MAGGIE'S FARM

SITO ITALIANO DI BOB DYLAN

 I giorni del Tuono / Sulle piste del tuono

di Riccardo Bertoncelli

Ciao Michele, ti mando due pezzi sulla "Rolling Thunder", usciti su "Musica" e su Linus di novembre.
Ciao, a presto. Riccardo Bertoncelli

Un grazie di cuore a nome di MF . Michele "Napoleon in rags"

Bob Dylan - I giorni del Tuono
di Riccardo Bertoncelli

E' passato un altro Nobel e di Bob Dylan nessuna traccia. Gli Accademici di Svezia premiano ungheresi, caraibici, africani e non si avventurano mai dove mezzo mondo vorrebbe, dalle parti di un vecchio idolo rock che in gioventù coltivò molto e bene la poesia (da grande un po' meno, a dire il vero). Secondo me fanno benissimo a girare al largo, ma il discorso è lungo e porterebbe lontano. Stiamo più vicini. Stiamo al fatto che gli appassionati non sono poi così delusi, se è vero che il loro campione continua a girare in tour, come fa implacabilmente da 15 anni, e per questo fine d'anno ha deciso di aprire almeno un po' la porta dei suoi favolosi archivi - che è una specie di Giubileo molto gradito e non così frequente.
Lo sanno tutti che Dylan ha un forziere che neanche Zio Paperone; un personale Fort Knox, un deposito con qualche fantastiliardo di nastri live e in studio che si può solo immaginare, con la bocca aperta. Forse li ama troppo, proprio come Uncle Scrooge, o al contrario li disprezza, o non gliene importa niente. Fatto sta che se li tiene stretti e solo ogni tanto allunga qualche diecino di mancia ai collezionisti con cervellotiche compilazioni che han preso il nome di "Bootleg Series". Gli appassionati incassano l'elemosina e mugugnano; ci vuole ben altro per soddisfare la loro fame ma, in assenza di meglio, va bene anche quella dieta poverissima - però, che avarizia.
Il quinto volume della "Bootleg Series" è previsto per questo Natale e riguarda un'avventura musicale di tanti anni fa, 27 per l'esattezza: la "Rolling Thunder Revue". E' una storia favolosa di quando Dylan era più giovane e aveva idee che gli fiorivano improvvise come temporali d'estate: dal sole alla pioggia in un batter di ciglia. Così, nell'estate del 1975, il suo umore virò di botto verso il nostalgico. Si ricordò di quand'era stato un ragazzetto folk al Greenwich Village, una dozzina d'anni prima, gli venne voglia di ritrovare gli amici di quei giorni, da Joan Baez a Arlo Guthrie, di tornare a fare musica con loro.

Ne convocò una serie in uno studio sulla 54a Strada per fare insieme delle "prove", senza spiegare bene dove sarebbero andate a parare. Con altri amici fu un po' più chiaro. Telefonò ad Allen Ginsberg alle 4 di notte, dopo che non lo vedeva da tre anni, e lo esortò a uscire dal guscio: "Vieni anche tu, si va in giro."
"In giro" voleva dire una tournée da circo, anzi, una "Turné" tipo quella di Salvatores, da commedianti poveri. Un giro in pullman per piccoli centri americani, in teatri da 2-3000 posti, senza tanta pubblicità e le zanzare dei media; a suonare quel che capitava con amici, recuperando un po' dello spirito semplice e informale dei primi anni. Sembrava un'idea bislacca, invece, tempo un mese, la Revue partì sul serio; prima data il 30 ottobre al War Memorial Auditorium di Plymouth, Massachusetts. Si imbarcarono vecchi amici del Village come Joan Baez, Jack Elliott, Allen Ginsberg ma anche i collaboratori nuovi con cui Dylan aveva appena finito di registrare "Desire": Jacques Levy, la violinista Scarlet Rivera e T-Bone Burnett, che diventò il capo della banda di accompagnamento. Saltarono sul carro anche il commediografo Sam Shepard e una troupe agli ordini di Howard Alk per un progetto cinematografico che poi sarebbe diventato "Renaldo & Clara". Per strada si unirono altri compagni: Joni Mitchell, Robbie Robertson, Roger McGuinn, l'attrice Ronee Blakely che tutti conoscevano in quei giorni per la sua partecipazione a "Nashville" di Robert Altman. A Toronto, il primo dicembre, si fece viva addirittura la mamma, la signora Beatrice, detta "Beatty"; che, in barba al mistero che ha sempre circondato il su' figliolo, salì sul palco e si lasciò ammirare nella sua tipicità yiddish.

Fu un carnevale molto dylaniano, variopinto e confuso, che durò un mese e mezzo non senza polemiche. Qualcuno si risentì per essere stato escluso (così Phil Ochs, che di lì a pochi mesi si sarebbe suicidato), altri avanzarono sospetti sullo sincerità dell'iniziativa, facendo notare che i piccoli teatri di provincia dell'idea originale erano in breve diventati capienti sale di città medie o grandi. Dylan, come d'abitudine, non badò troppo alle critiche: siamo quasi in 100, mandò a dire, servono soldi anche solo per divertirsi. Tutto culminò al Madison Square Garden l'8 dicembre, per una serata di beneficenza: Dylan aveva appena scritto "Hurricane", per protestare l'innocenza di un pugile nero ingiustamente condannato a morte, e volle che l'atto finale della Revue fosse una serata un po' meno festaiola e più polemica - la Notte dell'Uragano.
A raccontare per bene la "Rolling Thunder" non basterebbe un libro, forse un'enciclopedia; e siccome tutti i concerti e le prove furono registrati (e filmati), immaginate quanto è grande la sala del deposito di Zio Bobby che ne contiene i reperti. E quanto ci spetta di questo bendidio? Due CD, due ore di musica; che per quanto siano belli e ispirati, restano pur sempre una mancia. Peccato, perché la "Revue" cadde in un momento di grazia della storia dylaniana, fra due dischi straordinari come "Blood On The Tracks" e "Desire", con una musica che cercava nuovi orizzonti oltre il classico folk rock e respirava country, gospel, Tex Mex. Per molto tempo Dylan non avrebbe più toccato quei cieli.
Un giornalista di "Rolling Stone" gli domandò: "Perché Rolling Thunder?". Lui socchiuse per un attimo gli occhi da vipera e ridiventò l'oracolo di dieci anni prima: "Un giorno ero sulla veranda fuori casa mia e stavo giusto pensando al nome da dare al tour. Alzai gli occhi al cielo e sentii un boato, bum bum bum, un tuono che si ripercuoteva da occidente a oriente. Tuono che rotola', mi sembrò il nome giusto." "Lo sai cosa vuol dire nel linguaggio dei Nativi Americani?", incalzò il giornalista. "No", fece lui. "Che significa?"
"Significa 'la verità che parla'." Dylan stese una specie di sorriso. Bel colpo, aveva sempre avuto un talento per i titoli.

Riccardo Bertoncelli

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Sulle piste del tuono
di Riccardo Bertoncelli

Ventisette anni fa, Bob Dylan non andava così spesso in giro per concerti come oggi. Anzi, tutto il contrario. Era stato fermo otto anni, dal 1966 al 1974, e dopo la famosa rentrée con la Band ("Before The Flood") si era limitato a qualche esibizione sparsa. Così fece scalpore quando, alla fine dell'estate 1975, annunciò al mondo la sua intenzione di ritornare in scena; anche perché quello che aveva in programma non era un tour tradizionale ma una specie di circo itinerante, un "rock medicine show", come qualcuno lo chiamò, che lo avrebbe portato in giro in angoli sperduti d'America, con amici, senza formalità.

Il circo andò a chiamarsi "Rolling Thunder Revue" ed ebbe una lunga e complicata storia che i dylaniani ben conoscono. Oggi, appunto 27 anni dopo, la Columbia ne rinfresca la memoria con un doppio CD d'archivio, naturalmente gradito e naturalmente fonte di polemiche; visto che due CD per una storia tanto ricca e complessa sembrano un po' poco, anche perché negli anni i bootleggers hanno inondato il mercato con nastri e nastri di quegli eventi.

Comunque, immaginatevi un Dylan ancora giovane, nei suoi trent'anni, nel periodo felice tra "Blood On The Tracks" e "Desire". Fate conto che abbia un accesso di nostalgia e che voglia riprendere per la coda i suoi anni giovani, quelli del Village, con molti degli amici di allora: Joan Baez, Bobby Neuwirth, Jack Elliott, anche Allen Ginsberg.

La "Rolling Thunder" nasce così: come un gioco, un sogno, una rimpatriata. L'idea originale è quella di tenere concerti senza preavviso, in piccoli teatri, con biglietti a basso costo. Dura poco però: gli ospiti lungo la strada si fanno numerosi (Joni Mitchell, Roger McGuinn, Robbie Robertson), le spese aumentano e presto gli spazi diventano più grandi, fino al Madison Square Garden dove l'8 dicembre la Revue chiude con una serata benefica per Rubin Carter, il pugile nero condannato a morte di cui Dylan protesta l'innocenza in "Hurricane". In realtà non è una chiusura definitiva ma uno stop provvisorio. La "Rolling Thunder" tornerà a muoversi qualche mese dopo, tra gennaio e maggio 1976, con una serie di show che culmineranno a Fort Collins, Colorado, dove verranno registrati il live di "Hard Rain" e uno stravisto TV special.

L'antologia Columbia si ferma ai primi concerti della "Rolling Thunder", soprattutto Boston e Toronto, ed è meglio così. C'è più entusiasmo, più schiettezza negli show del 1975, si coglie ancora l'idea del gioco che aveva spinto quella carovana a muoversi. Dylan sta cambiando pelle, con l'innesto di nuovi elementi country e latini sulla solida base del suo rock blues, aiutato da una band guidata dal giovane e impetuoso T-Bone Burnett, con la chitarra di Mick Ronson e il caldo violino di Scarlet Rivera. Ha mille idee per la testa e qualcuna lo manderà in confusione; come "Renaldo & Clara", il film, che nasce proprio in quei mesi di felice caos, con lo sceneggiatore Sam Shepard e una troupe guidata dal regista Howard Alk che seguono passo passo la "Revue" e ne documentano i momenti più importanti.