

 

 
Sabato 2 Febbraio 2019

Talkin' 10656 - naxela56

Ciao Mr. Tambourine,
mi sono imbattuto in una poesia di Brecht e mi è venuto un dubbio e così, per divertimento, azzardo un'ipotesi.
Sulla discendenza musicale, e in parte tematica, di With God On Our Side da The Patriot Game di Dominc Behan (a sua volta ... etc. etc.) mi sembra che sul sito si sia già scritto e quindi non mi dilungo.
Ecco di seguito il testo di Deutsches Miserere di Bertolt Brecht (la poesia compare nel dramma "Schweyk nella seconda guerra mondiale"):

- versione italiana: MISERERE TEDESCO

Un bel giorno i nostri comandanti ci imposero
Di conquistare per loro la piccola città di Danzica.
Noi facemmo irruzione in Polonia con carriarmati e bombardieri
La conquistammo in tre settimane.
Dio ce ne scampi
(Gott bewahr uns = Dio salvaci)

Un bel giorno i nostri comandanti ci imposero
Di conquistare per loro Norvegia e Francia.
Facemmo irruzione in Norvegia e in Francia
Le conquistammo tutte durante il secondo anno in cinque settimane.
Dio ce ne scampi.
(Gott bewahr uns = Dio salvaci)

Un bel giorno i nostri comandanti ci imposero
Di conquistare per loro Serbia, Grecia e Russia
Noi andammo in Serbia, in Grecia ed in Russia
Ed ora combattiamo per la nostra nuda vita da due lunghi anni.
Dio ce ne scampi.
(Gott bewahr uns = Dio salvaci

Un bel giorno i nostri comandanti ci imporranno
Di conquistare il fondo degli oceani e i monti della Luna
Ed è già duro qui in questa Russia
E il nemico implacabile e l'inverno gelido e non sapere la strada per tornare a casa.
Dio ce ne scampi e ci riporti a casa.
(Gott bewahr uns und führ uns wieder nach Haus = Dio salvaci e riportaci a casa)

- versione inglese: GERMAN MISERERE

A beautiful day our leaders commanded us
To conquer for their sake the little city of Danzig
We broke in Poland with Tanks and Bombers
We conquer it in three week.
May God save us.

A beautiful day our leaders commanded us
To conquer for their sake Norway and French
We broke in Norway and Franch
We conquer them during the second year in five week.
May God save us.

A beautiful day our leaders commanded us
To conquer for their sake Serbia, Greece and Russia
We did go in Serbia, Greece and Russia
And now we battle for our bare lives since two long years.
May God save us.

A beautiful day our leaders will command us
To conquer the bottom of the oceans and the mountains of the Moon
And it's hard yet here in this Russia
And the enemy strong and the winter cold and the way to home unknown.
May God save us and lead us to home.

fonte: https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=47138&lang=it

Mi sembra che la struttura del testo autorizzi a immaginare (senza probabilmente provarlo) che Dylan lo avesse in mente nella composizione delle liriche di With God On Our Side, canzone che Joan Baez amava moltissimo. Ma insomma, mi sembra che finora l'unica influenza riconosciuta di Brecht (L'opera da tre soldi, Jenny, etc.) su una canzone di Dylan fosse relativa a When The Ship Comes In.
In quei primi anni la mente del genio assorbiva tutto con una velocità impressionante ...

https://www.interferenza.net/bcs/interw/65-mar3.htm

https://www.nytimes.com/2006/10/08/theater/08zino.html

con affetto da Bobcat a Bobcat,
Alexan Wolf

Caro Alex, la tua osservazione sull' influenza di Brecht sul giovane Bob Dylan non è per niente campata in aria. Suze Rotolo nel suo libro "A freewheelin' Time - sulla strada di Bob Dylan" dice che portò Bob al Lucille Lortel Theatre in Christopher Street a New York a vedere "L'opera da tre soldi" e che questo impressionò molto Dylan. Sappiamo ormai che Dylan è sempre stato un'enorme spugna che immagazzina tutto quello che vede e che sente per poi ritiralo fuori quando a lui sembra giunto il momento adatto. Dylan è una mente fervida ma anche umile, non si è mai proclamato il migliore di tutti e non gli ha mai dato fastidio dichiarare le diverse influenze che sono poi finite nelle sue canzoni. Dylan ha preso da molti altri autori che lui stimava, autori di diversi colori politici e con tematiche diverse, ma nelle sue rielaborazioni è riuscito a mantenere inalterato il suo stile ed il suo marchio di fabbrica. Per questo motivo forse è sempre stato impossibile classificare Dylan vicino o facente parte di un qualsiasi movimento o corrente politica. Dylan ha detto di non essere mai stato un pacifista, di non aver mai scritto canzoni politiche ad eccezione di di All Along The Watchtower, forse la canzone più totale scritta da Bob, la canzone che comprende tutto, forse il meglio dal punto di vista della scrittura dylaniana. Tanti sono i temi ed i riferimenti inseriti nella canzone, difficile individuare l'esatta interpretazione del testo e dei riferimenti storici, nomi e fatti. Fondamentalmente si tratta di un "avviso", una specie di "io ve l'avevo detto" alla totalità delle incongruenze del sistema americano, che dice rosso e fa verde. Dylan pesca nella mente e negli scritti dei saggi del passato, usa la similitudine della distruzione di Babilonia per dire "Attenti, se si continua così potrebbe succedere anche a New York. Quasi una profezia biblica se pensiamo che molti anni dopo gli angeli della morte si abbatteranno sulle due torri di New York, e non impostra se New York ci sia ancora, se non è stata distrutta completamente come Babilonia, ma la lezione è stata di certo recepita, gli americani hanno accusato il colpo, e Dylan li aveva avvertiti.
Certo la struttura e la tematica di With God on Our Side sono sulla falsariga del German Miserere e come hai fatto giustamente notare tu anch'io condivido la tua osservazione. Dylan è stato tutto e non è stato niente, a questo proposito suggerisco a te ma anche a tutti i nostri lettori questo bel saggio scritto da Maurizio Stefanin per "Il Foglio":

http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/dylan-de-sinistra-ma-va-scordatevi-marcuse-che-defin-brecht-128540.htm

Sono certo che apprezzerai la galoppata di Stefanin fra i diversi Dylan classificabili nei suoi diversi cambiamenti. Alla prossima, Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

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Scorsese ha fatto un documentario sulla "'Rolling Thunder Revue"          clicca qui

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Dylan aiuta i Bear and a Banjo per il testo di "Gone But Not Forgotten"    clicca qui

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Stevie Riks - The Traveling Wilburys - Tweeter and The Monkey Man

  

 

 
Venerdì 1 Febbraio 2019

Talkin' 10655 - dinve56

Oggetto: Ancora sullo scopo dell'arte

Salve Mister,
grazie delle parole con cui hai illustrato il senso del potere consolatorio dell'arte in generale e della poesia cantata in particolare contenuto nella mia ultima mail. Vorrei aggiungere poche considerazioni. Forse l'arte vera non ha scopi dichiarati e sono i suoi fruitori a darle uno scopo; Bob Dylan non è solo un grande scrittore di canzoni, come ha riconosciuto anche "Gebianchi", ma è soprattutto un poeta per l'uso del linguaggio. La specificità della poesia è la "callida iunctura", l'unione insolita delle parole che conferisce al testo poetico valore evocativo e simbolico. Numerose canzoni di Dylan sono autentiche poesie proprio perchè la suggestione delle immagini deriva da un uso sapiente del linguaggio. Trovare queste schegge d'oro nel grande fiume della produzione dylaniana non solo consola, ma dà gioia e speranza, come è normale che succeda quando si incontra la bellezza, sempre che si sia in grado di coglierla e capirla. Lunghissima vita a Bob Dylan e buon ascolto a tutti i suoi sostenitori," vecchi" e "nuovi"! Carla.

 

 

 

 

 

Noi per Bob siamo come i marines, "semper fidelis"! Live long and prosper, Mr.Tambourine, :o)

 

 

 

 

 

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Shapiro e Vandelli, nemiciamici                                                                clicca qui

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Bohemian Rhapsody? È un film santino che non dice la verità              clicca qui

 

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