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SITO ITALIANO DEDICATO A BOB DYLAN

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GLI  SCRITTI  DI  DARIO "TWIST OF FATE" GRECO

A

The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Bob Dylan a ruota libera: il potere della parola

La cosa più scioccante di questo disco è che si possono prendere anche i brani minori e scriverne per ore e ore. Non c'è bisogno di azzannare e di aggredire alla giugulare un'opera così bella, iconica e capace di resistere e sopravvivere al lento scorrere del tempo. Già, il tempo! “My only friend, the end” dirà qualche anno dopo uno sciamanico Jim Morrison. Bisogna riavvolgere il nastro e ripartire da questa copertina iconica, una delle più importanti e suggestive di una decade tanto importante come i sessanta. Uno scatto che è tutto un dettaglio, un simbolo. Scende in strada Bob Dylan, con il tutto il suo entusiasmo e non è da solo. Nel disco, tra i solchi di questo esordio, come autore, è quasi sempre solo lui, con la sua incredibile penna, con le sue parole, taglienti come forbici, in una notte buia come la pece. Ci sono dischi che hanno un biglietto da visita migliore rispetto a The Freewheelin' Bob Dylan?

A ben vedere questo è uno dei sei dischi chitarra e voce, tanti ne realizzerà nel corso della sua lunga carriera discografica. I primi quattro vengono realizzati durante gli anni sessanta, mentre per i due successivi bisognerà attendere ben trent'anni. Mi riferisco a Good As I Been To You del 1992 e a World Gone Wrong del 1993.

Il disco parte agile e fiero sulle note di chitarra di Blowin' in the Wind. Due minuti e quarantotto secondo per consegnare la sua voce alla gloria e alla storia di una decade, di un ideale, fallace, ma non per questo meno significativo ed evocativo. Del resto nelle prime tre tracce non c'è segnale alcuno di reso, di sconfitta. La seconda canzone è probabilmente tra le migliori composizioni di sempre del suo autore. Si tratta di Girl from the North Country. Non siete convinti? Basta ascoltare una delle innumerevoli cover realizzate di questo classico immortale. Mentre lo fate ragionate su questo: l'autore e l'interprete principale lo scrisse quando aveva appena 21 anni. Così, tanto per dire. Dopo la rilettura del classico folk Nottamun Town, a cui Dylan cambia il testo per farlo diventare Masters of War, si passa a due brani meno noti, ma non per questo privi di valore e di significato come Down the Highway e Bob Dylan's Blues.

Nel primo Dylan cita proprio l'Italia, nel verso "My baby took my heart from me/ She packed it all up in a suitcase/ Lord, she took it away to Italy, Italy" che naturalmente è dedicato e ispirato alla sua relazione con Suze Rotolo, la stessa ragazza che lo abbraccia nello scatto di copertina realizzato da Don Hunstein.
Bob Dylan's Blues è un concentrato di acume, umorismo e sfrontatezza, qualità che Dylan sfoggia con quel tipico orgoglio che è usuale durante la giovinezza. Gioventù che però scompare rapidamente per fare spazio al sermone di uno dei suoi primi capolavori a livello testuale: A Hard Rain's a-Gonna Fall. Un capolavoro senza macchia che ancora oggi ci fa pensare: - Ma da dove diavolo l'ha tirata fuori?!? Non a caso al pari di altri classici, Hard Rain diventa un punto saldo del suo repertorio dal vivo, capace di attraversare il tempo come un fendente in una notte senza stelle.

Il lato B dell'album si apre con un altro capolavoro, sia per il testo che per la musica e la melodia. Don't Think Twice, It's All Right. il titolo cita forse Elvis Presley e sarà da ispirazione al Re, che lo inciderà qualche tempo dopo. Da segnalare la bella versione country di Waylon Jennings, interprete che assieme a Johnny Cash contribuirà a sdoganare negli ambienti dei puristi del genere il talento puro del menestrello di Duluth. La melodia incantevole di Dont' Think Twice apre alla seconda facciata di questo disco che consegna il suo autore alla storia della musica popolare del Novecento. Non serve infatti affermare che anche fosse terminata qui la carriera di Dylan, se ne parlerebbe ancora oggi e in senso principalmente positivo e nostalgico.

Il resto dei brani a parte la cover di Corinna, Corinna, presenta altre composizioni significative come I Shall Be Free, che è una rilettura di Lead Belly, così come Talkin' World War III Blues, che deve molto allo stile del suo mentore dell'epoca, Woody Guthrie. Resta da dire di Oxford Town e di Honey, Just Allow Me One More Chance. La prima è un'altra canzone intelligente, ironica e di taglio decisamente satirico, come era solito fare in questa fase della sua carriera. C'è un aspetto che viene spesso poco considerato quando si parla del Dylan autore: la sua capacità di tracciare bozzetti ironici e satirici. Eppure è una delle cose che dovrebbero colpire di primo acchito l'ascoltatore. "Io e la mia ragazza, il figlio della mia ragazza siamo stati accolti con i gas lacrimogeni. Non ho capito nemmeno che ci siamo andati a fare, ce ne torniamo da dove siamo venuti." Honey, Just Allow Me One More Chance è invece un tour de force vocale e performativo di un giovane cantautore che avrebbe poi creato un marchio di fabbrica e contribuito a rinnovare la tradizione del blues con le sue liriche al vetriolo e con una penna che sgorga talento, sfacciataggine e coraggio da ogni poro. The Freewheelin' Bob Dylan venne pubblicato il 27 maggio del 1963. La produzione del disco è di John Hammond e Tom Wilson. È giustamente considerato tra i vertici assoluti dell’autore e della musica popolare del Novecento. Ha contribuito ha delineare un nuovo modo di scrivere e produrre canzoni d’autore, che vanno oltre il singolo genere di riferimento. Dylan probabilmente non aveva ancora la License to kill, ma di certo con la sua chitarra è stato in grado di battere i fascisti, conquistando i cuori di chi sapeva ancora sognare.

Folgorante e innovativo. La luce di questo lavoro, che per certi versi rappresenta il vero esordio del Bob Dylan autore, non cesserà mai di brillare.

Dario Twist of Fate
 

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Nashville Skyline (1969)



Ok, togliamoci il pensiero. Nella sua lunga produzione discografica, Bob Dylan ha prodotto 39 album in studio, molti dei quali non sono certo dei capolavori. Nashville Skyline non rientra tra questi, eppure è uno dei suoi lavori più divertenti, leggeri e frizzanti. La produzione vira in modo evidente verso il country, quel tipo di musica che oggi viene giustamente chiamata Americana. È un lavoro che ricevette una buonissima accoglienza da parte del pubblico, arrivando al primo posto nel Regno Unito e al terzo in Usa. Siamo certi che forse nel corso del tempo, sia stato amato e apprezzato anche in Italia, visto che è citato da autori come De Gregori e Baglioni e se pochi brani furono considerati tra le sue composizioni più memorabili, bisogna considerare il successo da classifica ottenuto dal singolo Lay Lady Lay. Per la prima volta Dylan incide un brano strumentale, la seconda traccia The Nashville Rag, stesso discorso sul fronte dei duetti: il disco si apre con la riproposizione a due voci di un suo classico contenuto nel secondo disco, Girl from the north country. È interessante notare come l'album sembri continuare laddove il precedente si era concluso.

I'll Be Your Baby Tonight chiudeva il precedente John Wesley Harding, mostrando la via per la nuova direzione musicale che l'autore avrebbe percorso con il suo lavoro successivo, Nashville Skyline appunto. Una cosa che balza subito all'occhio e all'orecchio di questo nono album, rilasciato il 9 aprile del 1969, le cui sessioni guidate dal produttore Bob Johnston si tennero proprio nella capitale dello Stato del Tennessee tra il 12 e il 21 febbraio dello stesso anno, è la durata. Disco snello e agile, non solo non arriva a trenta minuti, come durata complessiva, ma fatto più unico che raro, non contempla brani troppo strutturati nei testi e nella durata, appunto. Si pensi che la traccia più lunga, non va oltre i tre minuti e quarantatré secondi, mentre quella più breve, Country Pie, dura appena un minuto e trentanove. Pensiamo che ciò avviene molto prima rispetto all'urgenza del punk-rock (genere che non c'entra nulla con questo disco) e che risulta insolita, visto che Dylan ha pubblicato brani celebri e importanti che arrivano anche a dieci minuti di durata.

Tra gli episodi più significativi bisogna citare oltre alla prima traccia, eseguita in duetto con l'amico e collega Johnny Cash, almeno altre quattro tracce: I Therew It All Away, Lay Lady Lay, il pezzo che è rimasto di più del disco, Tell Me That It Isn't True, con un arrangiamento solido e brillante, scelta piuttosto particolare per gli standard dylaniani del periodo e la chiusura, affidata alla stupenda Tonight I'll Be Staying Here With You, brano che avrà una seconda vita durante il tour della Rolling Thunder Revue nel 1975.

Nashville Skyline ha il difetto di essere un album allegro e brillante, per certi versi molto erotico e sensuale. Dotato di un timbro vocale differente, che può spiazzare al primo ascolto, visto che Dylan aveva dichiarato di aver smesso di fumare in quel periodo, secondo Marshall Chapman è un disco sexy, dove è la semplicità della musica a rendere tutto così potente. Sembra che Dylan stia cercando di semplificare mantenendo un basso profilo da signorotto di campagna, tornando alla terra, tagliando la legna e seguendo l'esempio di Walden di Henry David Thoreau e delle Foglie d'erba di Walt Whitman.

Eppure l'uomo che registra Nashville Skyline si avvale di alcuni musicisti locali che rispondono ai nomi di Norman Blake, Kenneth Buttrey, Charlie Daniels, Bob Wilson, Charlie McCoy, Pete Drake e Carl Perkins. Per chi conosce la musica in modo più approfondito, qui verrebbe da esclamare, giustamente: - Alla faccia del disco minore!

Subito dopo la pubblicazione di Nashville Skyline gli studi di registrazione e i musicisti utilizzati da Dylan diventeranno molto gettonati e richiestissimi. E probabilmente senza questo album, giudicato a torto o a ragione un disco minore, non ci sarebbe stato Harvest di Neil Young, o meglio, non sarebbe stato quel grande successo di critica e pubblico che il disco ha giustamente ottenuto. Non mi sembra affatto una questione marginale, a ben vedere.

Dario Twist of Fate

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Blonde on Blonde (1966)

Allora andiamo, tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo. Come un paziente eterizzato disteso su una tavola; andiamo, per certe strade semideserte, mormoranti ricoveri. Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo e ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche; strade che si succedono come un tedioso argomento. Con l’insidioso proposito di condurti a domande che opprimono… Oh, non chiedere «Cosa?» andiamo a fare la nostra visita. Nella stanza le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo.
(T.S. Eliot - The Love Song of J. Alfred Prufrock)


In esoterismo il numero 7 è considerato un numero perfetto, LA LUNA SEPOLTA, i poteri occulti. Il Sette è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. 7 sono le lettere dell’alchemico V I T R I O L: Visita, Interiora, Terrae, Rectificando, Invenies, Occultam, Lapidem: visita l’interno della terra, il proprio intimo, la Psiche, e rettificando scoprirai la pietra nascosta. L’acqua celeste si sposa con il fuoco infernale convertito e messo al servizio della pura Grande Opera. Il numero 7 rappresenta il tutto, poiché il 7 è il numero della creazione. Ogni cosa esiste, sia essa appartenente al genere umano, un oggetto, un animale o una pianta, contiene nella sua unità, due opposti, non vi è cosa che non abbia il suo opposto. La legge della dualità è la legge che domina l’universo condizionando la nostra esistenza. Ogni pianeta ha un’orbita crescente e una decrescente; una doppia polarità. 7 sono le lettere doppie dell’alfabeto ebraico e 7 i sigilli del libro dell’apocalisse, da aprirsi per mezzo delle 7 virtù, da opporre ai 7 vizi capitali. Se noi sommiamo cabalisticamente il numero 7, esso ci dà inizialmente 28, cioè 2 e 8, simbolo del binario (il 2, l’uomo e la donna, il bene e il male, il positivo e il negativo) e dell’infinito, l’8 la lemnisca, la continua lotta degli opposti per il raggiungimento dell’equilibrio e quindi i simboli del continuo evolversi della vita per mezzo dei contrari. Tutto questo per dire che Blonde on Blonde, è il settimo disco realizzato in studio da Bob Dylan la cui durata corrisponde a 72 minuti e 57 secondi.

Cosa fare a New York se a Nashville c’è Charlie McCoy?
Buona parte dell’accompagnamento (e del vestito sonoro) di Blonde on Blonde venne garantito da musicisti di Nashville specializzati in sessioni di registrazione come Charlie McCoy e la futura star Joe South. Va detto che molti di loro non erano abituati a lavorare con musicisti di ambito rock, ma presero confidenza con questi pezzi complessi in modo piuttosto rapido, garantendo la giusta atmosfera, anche quando un brano come “Sad Eyed Lady” continuava ad andare, senza indicazioni sul momento in cui sarebbe finita. I musicisti di Nashville hanno dato ai testi di Dylan, tipicamente ambigui, il supporto più rilassato e solidamente musicale che abbiano mai avuto. Un mix notevole di liriche, che si muove tra la descrizione realistica e quella iper-realistica.
Bob Dylan dichiarò: “Il momento in cui sono arrivato più vicino al sound che sento nella mia mente è stato proprio durante le sessions di Blonde on Blonde. Si tratta di quel suono sottile, da spirito selvaggio. È metallico, oro brillante, qualsiasi cosa evochi.” Riuscite a trovare una definizione migliore di questa per descrivere questo capolavoro?
Che vada in malora il concetto di concept album: questo doppio album è una delle migliori raccolte di canzoni killer mai ascoltate per chi ha orecchie da intendere. Non ve lo dico io, è un dato oggettivo e insindacabile. Semmai il problema è diametralmente opposto: proprio come concept omogeneo il disco "fallisce". Si fa per dire, naturalmente. Il tema è l'amore anzi il canto anfetaminico di un giovane uomo alla ricerca di un posto nel mondo. Un tema che ancora oggi a distanza di quasi sessant’anni suona dannatamente attuale. C'è il disagio, il malessere del viaggio, spirituale e non. C'è il blues e c'è la ricerca interiore, c'è la beat generation e il suprematismo. C'è la grandezza e la spavalderia dell'essere giovani. Sentimento che Dylan ha continuato a coltivare e che ancora oggi si ostina a preservare. Un mio amico di pennino mi dice spesso che per restare un grande artista bisogna osare e se necessario andare a pisciare nei bassifondi dell'anima che ci inghiotte e che ghermisce questa sempiterna notte. Per comprendere dove termina il caos e inizia lo stato dell'arte bisogna però ascoltare gli outtakes contenuti in The Bootleg Series 12 The Cutting Edge. Serve audacia e virtù, serve quella passione che nel cuore della notte ti fa scrivere, comporre e suonare brani come Visions of Johanna, canzoni come Just Like a Woman. Delle prime sessions di New York verrà mantenuta nell’editing finale la registrazione del solo brano One of Us Must Know, dove va evidenziato l’ottimo lavoro della sezione ritmica a opera di Rick Danko e Bobby Gregg, del pianoforte di Paul Griffin e dell’organo Hammond di Al Kooper.
Dylan canta della dolce Marie, ma anche di Johanna e Louise e dedica il gran finale alla sua amata Sara Lownds, che diventa qui Sad Eyed of Lowlands. Sul fatto che il disco trabocchi di romanticismo e surrealismo, ci sono pochi dubbi. Canzoni d’amore che in modo differente sono la cifra stilistica di pezzi come Just like a Woman, I Want You, One of Us Must Know, 4th Time Around e Leopard-Skin Pill-Box Hat.

Hitchcock su Visions of Johanna
Per il poeta Andrew Motion Visions of Johanna è il miglior testo di canzone mai scritto, prova evidente del brillante uso del linguaggio da parte del suo autore; il pensiero del cantautore Robyn Hitchcock combacia alla perfezione con le dichiarazioni del Motion: “Visions of Johanna per me è la matrice. È da lì che provengo come autore di canzoni. Questo brano definisce le potenzialità di una canzone, il motivo per cui vale la pena cercare di scriverne. Bob Dylan con questo disco mi fece capire che questo era il lavoro che intendevo fare nella vita. Quando sarò grande voglio che il mio impiego sia scrivere pezzi come Visions of Johanna. Canzoni che nello spazio della stessa frase ti facciano ridere e piangere, in pratica”.
Basterebbe scrivere un brano come Visions of Johanna, ispirato allo stile di T.S. Eliot e forse in debito verso il Jack Kerouac, per dare peso e senso a una carriera da cantautore. Il tutto avviene dopo aver già dato alle stampe brani come Mr. Tambourine Man e Desolation Row, dopo aver creato quell’instabile suono al mercurio su figure retoriche audaci ed efficaci, metafore surrealiste e immagini folli e distorte, che solo in apparenza sono figlie dello sballo e del delirio. Cosa c'è di meglio che lasciarsi andare alla fantasia, all'immaginazione e al sentimento, quando hai poco più di 20-30 o anche 50 anni. Bob Dylan è un tipetto impertinente che ti dice cosa pensare, ma che non ha bisogno del tuo giudizio e del tuo supporto, è spavaldo e coraggioso e sa che non ci sono prigionieri da fare quando si è in missione per conto dell'arte, perché questo lavoro è arte impressa su bobina, non ci sono canzoni, non ci sono versi, arrangiamenti e accordi o tonalità. Basterebbe perdersi nei blues ancestrali raffinati e melliflui dell'organo di Al Kooper, delle soffiate urgenti di Dylan in una dolce e accogliente armonica e poi la crema dei musicisti di Nashville, che non sono ancora stati contaminati con il rock urbano e che per questo motivo contribuiscono a dare vita al capolavoro che sarà Blonde on Blonde.
Un vero capolavoro non ti conquista al primo ascolto e nemmeno al decimo. Un vero capolavoro si impone al 37esimo ascolto. Così è stato per me: in una notte di tempesta, dove tuoni e fulmini dominavano la notte irlandese e il cd volteggiava nel mio impianto di pochi euro, dopo una capatina a quel Virgin Store di Cork. Dio benedica quella commessa lenta che non aveva fretta di chiudere. E Dio benedica Dylan e la sua gioiosa macchina da guerra che non fa prigionieri né ti chiede un riscatto. La redenzione è nelle orecchie di chi vuole intendere e ha intenzione di portarsi avanti con l'ascolto. Dylan non ti invita a uscire con lui e non è nemmeno un buon amico, ma del resto i grandi artisti, i veri Maestri hanno bisogno di questo? Loro ti possono conquistare con uno sguardo, con un riff di Hammond o con una parola sussurrata in un brano, che sembra non avere mai fine.
Se vi sembrano lunghe le strofe di Visions of Johanna, allora non siete ancora giunti alla fine del secondo disco. Queste sono le quattro facciate con cui il rock accede ai piani alti dell'Accademia delle Belle Arti. Non fila tutto liscio, c’è qualche passo falso e un paio di momenti di esitazione. È un'opera capace di guidarvi nel viaggio al termine della notte. “È un biglietto di sola andata per la terra promessa” per dirla alla Bruce Springsteen. Ci sono brani dove il piano di Hargus "Pig" Robbins guida le danze come se fossimo a un galà in cui la bella dama attende che qualcuno la inviti al valzer finale; in altre circostanze l'organo di Al Kooper suona letteralmente la carica mentre la sezione ritmica è elastica, pronta, ma allo stesso tempo rilassata. Il suo autore dovrà sfogarsi per bene, prima di cedere il passo alla resa e alla rassegnazione di quella imperiosa ballata agrodolce che è Sad Eyed Lady of The Lowlands.
In un album, anzi due, dove il tempo è tutto o quasi, ci si abbandona ora a una suite che dura oltre dieci minuti. Il testo ci porta in luoghi che non sapevamo ancora di conoscere. Sarà il brano definitivo presente sul disco con cui Dylan verrà ricordato? Difficile dirlo visto che il Nostro continua a produrre musica e testi di livello formidabile. Da dove vengono queste canzoni? Dove ci conducono? Sono davvero la nuova Guida Michelin per la Gloria? Sono realmente il meglio che un musicista, poeta e menestrello possano concepire? Dylan non si definisce cantautore, ma non è nemmeno un musicista o un bluesman in senso classico. Eppure la musica suona secondo quella scuola e filosofia di pensiero. C'è chi parla di terzo capitolo di una ipotetica trilogia elettrica, ma a noi piace pensare che questo sia solo l'inizio di un viaggio che non è ancora terminato. Il momento iniziatico del Neverending Tour. Musica senza barriere e senza confini. Cavalcate elettriche, surrealismo e rock and roll. Musica maiuscola, comunque vogliate etichettarla. Ve ne servirà di nastro adesivo qui per mettere tutto assieme. Per incollare e appiccicare tutti i versi, le metafore, le immagini che questo disco può e deve rilasciare, nella migliore delle ipotesi. Non è Hendrix, non sono i Beatles (anche se alcune cose li ricordano), è libertà espressiva, di quelle che non senti più così spesso: perché nessuno dedicherebbe lo stesso sforzo, tutta la propria ispirazione per un semplice disco, anzi due.

La linea comica di Blonde on Blonde
Una delle note dolenti della poetica e della forza dei testi di Dylan è rappresentata proprio dal suo sottile, fine, senso dell’umorismo e dal bisogno di non prendersi sul serio. Soprattutto negli album anni sessanta questo è uno dei tratti distintivi. Nonostante ciò quasi nessuno sembra accorgersene. Eppure in un lavoro come Blonde on Blonde, se si vuole davvero fare un’analisi testuale credibile diventa un tratto saliente, quasi fondamentale. Just like a woman, Rainy Day Women, Visions of Johanna, Stuck inside of Mobile e su tutte Leopard-Skin Pill-Box Hat, sono brani caratterizzati da un umorismo evidente. Questo non vuol dire che Dylan non fosse in grado di essere serio, ma parliamo di un giovane autore 25enne che sta ancora cercando il suo posto nel mondo musicale e nel tessuto sociale in cui vive. A volte un giovane vuole solo scherzare, spassarsela e giocare con gli amici. Leopard-Skin Pill-Box Hat è senza alcun dubbio un attacco verso un certo modello di donne, di classe sociale e di atteggiamento. Parliamo infatti di un autore molto vicino alla beat generation, con un modo di fare bohemièn, che attacca senza mezze misure uno dei simboli di una certa classe sociale, gente seriosa e pretenziosa. Per farci capire, il cappello a cui fa riferimento veniva indossato da personalità del calibro di Jackie Kennedy. Di contro però Dylan riesce a fare ironia e umorismo anche sulla sua stessa categoria, con atteggiamenti sfacciati, ma che non suonano mai del tutto gratuiti, amari o disperati. Un autore al comando, capace questa volta di puntare il dito contro tutto e tutti, anche contro sé stesso, se il caso dovesse richiederlo. È come una ruota sul punto di staccarsi dal carro, una matrice che in tanti hanno cercato di ricreare, il brano festaiolo che metti la domenica mattina per dare un tocco di umorismo a un giorno senza senso o senza sole. Con un numero di hit piuttosto cospicuo, ci sono brani che tendono a essere dimenticati. Tra questi però non può certo ritrovarsi, per il valore strettamente musicale, un pezzo come Stuck Inside of Mobile.
Shakespeare, è nel vicolo con le sue scarpe a punta e le sue campane. Sta parlando ad una prostituta che dice di conoscermi bene. E io vorrei spedire un messaggio per scoprire se ha parlato, ma l'ufficio postale è stato derubato e la cassetta postale è chiusa. Oh, Mama, può essere veramente la fine essere di nuovo bloccato a Mobile col blues di Memphis.

Siamo qui di fronte al tipico testo che autori di culto come Hunter Thompson, Tom Robbins e con uno stile differente lo stesso Richard Ford, hanno utilizzato come ispirazione per le proprie opere. È una situazione surreale, picaresca, tipica dello stile di vita on the road del musicista. Il tutto viene descritto e narrato con una penna agile e carica di umorismo. Anche la parte musicale con il pianoforte, le chitarre e il solito lavoro di Al Kooper all’organo conferiscono spessore, potenza ed elasticità al pezzo, su cui Dylan stende i suoi versi, i giochi di parole e la verve umoristica. Uno dei brani più riusciti di un disco che è entrato nella storia della musica popolare del Novecento.



La copertina del disco
Venne realizzata dal fotografo Jerry Schatzberg, il quale desiderava trovare una location interessante al di fuori dello studio, si optò quindi per la zona di Chelsea, distretto di confezionamento della carne di New York all’epoca. Lo scatto scelto per la copertina è sfocato e fuori fuoco. Tutti cercavano di interpretarne il significato, si diceva rappresentasse l'ebbrezza durante un viaggio con l'LSD. Per niente vero! Faceva freddo e stavano tremando. Nonostante vi fossero altri scatti nitidi e a fuoco, Dylan scelse lo scatto sfocato, che è diventato uno dei più iconici del rock di metà anni sessanta.

Blonde on Blonde oggi
Bob Dylan, con o senza consapevolezza, contribuisce a ridefinire le dinamiche di un supporto come il vinile, dato che di lì a breve, il 33 giri prenderà definitivamente il posto del 45 giri. Durante il 1966 il pop rock cambierà volto, suono e punto di vista su ciò che può contenere. Assieme a Beatles, Beach Boys e poche altre eccezioni, questo disco avrà le qualità necessarie per resistere nel tempo, sia a livello contenutistico che per quanto riguarda il vestito sonoro. La scelta di tenere le chitarre e la sezione ritmica un po’ dietro rispetto all’organo di Kooper e all’armonica di Dylan si rivelerà infatti vincente e azzeccata. Due strumenti cardine non così dissimili, in quanto esili e capaci di creare un mormorio che attraversa tutti i solchi dell’album, mentre le chitarre e la sezione ritmica fanno il loro lavoro in sottofondo. La cosa sorprendente per il Dylan musicista e autore è che spesso si rifiuta di risolvere la progressione di accordi, elemento il cui il Nostro ha dimostrato grandi capacità già da The Freewheelin’. Qui i cambi sembrano avvicinarsi a un climax sonoro che in realtà non arriva mai, sostiene il critico Geoffrey Himes. Jason Isbell nel 2015 attribuisce al batterista Kenny Buttrey la riuscita del disco. “Quando gli altri non sanno dove andare, il batterista con i suoi colpetti mantiene la tensione necessaria, così che nessun brano sfugga al controllo.” Basti citare il lavoro che esegue sul rullante nella vivace Most Likely You Go Your Way And I'll Go Mine. Non a caso Buttrey verrà richiamato da Dylan per suonare la batteria nei successivi John Wesley Harding, Nashville Skyline e Self Portrait.

Citazioni su Blonde on Blonde
Per Jon Bream Blonde on Blonde fu un’operazione pienamente riuscita, in quanto Dylan allargò il suo ventaglio melodico con il supporto di validi musicisti e grazie a testi sempre più enigmatici nel loro mix di desideri romantici, critiche ciniche e invettive sapientemente alternate a divertenti giochi di parole dal sapore decisamente surreale. Ha uno stato d’animo carnevalesco, che si mescola in maniera efficace con il blues di Highway 61 Revisited, spingendo il cuore oltre l’ostacolo, per così dire. Un ruolo determinante lo tenne anche il produttore Bob Johnston, subentrato durante le registrazioni di Highway 61 Revisited a Tom Wilson. Pare sia proprio di Johnston l’idea di spostare le sessioni di registrazione agli studi della Columbia Records di Nashville. Charlie McCoy già in Desolation Row aveva contribuito con i suoi preziosismi alla chitarra acustica nella buona riuscita del brano. McCoy oltre che pluristrumentista, farà anche da raccordo e da direttore ai musicisti di Nashville che accompagnano Dylan nelle registrazioni di Blonde on Blonde, che venne quasi tutto registrato nella capitale del Tennesee. Una novità e un’anomalia che presto diventerà regola, visto che tanti altri illustri colleghi ne seguiranno l’esempio. Ancora una volta come si suol dire: Bob Dylan mostra la strada da seguire.
Per Chris Gantry Blonde on Blonde è stato un agente libertario, fondamentale in quanto ruppe molte regole, a livello testuale e non. Ha avuto un impatto su tutti gli autori che sarebbero venuti dopo, allargando i confini di ciò che era accettabile nel songwriting pop, permettendo a essi maggiore creatività di scrittura. Nel contenuto di questo lavoro è rilevante la contrapposizione tra vita reale e desiderio. Perché una volta presa la decisione, risulta molto difficile tornare indietro.

“My love she speaks softly,
She knows there's no success like failure
And that failure's no success at all.”
Bob Dylan

N.B. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro di Daryl Sanders Un sottile, selvaggio suono mercuriale – Bob Dylan, Nashville e Blonde on Blonde.

Dario Twist of Fate