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SITO ITALIANO DEDICATO A BOB DYLAN

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GLI  SCRITTI  DI  DARIO "TWIST OF FATE" GRECO

A

Ceremonies Of The Horsemen (Quel Dylan commerciale)

Planet Waves (1974)

“Così canta la tua glorificazione del progresso e della macchina del giudizio. La verità nuda è ancora proibita dovunque possa essere vista.”

Discutere e analizzare in termini retrospettivi alcuni dischi di Bob Dylan è una buona occasione per mettere meglio a fuoco la sua produzione in studio. Specialmente quando si tratta di commentare un album frainteso come Planet Waves del 1974. I più anziani di voi certamente ricorderanno la pessima abitudine di metà anni novanta di descrivere un artista e un prodotto artistico come "commerciale". Probabilmente questo termine prese piede per via del genere di musica dance, conosciuto nel nostro Paese proprio con il nome di Commerciale. Ecco, questo album all'epoca della sua uscita venne bollato come "il disco commerciale di Bob Dylan", mentre avrebbe potuto essere uno dei suoi grandi ritorni. In effetti ci sono molte novità e qualche sguardo al passato. Le due novità più rilevanti sono il fatto che questo disco venisse prodotto e registrato nella West Coast, durante un momento dove la musica californiana stava prendendo il sopravvento rispetto alla East Coast dove Dylan si era fatto conoscere e si era affermato. La seconda novità riguarda l'etichetta, non più Columbia, a Asylum Records, che significa in pratica David Geffen ed Elliot Roberts, due nomi che non hanno certo bisogno di presentazione. A queste due novità sostanziali bisogna inoltre aggiungere un elemento che collega questo disco con gli anni sessanta di Dylan, quindi un ritorno alle radici e al suo passato: Planet Waves vede come gruppo di accompagnamento The Band. Nonostante il sodalizio artistico tra Dylan & The Band risalga al 1965, questa è la prima volta e unica volta in cui il cantautore registrerà in studio un disco con gli ex-Hawks. È vero, c'era già stato The Basement Tapes, ma come sicuramente saprete quello non era nato come un progetto ben definito e comunque non è stato registrato in un vero studio. Le uniche sessions in studio con The Band sono quelle poi scartate da Blonde on Blonde, che spinsero Dylan e il suo produttore a lasciare New York per incidere a Nashville, ma quella è un'altra storia.

Planet Waves risente in termini di accoglienza critica di una duplice ostilità nei confronti del suo autore. Tuttavia il disco ottiene per la prima volta il numero uno in termini di vendite per il mercato statunitense. Le critiche sono tendenzialmente favorevoli, ma spesso fuori bersaglio. Si pensi ad esempio a questa affermazione da parte di Ellen Willis del New Yorker: "Credo che le parole siano intese come riempitivo, qui Dylan sta tentando di sottrarsi alla sua reputazione di poeta per farci concentrare sulla musica".

Quella che sembra una critica nemmeno così feroce, rispetto a quei buontemponi di Landau, Marcus e Marsh, è in effetti una delle considerazioni più errate di sempre. Prima di tutto Dylan non si reputa poeta e non ha mai affermato di scrivere per dare maggior peso alle parole. Questa è il punto di vista della critica, che durante gli anni abbiamo poi scoperto essere un po' impreparata sul discorso puramente sonoro. In pratica è facile prendere un disco di Dylan e scrivere qualche cartella sul presunto significato di questo e di quel testo. Che egli fosse un autore sfuggente e un po' enigmatico ci sono pochi dubbi, ma resta il fatto che nella maggior parte dei casi non abbia avuto un pari trattamento rispetto ai suoi illustri colleghi e questo considerando la sua importanza e la carriera longeva e ricca di successi, appare una questione difficile da comprendere, in termini retrospettivi.

Planet Waves non è quindi il sequel di New Morning, nonostante sia la prima vera raccolta di brani inediti pubblicata a tre anni di distanza da quel disco. Il valore dei testi e delle canzoni non ha bisogno di alcuna difesa d'ufficio. A parte il successo di Forever Young, diventata una delle canzoni simbolo del suo autore, bisogna citare brani di spessore come Dirge, Wedding Song e Going Going Gone. Di questo disco registrato durante il mese di novembre del 1973 bisogna dire che forse non è il suo lavoro più ispirato e coeso, ma contiene almeno metà dei brani che sono sopra la media, come Hazel, Never Say Goodbye e You Angel You. Certo, ci sono anche pezzi come On a Night Like This che potevano essere risolti meglio, ma qui era importante tornare sulla strada e riprendere da dove la giostra aveva lasciato esattamente ben otto anni prima.

Eppure questo Planet Waves spicca come lavoro, in quanto diverso rispetto agli altri. Più apertamente personale: un dilemma pratico ed estetico, del suo autore nei confronti della consorte. Un buon disco, a tratti notevole, a tratti trascurabile, ma comunque gradevole. Lavoro ragguardevole, ma strambo. Forse l'elemento di disturbo, ingombrante è proprio The Band, da cui francamente chiunque sia appassionato di rock si aspetterebbe qualcosa in più. Per Jim Beviglia alcune esecuzioni risentono infatti del "pilota automatico" innestato da Levon Helm, Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson. Ci sono momenti in cui questo lavoro è semplicemente fantastico, altri in cui sembra un po' rigido e messo in circolazione in maniera un po' frettolosa. Premesso che oggi un disco così sarebbe acclamato come un capolavoro assoluto, bisogna escludere dal concetto di pilota automatico gli incastri e le dinamiche che fanno di Going Going Gone, di Forever Young, di Hazel e di altre tracce che si avvalgono invece di esecuzioni importanti, oggi storiche per la canzone rock seventies. Dylan sta per tornare, e se anche fosse in una fase strana e "commerciale", che male c'è? Troviamo che il disco sia ben realizzato e con quattro brani che suonano tra le migliori di sempre realizzate in studio dal suo autore. Non tutti sanno che in questo lavoro c'è un omaggio e un debito verso uno degli autori chiave di Bob Dylan. Si tratta di Jack Kerouac e del suo meraviglioso Angeli di desolazione. Per chi fosse interessato consiglio la lettura del capitolo 15, prima parte, Desolazione nella solitudine. Detto questo, la cosa che ci crea un po' di rammarico, in questa occasione è la scelta del titolo. Nonostante Planet Waves sia un funzionale claim da copywriter, gli avremmo preferito il più suggestivo Ceremonies Of The Horsemen, una citazione dal brano del 1965 Love Minus Zero/No Limit.

Ci sono colori i quali adorano la solitudine, io non sono uno di loro. In quest'epoca di vetroresina sto cercando una gemma. La sfera di cristallo non mi ha ancora mostrato niente. Ho pagato il prezzo della solitudine, ma finalmente non ho più debiti.

Dario Twist of Fate

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Le profezie di Ezechiele secondo Dylan

The Times They Are a-Changin' (1964)

Provate a immaginare la scena. Un giovane cantautore non ancora 23enne lancia le proprie invettive contro un cielo plumbeo, minaccioso, nefasto. Il terzo disco in studio di Bob Dylan risente fortemente del clima in cui gli Stati Uniti d'Americano erano piombati durante quel fatidico autunno del 1963. Il presidente Kennedy era stato assassinato appena sei settimane prima della pubblicazione di The Times They Are a-Changin' e il musicista che diede alle stampe il suo primo disco completamente autografo sente il peso e la responsabilità di un momento così drammatico, privo di speranza. Una premessa doverosa per un disco che ascoltato oggi manca un po’ del pathos e della leggerezza a cui Dylan ci ha abituati nel corso dei molti episodi maggiori della sua carriera.

Disco importante per un artista poco più che ventenne, ma già in grado di incarnare, più di tutti, il senso dell'epoca che sta attraversando. Le registrazioni risalgono a un periodo che va dal 6 agosto al 31 ottobre 1963, motivo per cui il disco pur risentendo del clima politico e sociale di quel periodo non dovrebbe avere riferimenti diretti alla storia recente del Paese in cui è ambientato. Sono proprio i temi, i riferimenti biblici e il tono serio a creare un corto circuito di cui il giovane autore faticherà ad affrancarsi completamente per lunghissimo tempo. Ancora oggi in Italia e in Europa ci sono ambiti dove l'equivoco politico e politicizzato permangono e sono probabilmente uno dei motivi per cui i dischi e la musica di Bob Dylan sono ritenuti, a torto, materiale valido per una certa parte di utenza e di ascoltatori. Con questo non intendiamo dire che Dylan è un autore bipartisan o politicamente ambiguo, ma che non ha certo impostato la propria carriera artistica sull'impegno politico e partitico. Ugualmente c'è da dire che questo terzo disco risulta ancora oggi, dopo oltre 50 anni il lavoro più radicale e innodico per una generazione.

Non è servito il tempo e i molti riferimenti nella cultura di massa per rendere questo disco qualcosa di meno vincolato al momento storico in cui è stato realizzato e pubblicato. Eppure vi sono titoli e testi che potrebbero parlare di molte cose diverse. L'ambiguità dei testi di Dylan è leggendaria, ma questa volta, salvo casi isolati, appena poggiamo la puntina sul vinile ci scorre davanti un'istantanea dei primi anni sessanta. Il ché non è necessariamente un male, anche se preferiamo pensare a Dylan come a un autore universale, senza tempo, eterno. Dylan il profeta, l'autore che flagella la propria coscienza e che è più maturo rispetto ai suoi dati anagrafici. Un disco che però si fa fatica ad ascoltare per intero, a differenza del precedente The Freewheelin' o dei lavori che lo seguiranno. Resta questa immagine seria e alcune delle più azzeccate metafore mai enunciate da un cantante fino a quel momento. Ogni brano, sia esso di denuncia o di protesta, ha un senso ed è perfettamente a focus, eppure c'è qualcosa nell'inflessione della voce e nelle note di chitarra che fanno pensare a tematiche troppo serie per essere ascoltate in un normale giorno di pioggia, di sole e di vento di una timida primavera come quella che stiamo attraversando.

“Sapevo esattamente cosa dire e a chi dirlo. Volevo scrivere un grande brano, una sorta di pezzo simbolo con versi brevi e concisi, accumulati in modo ipnotico l'uno sull'altro.”

Di Dylan potrebbe dirsi che è stato uomo per tutte le stagioni, come accezione assolutamente positiva. Eppure questo giovane ventitreenne che si affaccia alla canzone di protesta appare così sicuro e consapevole di un ruolo non certo semplice. Ha dalle sue la spavalda certezza dei vent'anni ed è un artista con una missione, come raramente sarà nell'arco della sua lunga carriera. Il terzo disco che contiene solo materiale autografo è lavoro serio, perentorio che suona davvero biblico. Le sue più che canzoni, sembrano essere canti di chiesa. Una chiesa laica e politicamente impegnata, ma che risponde a criteri piuttosto precisi, codificati. Un giovane ossessionato dal folk, che non nasconde le proprie influenze e che ammette di aver preso in prestito alcune melodie da vecchi brani irlandesi e scozzesi. Due esempi su tutti sono quelli di Restless Farewell dal tradizionale The Parting Glass. Mentre la melodia di With God on Our Side proviene da The Merry Month of May. La stessa title track ha qualcosa di già sentito, visto che affonda nelle radici della tradizione. Aspetto che anziché penalizzarne il valore, lo accresce, rendendo il brano riconoscibile e semplice da memorizzare. Dal punto di vista squisitamente sonoro e musicale il disco è tanto scarno quanto solenne. Tuttavia non mancano i lampi di luce e di brio in un album che è principalmente cupo, teso, vibrante. Tra le cose più solari, troviamo un brano arrembante come When The Ship Comes In, che secondo la critica musicale deve qualcosa al brano Seeräuberjenny (Jenny dei pirati) composto da Kurt Weill su testo di Bertolt Brecht. Dieci brani dove oltre alle già citate spiccano composizioni come One Too Many Mornings, una delle rare canzoni non dichiaratamente politiche del disco, assieme alla splendida Boots of Spanish Leather, una sorta di remake di Girl from the North Country. L'impegno torna protagonista in brani come The Ballad of Hollis Brown, ballata amarissima che narra le vicende di un contadino del South Dakota che travolto dalla disperazione e dalla povertà uccide prima la moglie e i figli e infine sé stesso. Non è un caso se questo brano ha ispirato molti anni dopo il regista David Lynch che realizzerà una cover di questo brano per il suo disco The Big Dream del 2013. Troviamo poi canzoni che faranno epoca come The Lonesome Death of Hattie Carroll, ancora un brano su un omicidio e una grave ingiustizia da denunciare, Only a Pawn in Their Game, dedicata all'attivista dei diritti civili Medgar Evers, ucciso il 12 giugno del 1963 a Jackson, Mississippi. Da segnalare anche il brano North Country Blues, tipica ballata del Minnesota, dove a raccontare questa storia di lavori in subappalto nell'Iron Range, per la prima volta troviamo una protagonista femminile. Radici folk profonde per un pezzo ancora una volta drammatico e teso.

"Venite scrittori e critici che profetizzate con le vostre penne e tenete gli occhi ben aperti, l'occasione non tornerà. E non parlate troppo presto perché la ruota sta ancora girando e non c'è nessuno che può dire chi sarà scelto. Il perdente adesso sarà il vincente di domani perché i tempi stanno cambiando."

Resta da dire della title track. Probabilmente una delle più famose canzoni di Bob Dylan. In molti ritengono che catturi lo spirito di sconvolgimento sociale e politico che ha caratterizzato gli anni '60. A chiudere il cerchio, confermando le tesi secondo cui Dylan è uno dei maggiori autori della sua generazione, ci penserà il monumentale brano Murder Most Foul, pubblicato come singolo nel 2020 e che farà poi parte del disco Rough and Rowdy Ways. Il brano tratta dell'assassinio del presidente John F. Kennedy nel contesto della più ampia storia politica e culturale americana. Come a dire che dopo quel fatidico 22 novembre 1963 qualcosa cambiò per sempre nelle vite di chi era presente. I tempi sono cambiati, nuovamente. Per completezza si consiglia di ascoltare i primi due volumi di The Bootleg Series 1-3, visto che molti outtakes di valore assoluto provengono proprio dalle sessions di The Times They Are a-Changin'. Chiude il disco un contenuto unicamente testuale. Si tratta del poema che si trova sul retro del vinile: 11 Outlined Epitaphs. Quasi a dire che il ragazzo avesse ancora delle cose da dire… oltre alla mitragliata di parole già contenute nelle sue dieci canzoni da consegnare alla Storia.

Lavoro importante e indispensabile, ma che raramente lascia spazio all'immaginazione e concede tregua rispetto a una rovina imminente. Tra le sue qualità troviamo la capacità di prevedere quel che accadrà 50 anni dopo. Non sempre la musica deve essere qualcosa di piacevole da ascoltare, quando ci sono dentro parole di questo valore assoluto. Uno dei dischi più ostici da ascoltare di Dylan, ma che vale comunque lo sforzo. Soprattutto in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo.



Dario Twist of Fate

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Andammo a vedere il Drugo (New Morning)

- Eh, dimmi, come ti vanno le cose?
- Qualche strike e qualche palla pesa.
- Come ti capisco!
- Ah. Grazie, Gary. Beh tu stammi bene. Torno alla partita.
- Certo. Prendila come viene.
- Sì. sì.
- So che lo farai.
- Sicuro, Drugo sa aspettare.

- Lunario musicale del Lockdown (Speciale Maggie's Farm) -

Secondo un modo di pensare convenzionale, è più semplice scrivere di argomenti che ci appartengono e che ci stanno maggiormente a cuore. Personalmente ritengo sia un luogo comune da sfatare. New Morning di Bob Dylan è uno dei motivi per cui mi sono avvicinato a questo autore. Era il 1998 e al cinema usciva il film dei fratelli Coen, Il grande Lebowski. Io avevo diciannove anni e mi trovato a Roma quando la pellicola venne distribuita in Italia. Purtroppo tra le città dove il film uscì non c'era Cosenza, quindi dovetti aspettare che venisse riproposto per una rassegna di cinema d'essai in seconda visione.

Ero già un discreto appassionato di film e tra i miei preferiti c'erano proprio i Coen assieme a Kubrick, Scorsese, Lynch, Polanski e Quentin Tarantino. Dei Coen avevo amato e mandato a memoria i vari Arizona Junior, Barton Fink, Blood Simple e soprattutto Fargo. Non sapevo niente di questo nuovo film, ma appena vidi il suo manifesto intuii che aveva del potenziale per essere qualcosa di diverso, nuovo, divertente e stimolante, almeno per uno come me. Di Bob Dylan sapevo che era un grande autore di testi e di canzoni, ma non lo ascoltavo ancora, o meglio, conoscevo quei 15-20 pezzi che per cultura personale e distratta, mi era capitato di beccare, in film, nei passaggi radio o in trasmissioni tv a tema musicale tipo Help di Red Ronnie. Ok, sto divagando. Flashforward: ho visto e rivisto Il Grande Lebowski e grazie a una VHS mando a memoria il brano che accompagna i titoli di testa del film. Si tratta di The Man in Me. Un pezzo "minore" di Dylan, solo che qui non sembra il cantante che aveva imparato a distinguere. È un cantante diverso, con un piglio allegro, quasi ironico. Da qui in poi gradualmente cado nel vortice e nel pentolone come un gallo da combattimento in preda al folk-blues. Grazie a un amico comune recupero un po' di LP e mi metto sul mio giradischi Philips che in quel momento fa ancora il suo sporco lavoro. Ascolto quindi dischi come Infidels, Nashville Skyline, Another Side of Bob Dylan e soprattutto New Morning. BOOM! Mi piacevano già alcune cose come Eric Clapton, Sting, R.E.M., Neil Young e aveva iniziato ad appassionarmi a Bruce Springsteen grazie a dischi come The River e Born to Run. Però l'effetto che mi fece un disco sulla carta tranquillo e "minore" come New Morning di Bob Dylan, pubblicato il 21 ottobre del 1970, me lo fecero poche cose. Da lì fu una ricorsa matta per reperire tutti i dischi, le musicassette e i cd possibili di Dylan. Ricordo che mio fratello aveva registrato una trasmissione su Rai 3, Schegge, dove c'era una porzione di uno speciale tv del 1976, HARD RAIN. Un vero battesimo del fuoco sacro dylaniano per me.

New Morning non avrà il passo dei capolavori anni sessanta e non sarà un disco che cambiò la storia della musica, ma cambiò la mia vita, ed è per questo che ve ne parlo con sentimento e a cuore aperto che sgorga emozione, ricordo, rabbia e tensione. Prima di tutto non ci sono brani troppo lunghi. Quindi se uno è leggermente curioso se lo può ascoltare e riascoltare anche 3-4 volte al giorno. Questo è un approccio che mi direte si può applicare anche ad altri dischi, non solo di Dylan, ma di tutto il pop minimale fini sessanta e inizio settanta. Purtroppo però non sono un fan di Cat Stevens o di James Taylor e scoprirò Elton John solo diverso tempo dopo. Conoscevo già Joe Cocker e quando recuperai alcune sue cose mi fece piacere ascoltare la sua versione un po' reggae di The Man in Me. Oggi so che questo disco nasce da diversi approcci, tra cui la composizione di una colonna sonora teatrale per un pièce di Archibald MacLeisch dal titolo Scratch. Leggo con piacere uno dei capitoli più ispirati di Chronicles - Volume 1, dedicato proprio a questo disco di transizione.



Tuttavia per essere un album meditativo e di transizione, New Morning ti colpisce e ti abbaglia. Non ci sono riempitivi, le canzoni sono ben eseguite e arrangiate. C'è Al Kooper assieme a uno stuolo di musicisti e sessionmen di primordine e per l'ultima volta il suo autore viene prodotto dal capace e tranquillo Bob Johnston. Si torna a New York negli studi B ed E della Columbia con un pugno di brani coerenti. Non ci sono le stravaganze hipster degli anni sessanta, ma troviamo comunque il bell'affresco beat di If dogs run free, una canzone del repertorio maggiore come If Not for You, che vanta alcune cover illustri come quella di George Harrison e di Bryan Ferry, oltre la title track, la già citata The Man in me e un nucleo di canzoni che vanno ad arricchire il songbook dylaniano dopo le prove incerte (a livello di critica) di Nashville Skyline e soprattutto di Self Portrait. Personalmente sono trascorsi più di vent'anni da quando la puntina del mio giradischi si poggiò su New Morning, ma lo ascolto come allora e ne traggo piacere. Durante gli anni il valore di questi dischi di transizione è notevolmente aumentato, grazie a cover, antologie e all'uscita del Bootleg Series Vo. 10 Another Self Portrait. Di questo disco ci sono canzoni che porto nel cuore: Went to See the Gypsy, che si ipotizza fosse un omaggio a Elvis, e poi ancora, Three Angels e Sign on the Window. Ricordo di aver assistito al soundcheck del cantautore Mimmo Locasciulli, dylaniano doc, il quale per scaldarsi e per provare microfono e voce eseguiva all'epoca questo pezzo. Ecco, questi sono quei ricordi marchiati a fuoco nella memoria. Tatuaggi sonori che il tempo non cancellerà mai, finché ci sarà spazio per raccontare la poetica di un disco brillante e solare come New Morning di Bob Dylan. Non un capolavoro, ma qualcosa di più di un amuleto portafortuna per il sottoscritto.
 

Dario Twist of Fate


Se ti è piaciuto questo post ti invitiamo a visitare il Lunario Musicale del Lockdown:

http://thewildtheinnocentandthesaint.blogspot.com/

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Dark side of the American Pie (Pt. 3)

Impressioni sul brano "Murder Most Foul" di Bob Dylan


Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
I'm not sleepy and there is no place I'm going to.
Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me,
In the jingle jangle morning I'll come followin' you.

Ci sono Shakespeare, Allen Ginsberg, Lee Harvey Oswald e una miriade di rimandi e citazioni, in questo nuovo brano pubblicato, a sorpresa, il 27 marzo da Bob Dylan. Murder Most Foul, questo il titolo di un nuovo capitolo della saga dylaniana, partita nel lontano 1962 con le prime due canzoni scritte di proprio pugno, Talkin' New York e Song to Woody.

Il testo nella prima parte racconta dell'omicidio di JFK avvenuto a Dallas, nello stato del Texas, quel maledetto 23/11/1963. Un'ossessione tipicamente americana, visto che anche lo scrittore horror Stephen King, vi dedicherà un pregevole romanzo di fantascienza, pubblicato nel 2011, che avrà in seguito una riduzione televisiva, realizzata da J. J. Abrams nel 2016, con protagonista James Franco. Da ricordare anche il monumentale affresco filmico realizzato da Oliver Stone. nel 1991, con un cast all-stars, guidato da un Kevin Costner in stato di grazia. Ma sto divagando!


"Murder Most Foul" è la prima nuova canzone autografa di Dylan in otto anni: un affascinante ritratto sul quadro storico dell'assassinio di JFK, ricco di dettagli culturali pop e che fotografa, in modo nitido, il terrore apocalittico e il mutamento sociale dell'epoca. Una ricca e struggente cavalcata, dove il Nostro non lesina uno stile dichiaratamente in debito nei confronti di Allen Ginsberg e della poesia beat. Bob Dylan avrà forse percepito che era giusto pubblicare questo brano, proprio ora che il mondo è alle prese con la pandemia da Covid-19. Lui, più di altri, con il tempo e con la storia, ci gioca da anni. Strano poi notare come ci sia stata simultaneità, per questo brano, pubblicato lo stesso giorno in cui Papa Francesco prega per la fine dell’Epidemia. Bergoglio prega sotto una dura dura pioggia, in un clima da Giudizio Universale, che pare davvero fare da contraltare a una canzone apocalittica del Dylan anni sessanta, settanta e novanta (sì, ometto di proposito gli anni ottanta!). Non sarà il più grande intellettuale in vita, ma di sicuro è tra gli artisti più influenti della sua epoca, ed è ancora in vita. È un brano evocativo e di rara potenza, almeno a livello testuale.

Una sorta di Requiem, sul sogno che tramonta. Sull'America idealista degli anni sessanta, che ha sicuramente un legame forte e una connessione con l'attualità. Non può essere un caso che questa canzone, presumibilmente in archivio da anni, sia apparsa proprio oggi, dopo le dichiarazioni di Donald Trump: un leader politico in cui Bob Dylan non può certo rispecchiarsi, né riconoscersi. La morte che sfida la vita, la rassegnazione contro la speranza. Ed è tutto racchiuso nei versi finali:

Play darkness and death will come when it comes
Play "Love Me Or Leave Me" by the great Bud Powell
Play "The Blood-stained Banner", play "Murder Most Foul"


Una perfetta e circolare chiusura del cerchio, con un brano che per certi versi sembra ricordare e citare un altro pezzo epico ed epocale. Un brano sulle speranze e sui sogni di una generazione, all'epoca forte dell'energia vitale della giovinezza:

With all memory and fate driven deep beneath the waves,
Let me forget about today until tomorrow.


Che sia questo un congedo definitivo per il cantautore Premio Nobel per la letteratura 2016?

Dario Greco

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John Wesley Harding - Il rock biblico secondo Dylan

Mi ritiro dalle scene per produrre rock biblico
Durante il dicembre 1967 Bob Dylan diede alle stampe il suo ottavo lavoro discografico, John Wesley Harding.


Prodotto da Bob Johnston e registrato nuovamente a Nashville, con un ristretto gruppo di musicisti, dove ritroviamo Charlie McCoy al basso, Kenneth Buttrey alla batteria e la pedal steel guitar di Pete Drake in due brani. Il resto lo fa Dylan che suona chitarra, piano e armonica. E' un lavoro diverso rispetto ai tre dischi elettrici che l'hanno preceduto. Anche a livello testuale e tematico vi sono differenze sostanziali. Troviamo in questo contesto dodici brani, sei per facciata, dove la traccia più lunga, The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest non va oltre i 5 minuti e 35 secondi.

Da quando il suo autore ha iniziato a produrre dischi autografi, non era mai accaduto che desse alle stampe un numero cospicuo di canzoni tanto brevi. In un paio di occasioni scendiamo sotto la soglia dei due minuti e mezzo, segno che qualcosa era cambiato nella scrittura. Del resto questo lavoro arriva dopo l'incidente motociclistico e dopo che Blonde on Blonde aveva concluso la prima parte della sua carriera musicale. La cosa incredibile sta nel fatto che Dylan non torna indietro alle incisioni che lo avevano mostrato al pubblico. Il disco è una virata sul country e contribuisce a gettare le basi per il concetto del back to the roots, di cui oggi si continua a parlare. Nonostante i suoi testi siano stati altre volte influenzati da riferimenti biblici, in particolare The Times They Are a-Changin' del 1964, in questa occasione possiamo davvero parlare del primo disco di rock biblico della storia. Anche stavolta il tempo viene in nostro soccorso, in un contesto di analisi retrospettiva, ma dobbiamo tentare di immedesimarci su cosa volesse dire dare alle stampe alle soglie del 1968 un disco così "conservatore" e nel contempo capace di andare oltre i fronzoli e la psichedelia imperante di quel momento particolare.

Questo è un disco che è rimasto, mostrando il suo valore nel tempo e per il tempo. Non si tratta di limitarsi a citare un classico come All Along the Watchtower, che certamente merita un posto privilegiato non solo per ciò che riguarda il suo autore, ma per la storia della canzone rock. È un disco seminale e importante per il suo autore in primis e poi per l’intero trend della canzone d'autore. Da questo momento in poi prenderà piede e si delineerà un nuovo stile di composizione dei brani, il quale dimostra come Dylan tornando sulle scene, sia capace di dettare una linea da seguire. Certo, lo farà altre volte, ma qui ha ancora la forza e la tenacia della giovinezza. I dodici brani che compongono l’album, tra citazioni bibliche e modi di dire del linguaggio parlato, sono tutti esemplari e daranno idee a una schiera di artisti e musicisti, di diverso genere, che andranno ad attingere a questo tipo di canzoni. Da Jimi Hendrix a Patti Smith, da The Black Keys ai Judas Priest, che prenderanno il loro nome proprio dal brano di Dylan, gli esempi ancora una volta si sprecano. In pratica siamo di fronte a un lavoro coeso, ispirato e musicalmente brillante nella sua dichiarata semplicità. Non è un caso se questo disco è considerato un album di svolta. L’artista che torna a pubblicare dopo un anno e mezzo è molto diverso. Questi brani sono sogni che si rivelano, in qualche luogo del passato, per il loro minimalismo centrato, da autentico cecchino della canzone. Ora, se è vero che i sogni sono dal principio un elemento importante per la scrittura dylaniana, è evidente come qui vi sia una predominante indeterminatezza piena di simboli e di significato. Le canzoni hanno la capacità di aprirsi in molte direzioni e di essere letti secondo differenti prospettive interpretative. Un lavoro innovativo e sorprendente, specialmente se messo in relazione alla semplicità degli arrangiamenti eseguiti con una strumentazione così scarna e al contempo particolare. C’è qui una vera rinascita, che arriva attingendo in modo consapevole dalle sorgenti del materiale originale.

Si gioca di sottrazione, ma questo non significa produrre un lavoro lontano anni luce dalla trilogia Bringing /Highway 61/Blonde, semmai si parla di dare un degno seguito a una fase caratterizzata da capolavori di livello eccezionale. Le preferenze, escludendo i due brani chiave, All Along the Watchtower, vero fulcro del disco e la conclusiva I’ll Be Your Baby Tonight, che già anticipa nei toni Nashville Skyline, sono del tutto personali e soggettive. La title track è senza dubbio una canzone semplice e ispirata. Si passa così a una sequenza come As I Went Out One Morning, I Dreamed I Saw St. Agustine, Drifter’s Escape, Dear Landlord e Down Along the Cove, che mostrano un Dylan capace come interprete e come scrittore. La voce funzionale e duttile rispetto al valore dei brani fa un tutt’uno con la sezione ritmica che accompagna questo disco in modo adeguato. Come se non bastasse si tratta di uno degli album meglio invecchiati, a livello musicale, viste le scelte minimali e bucoliche. Siamo infatti dalle parti dell’alt country contemporaneo. Oggi possiamo ascoltare le belle incisioni alternative presenti sul volume antologico The Bootleg Series 15 – Travelin’ Thru per farci un quadro più esaustivo e per riprendere in mano questo grande affresco minimale che è John Wesley Harding.

Dedicare un disco al Vecchio Testamento potrebbe forse sembrare una cosa eccessiva, oggi. Eppure in un decennio turbolento e un po' folle come gli anni sessanta, sembra quasi un'idea innocente e una metafora di protesta, come quella dei molti personaggi che affollano queste canzoni e le sue liriche. Dylan era ancora al top e la sua ispirazione parte proprio dalla Bibbia fino a raccontare di fuorilegge, di amori e follia, tutti temi cari all’autore. Sembra una sorta di profeta sceso dalla montagna per narrare le sue dure verità. Un comportamento che oggi potrebbe sembrare eccentrico ed esagerato, ma che sembra essere in linea con il personaggio di quel momento. Una ricerca di spiritualità che avrebbe accompagnato il suo autore nel corso della sua lunga e ricca carriera. Per fortuna in questa occasione molte critiche furono lungimiranti e obiettive, indicando questo come uno dei suoi dischi migliori, seppur diverso, all'interno di una discografia che fino a quel momento non aveva mostrato ancora alcun segno di cedimento, a livello di ispirazione e di furore poetico. Citiamo, tra le altre cose, "l'omaggio" al poeta Wystan Hugh Auden di As I Walked Out One Evening. Dylan nella sua As I Went Out One Morning canta di un uomo che offre una mano a una donna in catene, ma si rende conto che lei vuole più di quello che offre e che intendeva fargli del male. Appare un personaggio identificato come Tom Paine, il quale "le ordina di arrendersi" e si scusa con il narratore per le azioni della donna.

Gli scivoloni sarebbero arrivati a breve, ma durante quell'ultima settimana del 1967 Dylan e la Columbia poterono ancora una volta usufruire di una critica attenta, obiettiva e capace. Le cose sarebbero repentinamente mutato, ma non è questo il momento. La Bibbia è la stoffa con cui sono fatti i suoi testi migliori, come questi. Come ci ricorda Northrop Frye, si tratta del Grande Codice della letteratura occidentale. Bob Dylan che conosceva queste sfumature già nel corso della sua giovinezza, continuerà a farne tesoro lungo una ricca carriera costellata da successi, quasi tutti meritati, a nostro parere.

Non il capolavoro definitivo in cui il pubblico sperava, ma un tassello fondamentale per quello che sarebbe venuto nei decenni successivi. Fondamentale per la carriera del suo autore. Dico bene?

Dario Twist of Fate

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Slow Train Coming irrompe sulla scena Gospel (1979)

Il mio nemico indossa un’aureola di decenza

Bob Dylan è sempre stato un genio nel sottoporci il suo apparato immaginifico e nel farci provare certi sentimenti mostrandoci delle immagini ben precise. Così abbiamo questa idea del lento treno che sta arrivando, come metafora ideale volta a introdurre un nuovo tema, che sarebbe diventato il leitmotiv della fase Gospel durata due anni e mezzo lungo i quali Dylan darà alle stampe tre nuovi album con composizioni inedite. Visto oggi, attraverso un punto di vista retrospettivo, tutto ci appare differente, più semplice da recepire e da commentare. A quel tempo invece era più una cosa tipo: “Bene, ci siamo giocati Dylan. Lui farà questi album cristiani per sempre.” Abbiamo visto invece da vicino gli effetti sui fan dei cinque dischi dedicati al Great American Songbook (periodo Sinatra) e di come anche questa fase sia stata accolta con fastidio da parte di alcuni fandom del cosiddetto zoccolo duro. Il punto della questione è che il nostro autore, raramente è venuto incontro ai bisogni e ai desideri del pubblico. Tuttavia, se oggi il 79enne musicista del Minnesota ha tracciato un solco indelebile nella canzone nordamericana del secondo Novecento, le cose stavano diversamente in quell’estate del 1979. Bisogna capire il contesto in cui un disco come Slow Train Coming vide la luce. Registrato ai Muscle Shoals Sound Studio di Sheffield, Alabama e prodotto da Jerry Wexler e Barry Beckett questo disco si segnala come uno dei migliori lavori, a livello tecnico ma pubblicati da Dylan. Il merito è in larga parte della produzione e dei musicisti che prendono parte alle sessions di Slow Train Coming. Lo stesso Beckett suona tastiere e percussioni, mentre le coriste sono Regina Havis, Helena Spring e Carolyn Dennis. Al basso troviamo il sempre valido Tim Drummond, la batteria è suonata di Pick Withers dei Dire Straits. Anche Mark Knopfler, con la sua chitarra contribuisce a delineare il sound di questo disco, con un Dylan che sa bene cosa vuole: un suono potente e robusto che vira decisamente sul funky. Non è un caso se Jann Wenner definì il lavoro come uno dei dischi migliori che il suo autore abbia mai realizzato. "Col tempo è possibile che arrivi a essere considerato il suo lavoro migliore". Queste dichiarazioni probabilmente nel 1979 potevano risultare pretenziose e un po' esagerate. Tuttavia se andiamo a ripercorrere la discografia di Dylan anni sessanta e settanta, in termini retrospettivi, non è facile trovare un disco registrato e suonato meglio rispetto a questo. L’apporto di ogni singolo musicista lo fa suonare davvero potente, più incisivo rispetto alla media. Pur muovendosi nei confini del genere gospel, il disco fa il suo dovere per i suoi 46 minuti e 19 secondi. Le critiche sono più che positive, nella maggior parte dei casi, in virtù di brani destinati a durare nel tempo. Titoli come Gotta Serve Somebody, I Believe in You o Slow Train, così come la seconda facciata dell’LP: tesa, vibrante e coerente.

“Cambierò il mio modo di pensare, mi darò un diverso codice di comportamento. Cambierò il mio modo di pensare, mi darò un diverso codice di comportamento. Devo partire col piede giusto e smettere di essere influenzato dagli imbecilli.”

Quando nel 1979 Dylan diede alle stampe il suo 19esimo album in studio, probabilmente non credeva potesse creare così tanto scompiglio tra il pubblico e a livello di critica. La svolta Gospel del Nostro era avvenuta già con l'album precedente, Street Legal (1978), un lavoro accolto in modo piuttosto ostile, soprattutto in America a livello critico, con il puntuale Greil Marcus a cui si aggiunge Dave Marsh, il quale affermava di non aver capito lo scopo di questo lavoro. Una critica che soprattutto in Europa suona indecifrabile visto il valore dei brani e del risultato d'insieme per un disco che il pubblico ha apprezzato fin da subito. Nel Regno Unito arrivò celermente al secondo posto per la classifica di vendite. In sede retrospettiva c’è da capire perché Dylan sia stato così spesso frainteso. Probabilmente ha avuto un ruolo il suo eclettismo, musicale e testuale, aspetto che molte volte ha spiazzato critica e pubblico. Nel 1979 l'autore aveva alle spalle già 17 anni di carriera, dove pesavano in maniera determinante le produzioni realizzate negli anni sessanta a cui bisognava aggiungere due successi come Blood on the Tracks e Desire. Lavori che erano stati accolti molto bene dalla critica che li aveva salutati come un tanto atteso ritorno sulle scene, senza perdere credibilità e con pezzi pregiati che andavano ad arricchire in maniera sostanziale il suo repertorio. Brani come Senior o altre cose contenute in Street Legal facevano presagire gospel, inni e canti di chiesa, bianchi e neri sono centrali già nel disco che aveva preceduto Slow Train Coming. Changing of the Guards ha qualcosa di spirituale, oltre ai toni apocalittici, sembra quasi una marcia di tipo laico ma che richiama appunto al gospel e agli inni sacri, seppur in modo personale, come era solito fare l'autore durante i suoi lavori passati.



Sant’Antonio predicava ai pesci per confondere le acque, mentre Dylan registrava il suo primo album Gospel per ritrovare sé stesso, dopo un decennio piuttosto complicato, ma non privo di guizzo, estro e inventiva. Ascoltare Slow Train Coming dopo Trouble No More - The Bootleg Series 13 aiuta molto in termini di rivalutazione critica retrospettiva. La qualità delle canzoni, sotto il profilo sonoro è sempre stato uno dei punti di forza di questo lavoro. La produzione e il sound ancora oggi sono dominanti e danno la dimensione della potenza di fuoco che Dylan e il suo ensemble erano capaci di produrre. Ma è arrivato il tempo di rendere giustizia anche per quel che riguarda l’ideologia e il lavoro di tipo testuale. Fatta salva qualche eccezione, dove il nostro artista pare in debito di ispirazione, i testi sono di buonissima levatura. Difficile trovare difetti in brani come Do Right To Me Baby, Precious Angel, Gotta Serve Somebody e soprattutto Slow Train e Gonna Change My Way Of Thinking. Purtroppo la critica militante anni settanta di rende per l’ennesima volta colpevole del peccato originale: dire a Dylan cosa deve fare, cosa deve suonare e che cosa dovrebbe scrivere. Puttanate del tipico puritanesimo di matrice anglosassone. Ancora una volta Greil Marcus non perde occasione per mostrare la propria miopia quando si tratta di scagliare la prima pietra che rotola nei confronti del suo amato-odiato Dylan. Il problema è che sono critiche che accusano l’autore di non essere ironico, di prendere troppo sul serio il tema evangelico, di furore messianico. Nella critica scagliano saette e giudizi, senza ascoltare il proprio cuore e senza avere un punto equidistante che si richiede a chi si occupa di critica musicale. Come al solito, il tempo darà ragione all’artista, ma non è certo una novità. Diciamo pure che già a partire dal lavoro che lo aveva preceduto, la critica Usa perderà di vista Dylan, per poi ritrovarlo solo nel 1983, quando darà alle stampe Infidels. Ed è un peccato perché questa fase gospel merita una adeguata rivalutazione in sede critica. Ci siamo anche un po’ stancati di leggere nel 2021 certe critiche prive di senso estetico e figlie di preconcetti su cosa sia gospel e cosa possa essere accettato da un artista che in quasi sessant’anni di carriera discografica ha toccato con mano sensibile ogni genere, arrangiamento e stile appartenente alla tradizione della canzone nordamericana. Risulta poi incomprensibile non accorgersi dei legami tra questo lavoro e alcuni illustri predecessori come John Wesley Harding e The Times They Are a-Changin’. Probabilmente i crediti illimitati in sede critica si erano esauriti, visto che oggi possiamo con facilità e coerenza collocare Slow Train Coming tra i tasselli a tema religioso e spirituale di un autore che non ha mai nascosto il proprio punto di vista sul mondo, a volte inattuale e scomodo, a volte solo in anticipo sui tempi. Questo album dice è in arrivo un cambiamento per l’umanità. Un messaggio coerente per un autore che aveva scritto i tempi stanno cambiando.

Slow Train Coming è senza dubbio uno dei dischi che ha risentito di un giudizio poco obiettivo e centrato della produzione dylaniana. A nostro parare è musicalmente tra i migliori 10 album mai realizzati dal Nostro. Vecchio Testamento permettendo!

Questo lento treno è destinato alla Gloria!



Dario Twist of Fate


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Infidels

Nessuno canta il blues come Dylan

All'inizio degli anni Ottanta, Dylan si ritrova per la prima volta nella posizione di non essere né un prodotto commerciale alla moda né un artista di tendenza secondo la critica. Le mode dominanti dei tardi Settanta e dei primi Ottanta erano il punk, la new wave, il funk e la disco, generi dai quali Dylan era molto lontano, nonostante le sue contaminazioni in chiave di soul music, proprio di quest'epoca. Il suo ultimo successo commerciale risaliva al 1979, quando Slow Train Coming fu un grande successo, portandogli in dote il suo primo Grammy per merito del singolo Gotta Serve Somebody. Nonostante le tematiche religiose e una musica notevolmente in debito nei confronti del gospel, Dylan aveva chiuso in attivo un decennio caratterizzato da alcuni alti, ma parecchi bassi. Non ci fu mai un annuncio ufficiale o qualcosa di simile, ma Infidels segnò il ritorno per Bob Dylan alla musica laica o quantomeno a materiale privo di riferimenti cristiani espliciti. Va detto che i richiami religiosi non sono mai mancati nei suoi lavori, infatti sarebbero continuati anche in futuro. Comunque questa è un'altra storia, questo è Hemingway!
Infidels è il 22esimo album in studio di Bob Dylan. Viene rilasciato il 27 ottobre 1983 per conto di Columbia Records. Lo avevano preceduto tre lavori definiti dalla critica album "cristiano-evangelici" come Slow Train Coming, Saved e Shot of Love, anche se a onor del vero solo il secondo era stato un disco propriamente estremista nei toni e nelle liriche, dato che già Shot of Love in diversi episodi se ne discosta, musicalmente e a livello testuale. Infidels, tranne per qualche brano poi scartato in fase di editing e di missaggio, rappresenta il ritorno alla cosiddetta musica secolare. È un buon successo, a discapito di critiche circa la scaletta definitiva che lo andrà a comporre. Innegabile lo sforzo di essere attuale e contemporaneo. A tal proposito l'eminente Paul Zollo dirà nel tempo: "Infidels non ha perso nulla del suo potere, a differenza di tanti album del passato. Forse ha il suono migliore tra i suoi lavori in studio. Il suo genio è profondamente rispecchiato in ciascuno dei brani. Esclusioni a parte, resta uno dei suoi migliori dischi.
Sotto il punto di vista musicale il disco è saldamente nelle mani di Mark Knopfler, nella doppia veste di chitarra solista e di produttore. Fonti molto vicine all’artista dicono che in lizza per questo disco ci fossero David Bowie e Frank Zappa. Venne scelto invece il chitarrista di Glasgow, probabilmente più in linea con il feeling delle canzoni e che già aveva collaborato con Dylan in studio nel 1979. Lo affianca una band di livello eccellente, dove spicca la chitarra dell'ex Stones Mick Taylor, mentre la sezione ritmica è composta da Sly Dunbar e Robbie Shakespeare. Alle tastiere, Alan Clark.



Infidels è la chiara istantanea di un autore che si esprime con consapevolezza ai massimi livelli, sotto ogni punto di vista: performativo, musicale e testuale. Un performer al massimo, consapevole di avere le carte in regole per tornare. C'è chi sostiene che questo poteva essere il miglior disco dai tempi di Blood on the Tracks se non addirittura superiore. E invece... è un dannato capolavoro! Basti pensare al fatto che questo lavoro ha ispirato artisti del calibro di Caetano Veloso, Tom Petty, Jimmy LaFave, Built to Spill e Craig Finn i quali nel corso degli anni gli renderanno omaggio riprendendo alcuni dei pezzi migliori di questo lavoro.

Pochi dischi del Dylan post anni sessanta possono contare sulla solidità e la compattezza di questo album. Otto brani, quattro per ogni facciata con pezzi di valore assoluto come Jokerman, Sweetheart Like You, License to Kill e I and I, che da soli valgono già il disco. Ai quattro gioielli vanno poi aggiunti i seguenti brani: Dont' Fall Apart on me Tonight, Union Sundown, Man of Peace e Neighborhood Bully. La critica (per una volta benevola verso questo lavoro) resterà un po' spiazzata facendo spallucce quando Dylan utilizza l'arma dell'ironia venendo il più delle volte frainteso e scambiato per un lamentoso reazionario. Riascoltando oggi alcune canzoni verrebbe da dire che l’autore abbia un atteggiamento da boomer, quando afferma:

Le mie scarpe vengono da Singapore, le mie tovaglie dalla Malesia, la mia cintura con la fibbia dall'Amazzonia. Questa camicia che indosso viene dalle Filippine e la macchina che sto guidando è una Chevrolet fabbricata in Argentina. Questo abito di seta è di Hong Kong, il collare del cane è dell'India e il vaso di fiori è del Pakistan. Tutti i mobili recitano "Made in Brazil".

Eppure un artista sul viale del tramonto non avrebbe dato alle stampe un disco così compatto, lucido e coerente. E poi, sorpresa delle sorprese, il meglio che aveva scritto (e registrato) non è neppure presente sul disco. Ci sono infatti almeno tre brani che avrebbero reso l'album se possibile più valido e di maggior peso specifico. Blind Willie Mc Tell, Death is Not The End, Lord Protect My Child, Foot of Pride, Someone's Got A Hold Of My Heart, Clean Cut Kid, Tell Me avrebbero costituito l'ossatura per un ottimo doppio album. Un ritorno? Forse, anche se per alcuni fan toccherà attendere ancora qualche anno. E' difficile giudicare in termini negativi un disco che lavora per sottrazione e che rinuncia a pezzi pregiati in nome di compattezza e coerenza in virtù del messaggio che vorrebbe lanciare. Dylan qui è uscito dall'ubriacatura religiosa e ritorna con la voce più credibile, quella del suo glorioso passato. Non più la voce di una generazione, visto che sono cambiate molte cose, ma un lucido visionario, che ha letteralmente superato le fiamme dell'inferno per tornare dai peccatori a raccontare una poco lieta novella. Peccatori? Meglio dire infedeli.
Considerazioni personali su Infidels (e sul brano Blind Willie Mc Tell)
Quanta potenza e quanta rinuncia c'è in questo disco, in questa prova in studio. Non è facile scrivere e argomentare su quello che poteva essere, ma non è stato. Eppure noi qui sappiamo come andranno le cose. Basta avere la volontà di riavvolgere il nastro. Basta acquistare un biglietto e se sei fortunato il tuo numero uscirà. È stato così per noi, è stato un gioco dove non c'erano vincitori e sconfitti, perché questo treno non porta più prostitute e biscazzieri, perché nessuno ha più occhi per vedere e sogni da infilare sotto cuscini improvvisati. C'è un pianoforte e una chitarra che suonano magnificamente e c'è una voce che si staglia. Non sembra bella, ma è urgente e sincera. È la voce di Bob Dylan. Il canto di un menestrello in preda ai deliri di un blues ancestrale e solitario. Infidels è il disco che poteva essere e non è stato. Blind Willie Mc Tell è una riflessione sulla fine dei tempi. Eppure Infidels resta ancora oggi un'idea di viaggio sonoro preciso, puntuale, consapevole che ci consegna una delle migliori canzoni dai tempi di Mr. Tambourine Man, quella splendida, ipnotica, meravigliosa, Jokerman. Una sorta di nuovo alter ego, dove l’autore e il performer trovano adesione e immedesimazione totale, quasi mimetica. Nessuno ora canta il blues come Bob Dylan. Nemmeno Dylan stesso!

Dario Twist of Fate

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Nashville Skyline (1969)



Greetings from Nashville, Tennessee!

Nella sua lunga produzione discografica, Bob Dylan ha prodotto 39 album in studio, molti dei quali non sono certo dei capolavori. Nashville Skyline non rientra tra questi, eppure è uno dei suoi lavori più divertenti, leggeri e frizzanti. La produzione vira in modo evidente verso il country, quel tipo di musica che oggi viene giustamente chiamata Americana. È un lavoro che ricevette una buonissima accoglienza da parte del pubblico, arrivando al primo posto nel Regno Unito e al terzo in Usa. Siamo certi che forse nel corso del tempo, sia stato amato e apprezzato anche in Italia, visto che è citato da autori come De Gregori e Baglioni e se pochi brani furono considerati tra le sue composizioni più memorabili, bisogna considerare il successo da classifica ottenuto dal singolo Lay Lady Lay. Questo brano era stato scritto in origini per la colonna sonora del film Midnight Cowboy con Dustin Hoffman e Jon Voight. Tuttavia la canzone venne scartata e gli fu preferita invece Everybody's Talkin' di Fred Neil, interpretata da Harry Nilsson, che ebbe un successo straordinario. Per la prima volta Dylan incide un brano strumentale, The Nashville Rag, stesso discorso sul fronte dei duetti: il disco si apre con la riproposizione a due voci di un suo classico contenuto nel secondo disco, Girl from the North Country. Il duetto con Johnny Cash è memorabile e per lungo tempo resteranno inedite le altre tracce eseguite assieme, oggi finalmente raccolte nel Bootleg Series Vol. 15 Travelin' Thru. È interessante notare come l'album sembri continuare laddove il precedente si era concluso.

I'll Be Your Baby Tonight chiudeva il precedente John Wesley Harding, mostrando la via per la nuova direzione musicale che l'autore avrebbe percorso con il suo lavoro successivo, Nashville Skyline appunto. Una cosa che balza subito all'occhio e all'orecchio di questo nono album, rilasciato il 9 aprile del 1969, le cui sessioni guidate dal produttore Bob Johnston si tennero proprio nella capitale dello Stato del Tennessee tra il 12 e il 21 febbraio dello stesso anno, è la durata. Disco snello e agile, non solo non arriva a trenta minuti, come durata complessiva, ma fatto più unico che raro, non contempla brani troppo strutturati nei testi e nella durata, appunto. Si pensi che la traccia più lunga, non va oltre i tre minuti e quarantatré secondi, mentre quella più breve, Country Pie, dura appena un minuto e trentanove. Pensiamo che ciò avviene molto prima rispetto all'urgenza del punk-rock (genere che non c'entra nulla con questo disco) e che risulta insolita, visto che Dylan ha pubblicato brani celebri e importanti che arrivano anche a dieci minuti di durata.

Tra gli episodi più significativi bisogna citare oltre alla prima traccia, eseguita in duetto con l'amico e collega Johnny Cash, almeno altre quattro tracce: I Therew It All Away, Lay Lady Lay, il pezzo che è rimasto di più del disco, Tell Me That It Isn't True, con un arrangiamento solido e brillante, scelta piuttosto particolare per gli standard dylaniani del periodo e la chiusura, affidata alla stupenda Tonight I'll Be Staying Here With You, brano che avrà una seconda vita durante il tour della Rolling Thunder Revue nel 1975.

Nashville Skyline ha il difetto di essere un album allegro e brillante, per certi versi molto erotico e sensuale. Dotato di un timbro vocale differente, che può spiazzare al primo ascolto, visto che Dylan aveva dichiarato di aver smesso di fumare in quel periodo, secondo Marshall Chapman è un disco sexy, dove è la semplicità della musica a rendere tutto così potente. Sembra che Dylan stia cercando di semplificare mantenendo un basso profilo da signorotto di campagna, tornando alla terra, tagliando la legna e seguendo l'esempio di Walden di Henry David Thoreau e delle Foglie d'erba di Walt Whitman.

Eppure l'uomo che registra Nashville Skyline si avvale di alcuni musicisti locali che rispondono ai nomi di Norman Blake, Kenneth Buttrey, Charlie Daniels, Bob Wilson, Charlie McCoy, Pete Drake e Carl Perkins. Per chi conosce la musica in modo più approfondito, qui verrebbe da esclamare, giustamente: - Alla faccia del disco minore!

Subito dopo la pubblicazione di Nashville Skyline gli studi di registrazione e i musicisti utilizzati da Dylan diventeranno molto gettonati e richiestissimi. E probabilmente senza questo album, giudicato a torto o a ragione un disco minore, non ci sarebbe stato Harvest di Neil Young, o meglio, non sarebbe stato quel grande successo di critica e pubblico che il disco ha ottenuto. Non ci sembra affatto una questione marginale, a ben vedere.

Dario Twist of Fate

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Modern Times - Ritratto dell'artista da adulto (2006)



Segnali rivelatori dell’anziano menestrello (2006)

È notte nella grande città. Una donna cammina a piedi nudi, con le scarpe a tacco alto in una borsetta. Un uomo si ubriaca e si rade i baffi. Un gatto rovescia una lampada. Un poliziotto fuori servizio parcheggia di fronte la casa dell’ex moglie.

(Theme Time Radio Hour)

Modern Times è il 32esimo disco pubblicato da Bob Dylan per la Label Columbia. Come il precedente "Love And Theft" anche questo lavoro viene prodotto da Dylan e suonato con la band che in quel periodo lo accompagnava in studio. Per molti versi questo disco sembra una sorta di sequel del lavoro precedente. La critica ha parlato di una "potenziale trilogia" che andrebbe a concludere il discorso sonoro intrapreso con Time Out of Mind. Aspetto che tuttavia lo stesso autore ha escluso, affermando che se ci sarà una trilogia, questa è iniziata con Love And Theft. Diamo quindi per buone le dichiarazioni di un autore che nel tempo si è ammorbidito, sostituendo al suo stile di intervista criptico, una trasparenza che solo chi è in netta malafede può non riconoscergli. L'autore che si affaccia al pubblico nel 2006 è in effetti un nuovo performer, sotto molti punti di vista. Oltre a prodursi con successo i suoi dischi, Dylan ha infatti realizzato successivamente alla sua ultima prova in studio: un film, Masked And Anonymous (flop al botteghino, cult per i fedelissimi) un libro autobiografico (Chronicles), ma soprattutto il suo programma radiofonico Theme Time Radio Hour, che andrà in onda dal 3 maggio 2006 fino al mese di aprile del 2009.

Oltre alle uscite antologiche della Bootleg Series, giunte al volume numero sette, nel 2005 viene realizzato il film documentario No Direction Home, diretto da Martin Scorsese, che ripercorre la vita di Bob Dylan dai primi passi fino all'incidente in moto del 1966. Così per avere un quadro più esaustivo del momento storico e artistico, il Nostro cantautore americano preferito, è vivo e vegeto, quando darà alle stampe questo Modern Times. Disco stravagante e illuminato, riceve ancora una volta il plauso della critica unanime, salvo poi rivedere questa posizione quando il disco venderà bene (forse troppo!) , per via della mancanza dei soliti crediti, furto con scasso e plagi che Dylan opera con la solita capacità di tombarolo che gli andrebbe una volta per tutte riconosciute! Un Dylan in versione Arsenio Lupin.

Stavolta di suo ci mette giusto la voce e la firma, almeno a sentire certi giudizi. Il titolo richiama al noto film di Charlie Chaplin del 1936, mentre molte canzoni sono in debito per quanto riguarda la struttura musicale e il contenuto testuale. Oggi, 2021 sappiamo bene che questo sarà uno degli ultimi lavori autografi (o semi-autografi) in 15 anni di attività musicale. Nonostante le polemiche, a nostro parere risibili, a causa dei testi simili a quelli del poeta Herny Timrod più qualche oscuro blues, Modern Times è un successo clamoroso, sia in termini di pubblico che di critica.

Diverse riviste lo indicano come disco dell'anno e anche il rating attuale lo colloca tra i grandi capolavori, visto che oscilla tra il 9 e il 10 e tra le quattro e le cinque stelle, su prestigiose testate quali Uncut, Rolling Stone, Mojo e The Guardian. Per Joe Levy di Rolling Stone l'album il "terzo capolavoro consecutivo" di Dylan, mentre Uncut lo ha definito un "sequel diretto e audace" di Love and Theft. Secondo Robert Christgau è un lavoro sorprendente capace di sprigionare bellezza con quella calma osservante da vecchi maestri che hanno visto abbastanza la vita per essere pronti a tutto. Si passa dal poeta William Butler Yeats a Matisse fino a giungere dalle parti di Sonny Rollins. Jody Rosen definisce Modern Times un lavoro migliore di Time Out of Mind e del maestoso Love And Theft: una delle migliori opere di Dylan dai tempi di Blood on the Tracks. Sul fatto che si possa definire un capolavoro senile moderno, siamo tutti d'accordo.

La band coinvolta vede uno stravolgimento della line-up rispetto a Love And Theft, dato che l'unico superstite è Tony Garnier al basso. Per il resto troviamo due nuovi chitarristi, con Denny Freeman e la vecchia conoscenza di Stu Kimball, il batterista George G. Receli, che da lì in poi sarà una presenza stabile per un lungo periodo e il polistrumentista Donnie Herron, che suona diversi strumenti a corda, dal vivo così come in studio. Il suono è questa volta meno calibrato e questo non sempre giova a bani che mediamente superano i sei minuti, ma l'atmosfera e l'intensità di certe performance, di alcuni versi e del disco, è più che riuscita, tanto che Modern Times se possibile sarà un successo maggiore rispetto ai due dischi che lo hanno preceduto. Vi sono senza dubbio almeno tre nuove canzoni che possono assurgere al ruolo di nuovi classici dylaniani. Il numero di rimandi, citazioni, strizzatine d'occhio è ancora una volta elevato. Questo lo si nota fin da subito dato che ad esempio il titolo del brano Workingman's Blues #2 è una citazione al brano di Merle Haggard del 1969, Workin' Man Blues. Come con il precedente disco si respira ancora una volta musica di genere blues, rockabilly e ballate pre-rock, in una parola: Americana.

Le canzoni che restano saranno principalmente le seguenti: Nettie Moore, Thunder on the Mountain, Workingman's Blues #2 e soprattutto Ain't Talkin'.

In merito a quest’ultimo brano è utile ricordare il punto di vista di Greil Marcus: “Dopo aver pronunciato le prime parole del testo, Dylan scompare. Sembra che a cantare il brano sia un’altra persona anziché il cantante che pensiamo di conoscere. Questo brano non ha una conclusione, e con le prime parole, Mentre uscivo, viene gettata un’ombra.” Il pathos e la capacità di farci vivere quell’istante in modo così vivido e reale è una qualità a cui raramente un disco e una canzone pop potranno ambire. Eppure Bob Dylan ci riesce e non ci conduce per mano in un posto sicuro. Tutto il contrario. C’è sgomento, thrilling, panico assoluto. Dylan esce allo scoperto in quanto è mosso da un autentico desiderio di puro istinto: la vendetta. L’autore dopo essere uscito e aver effettuato un percorso si ritrova in un mistico giardino. Sta parlando forse del suo Getsemani. Il brano resta irrisolto musicalmente e il testo si conclude con questi versi: Non parlo, soltanto cammino, su per la strada, dietro la curva. Brucia il cuore, ancora si strugge, nell'ultima retrovia alla fine del mondo.

Morale della favola

Nel 2006 Bob Dylan partecipò a un concorso per sosia di Charlie Chaplin a Montecarlo e arrivò terzo, ex aequo con Arsenio Lupin.

Questo post è dedicato alla memoria dello scrittore Larry McMurtry.

Dario Twist of Fate

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Love And Theft (2001)



Dopo aver realizzato dischi nuovamente all'altezza del proprio nome come Oh Mercy e soprattutto Time Out of Mind, Bob Dylan torna ancora, con un suo nuovo lavoro autografo. O meglio, semi-autografo. "Love And Theft" è il 31esimo disco in studio, ed è stato registrato ancora una volta a New York City, nei Clinton Recording, durante il mese di maggio. In cabina di regia, utilizzando lo pseudonimo di Jack Frost, c'è proprio Dylan, che si occupa della produzione. Novità importante, visto che da questo momento in poi sarà l'autore stesso a produrre i suoi futuri lavori discografici. Non è del tutto una novità: molte volte era stato proprio lui a dirigere i lavori, incluso lo stesso Time Out of Mind, che per molti aspetti era una co-produzione con Daniel Lanois. Importante sottolineare poi il ritorno a New York, in un momento storico specifico e dopo tanto girovagare. Era dai tempi di Empire Burlesque, ma soprattutto da Infidels, che Dylan non registrava in quella che a buon diritto può essere considerata la sua città d'adozione oltre che la seconda casa, musicalmente parlando. E così dopo tanti viaggi, Dylan giunge in sala d'incisione e lo fa con la sua abituale live band. Non una backing band qualsiasi, visto che può contare sull'elasticità e sulle dinamiche di una sezione ritmica perfettamente rodata on the road, ma soprattutto su ottimi strumentisti come Larry Campbell e Charlie Sexton. I due sono perfettamente a loro agio in questa prova in studio. Capaci di mostrare fin dalle prime battute tutto il loro armamentario e il giusto feeling per portare a casa un ottimo lavoro. Tony Garnier, il bassista che lo segue dal vivo già da qualche anno, qui è alla sua seconda prova in studio, dopo il fortunato "esordio" di Time Out of Mind.

L'atmosfera che si respira è davvero buona e raramente abbiamo sentito Dylan così allegro, frizzante e motivato, rispetto a questa prova discografica. Il merito è legato al materiale che porta in sala di registrazione, ma anche ai premi ottenuti negli anni che lo hanno preceduto. Non bisogna dimenticare che "Love And Theft" sia il primo disco dopo l'Oscar per la miglior canzone vinto con Things have changed. Dylan però non è certo il tipo a cui piace cullarsi sugli allori. Qui sale in cattedra con un lavoro solare, pulito nei suoni e con un imponente armamentario caratterizzato da suoni di impostazione roots rock, blues, country, jazz. In pratica quella che oggi viene definita Americana. Un genere che in pratica egli stesso ha contribuito a ridefinire e plasmare nella cantina coi fidati The Band. Naturale che Dylan si senta a suo agio a produrre, registrare e cantare questo particolare tipo di canzoni. Nonostante ciò, bisogna sottolineare come il lavoro rappresenti una novità importante a livello musicale. Il cantautore introduce un nuovo importante elemento all'interno del suo percorso sonoro. Per la prima volta infatti si confronta con un tipo di canzone antecedente al folk revival e al rock: dopo lo swamp-rock di Time Out of Mind, il Nostro ci riporta alle atmosfere Vaudeville e a tutto il contesto che aveva reso importante il Tin Pan Alley. Il titolo è preso in prestito dal volume Love & Theft: Blackface Minstrelsy and the American Working Class, scritto dallo storico Eric Lott e pubblicato nel 1993.
La fotografia che viene rilasciata ci mostra un autore sorridente e beffardo, che si diverte moltissimo a mettere in atto i suoi scherzi tremendi. Con la complicità di una band che suona a memoria, più l'intervento del grande tastierista texano, Augie Meyers, Dylan sale in cattedra ancora una volta con il suo stile di scrittura surrealista e cubista. I testi sono dei veri e propri flash, inchiodati in una cornice di grandi riff di chitarra: fraseggi e scambi che Larry Campbell e Charlie Sexton sono capaci di produrre e concepire, spesso improvvisando sul ritmo messo in piedi dallo stesso Dylan e dalla sezione ritmica guidata dal drumming di David Kemper. Per Wesley Stace "Love And Theft" rappresenta un passo in avanti, dopo la tristezza dominante e il suono gonfio e gommoso di Time Out of Mind. Ci sarà un motivo certamente plausibile se in tanti non amano i dischi di Dylan "allegri" e giocosi, fatta esclusione per titoli come Blonde on Blonde e Highway 61 Revisited. Eppure Dylan è capace di creare un linguaggio assolutamente nuovo attraverso cui esprimersi. Uno stile che gli calza a pennello e che non aveva fin qui mai utilizzato. Si tratta di un linguaggio fatto di scherzi pesanti, possiamo dire. La cosa incredibile è che la musica copre interi decenni, che hanno preceduto il suo ormai distante esordio del 1962. Non è certo un caso se queste canzoni vengano messe su nastro proprio mentre il suo autore stava per compiere 60 anni. Con Dylan sappiamo bene come il tempo assuma un'importanza considerevole. Andiamo a ritroso dai blues anni venti allo swing, passando per il pop fino ad arrivare a Elvis. Ed è qui che il disco prende quota, attraverso ritmi indiavolati e chitarre infuocate.



C'è però un aspetto che bisogna sottolineare, dopo l'amore tocca al furto. E Dylan stavolta saccheggia, come può, tutto ciò che gli sta a cuore. Passiamo da Dock Boggs a Gene Austin, da Robert Johnson ai riferimenti espliciti di Big Joe Turner from Kansas City, fino al Charley Patton di High Water Everywhere, pezzo Delta blues, registrato nel 1929. Difficile individuare la citazione del brano Po' Boy, visto che con lo stesso nome abbiamo questo incredibile sandwich a cui il testo sembra fare riferimento, ma siccome il disco è un esempio esplicito di amori e ruberie, potrebbe esserci anche qui un riferimento ai mentori Elvis Presley e Woody Guthrie. La critica, tanto per cambiare si è diverte a fare le pulci ai testi quanto ai debiti di scrittura musicale. Eppure il disco andrebbe giudicato e considerato nel suo insieme, dato che sotto questo punto di vista funziona alla grande! Questa volta ci si diverte, si balla, pestando il piede a tempo. E ci sarebbe anche da capire cosa c'è di male nel rivalutare e rilanciare canzoni dimenticate degli anni '20 e '30 del secolo scorso. A questo punto mettiamo dietro la lavagna i vari Eric Clapton, Mark Knopfler, Van Morrison e Neil Young, dato che anche loro hanno dedicato metà carriera a rimaneggiare standard blues, country e folk.
Il problema è che questo gioco a Bob Dylan riesce meglio, visto che gli vale premi, dischi d'oro e una considerazione critica, storica e letteraria che probabilmente i suoi illustri colleghi non riceveranno mai. Nel 2015 in un raro intervento dal vivo, Dylan dirà che nelle recensioni a lui riservate i critici vanno a guardare sotto ogni pietra nel tentativo di riportano alla luce tutto quel che trovano. È possibile, ma è anche vero che nessun collega ha mai ricevuto il plauso unanime della critica, intercettando, per così tanto tempo, gli interessi di legioni di adepti, fandom ed estimatori di musica. Di questo dovrebbe rallegrarsi, riteniamo. Greg Kot sul Chicago Tribune ha scritto di Love And Theft: "I miti, i misteri e il folklore del Sud come sfondo per uno dei migliori album roots rock mai realizzati". Dodici brani, ognuno a suo modo importante e indispensabile per tracciare la nuova rotta musicale e sonora del suo Autore. Ogni traccia ha il suo valore e peso specifico, anche se forse alla lunga quelle che sono rimaste sono il nucleo swingante comprendente Bye and Bye, Floater, Moonlight, Po’ Boy a cui è giusto aggiungere la ballata finale Sugar Baby, il ritmo incalzante bluegrass di High Water e la sferragliante apertura di Tweedle Dee & Tweedle Dum.

Interessante notare un aspetto inusuale per il Nostro autore. Il recupero del brano Mississippi, outtakes di Time out of mind già inciso tre anni prima da Sheryl Crow. Dopo i precedenti illustri di brani del valore di Blind Willie McTell, Foot of Pride, Series of Dreams e Dignity solo per limitarci a quelli più evidenti, Dylan stavolta corre ai ripari e si assicura uno dei suoi pezzi pregiati per rinforzare un disco che per lui rappresenta una nuova sfida e l’inizio di un nuovo percorso musicale e di metodo di lavoro. Perché, aspetto che pochi hanno evidenziato, il suo metodo di lavoro ricorda più quello dei sapienti artigiani, dei mastri ferrai che dei pittori italiani del Rinascimento. Amore e furto, va benissimo, ma anche un Riportando Tutto a Casa Volume 2, sarebbe stato titolo appropriato e funzionale, crediamo.

Capolavoro brillante e unico. Disco prezioso da ascoltare nei momenti di sconforto e di malumore. Uno dei suoi 5-6 lavori migliori.

N.B.- Siamo consapevoli del fatto che il disco sia stato pubblicato l’11 settembre 2001, ma pensiamo si tratti di una spiacevole coincidenza. In altre sedi questo potrebbe costituire elemento di analisi e di congetture, che ci sentiamo qui di eludere, per ovvi motivi.

Dario Twist of Fate



Foto di copertina realizzata da Kevin Mazur

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Empire Burlesque (Dylan at the Movies)

Dylan at the Movies

Quando Bob Dylan scrive i nuovi pezzi per quello che sarà il suo 23esimo disco in studio, la cosa che gli sta più a cuore è dimostrare, (a sé stesso) di poter stare sul pezzo ed essere competitivo con la musica che gira intorno. Un po’ quello che era stato il chiodo fisso della seconda metà dei settanta e che sarà croce e delizia durante uno dei decenni più bui per lui e per le vecchie glorie del rock e del pop. Gli anni ottanta non lasciano scampo, per tutti quelli che non sanno creare roboante musica da stadio. Basti pensare ad artisti come Bruce Springsteen e Joe Cocker, i quali pur riuscendo a produrre grandissima musica, finiranno per snaturarsi, soprattutto in rapporto al pubblico e a quel modo di produrre musica così intimo e speciale del decennio precedente. E Dylan tenterà di percorrere la stessa strada di tutti gli altri big che avevano iniziato a fare musica a cavallo tra i ‘60 e i ‘70. Per farlo si avvale di uno stuolo di musicisti di altissimo livello. Basti leggere con attenzione i crediti di Empire Burlesque per farci un'idea. Ci sono pezzi importanti di Tom Petty and The Heartbreakers, così come alcuni ex e attuali Rolling Stones, e trovano spazio perfino due membri della E Street Band (ma che poi nel disco non si sentiranno), senza contare i suoi fidati Al Kooper, Jim Keltner, Robbie Shakespeare, e le prime apparizioni di musicisti come Stuart Kimball, Benmont Tench con qui da qui in poi stringerà un sodalizio destinato a durare nel tempo. Dietro la console c'è anche il mago dei remix dance Arthur Baker, nel tentativo di dare ai suoni un’impronta al passo coi tempi e marcatamente radiofonica. L'idea è quella di mettere assieme del materiale valido per dare seguito al successo, di critica e pubblico, rappresentato dal suo disco precedente: Infidels. Purtroppo la cosa non riesce, non perché le canzoni siano prive di valore e di impegno, basti pensare che da queste session verrà scartato un pezzo come New Danville Girl, poi recuperato sull'album successivo con un nuovo titolo e un testo leggermente differente. Si tratta del brano Brownsville Girl scritto con Sam Shepard. I testi spesso richiamano a un immaginario filmico, aspetto forse più penalizzante che vincente per il lavoro finale. Non a caso si è sempre detto che Dylan deve fare Dylan, punto. Sarà così? Qui si percepisce l’idea di un album drive-in più che Disco Music, come molti hanno scritto, denigrando il risultato di Empire Burlesque.



Al netto di un'operazione che pubblico e critica in parte rigettano, senza capire né ascoltare con impegno, (ma ci può stare, visto che siamo nei tremendi anni ottanta!) troviamo un tentativo di intercettare quel suono a metà tra rock, pop contemporaneo e soul. Il sound, tolte le diavolerie di tendenza modaiole, si rifà in modo netto al periodo 1979-1981, quel cosiddetto periodo religioso, che la critica ha killerato senza pietà. Eppure ci sono canzoni e suoni che ancora oggi possono dire la loro. Il valore di brani come I'll Remember You, Emotionally Yours, When the Night Comes Falling from the Sky, della scarna e solitaria Dark Eyes, non si discutono. C'è poi un brano che a nostro parere risulta riuscito e ben calibrato, nel tentativo di rincorrere il suono contemporaneo dell'epoca. Parliamo di Tight Connection to My Heart (Has Anybody Seen My Love). Uno dei pezzi dove Dylan riesce ad attualizzare e modernizzare il proprio canone, senza snaturarsi troppo, ma centrando l'obiettivo. Empire Burlesque come il precedente Infidels, risente per certi versi della svolta evangelica, in termini testuale. Don McLeese afferma: "Anche questo lavoro che esce come album laico, nel testo del brano di apertura recita un verso che è un riferimento esplicito al rituale cristiano della comunione. Ci sono altri episodi che riportano alla luce queste cose. Forse non le afferma, ma se ne distacca, di certo le evoca e questo ha un significato. Il soul che sentiamo nei solchi di questo lavoro, con un brano molto bello come Emotionally Yours è il perfetto ponte tra il Dylan tardo settanta e quello di metà anni ottanta. Un disco complesso ed eclettico, che è stato etichettato e giudicato come scarso, mentre era un audace tentativo di stare al passo. Il tentativo di fare un grande disco, un grande disco di Bob Dylan, con un sound attuale per l'epoca. Un suono che nei migliori episodi è certamente formidabile. O meglio: se tutti brani fossero al livello della prima traccia, di I'll Remember You e di When the Night Comes Falling from the Sky oggi potremmo parlare del riuscito sequel di Infidels. Così purtroppo non è stato. Bisogna perciò tenere il buono e archiviare i pezzi irrisolti e meno riusciti. Certo, è innegabile come di lì a breve, le canzoni brutte e non riuscite diventeranno tante, per un grande autore come Dylan. Per Alex Lubet il disco va di pari passo con brani che hanno più cambi di accordi, forme più complesse rispetto al materiale precedente. Certi brani si avvalgono di meravigliose melodie, ottimi cambi di accordi, ma non si sposano perfettamente con i testi. Una complessità musicale che nuoce all’audience dell’album, dove Dylan ci mostra di padroneggiare strumenti di cui la gente non pensava potesse servirsi. Anche il critico Robert Christgau si distacca dalla lista dei detrattori di questo episodio, affermando che nella migliore delle ipotesi Dylan ha raggiunto la professionalità che ha sempre affermato come suo obiettivo; potendo contare sul talento necessario per inventare un buon gruppo di canzoni. Per chi fosse interessato a recuperare una recensione negativa ma molto divertente, consigliamo quella di Greil Marcus, dal titolo Un’altra rentrée, apparsa su Village Voice il 13 agosto 1985. Stavolta un signorile Marcus non definisce il lavoro rifiuto alimentare organico, ma si limita a definirlo fanghiglia, un disco meglio assemblata rispetto a Street Legal (Sic!).

Peccato che chi applauda al futuro Oh Mercy non abbia apprezzato e compreso a fondo il valore e il senso di Empire Burlesque per il suo autore. Perchè senza questi esperimenti e quel desiderio ossessivo di restare sulla breccia, (un fiasco completo) non avremmo in seguito i tour con Tom Petty e la sua band, ma soprattutto non avremmo un disco nel 1989 prodotto da Daniel Lanois.

Se vi sembra poco…

Dario Twist of Fate

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Time Out of Mind (1997)

Un trionfale ritorno per Bob Dylan. Time Out of Mind è il trentesimo lavoro in studio di Bob Dylan, nonché uno dei suoi più grandi successi, riconosciuto dalla critica, dal pubblico, e per una volta anche dai premi che ricevette. Oggi può suonare strano, ma questo disco venne salutato come Album of the Year, davanti a produzioni come Flaming Pie di Paul McCartney e OK Computer dei Radiohead. Nonostante venga pubblicato come cd singolo, Time Out of Mind è in realtà un doppio album in studio. Wikipedia afferma si tratti del primo doppio dai tempi di Self Portrait (1970), ma in realtà l’ultimo era stato The Basement Tapes (1975). La durata complessiva sarà di 72 minuti e 50 secondi, con il solo brano Highlands che raggiunge doppia cifra, arrivando a 16 minuti e 31 secondi. Registrato negli imponenti Criteria Studios di Miami, il lavoro si avvale nuovamente di Daniel Lanois in cabina di regia. Per certi versi possiamo considerarlo una sorta di sequel di Oh Mercy, nonostante vi siano alcune evidenti differenze, nel suono, nell'impostazione e nella realizzazione. Il suo autore qui sembra avere maggior controllo e liberà di movimento. Laddove Oh Mercy era un lavoro agile, breve e conciso, Time Out of Mind, pur avendo un marchio preciso che lo definisce nel suono e nell'atmosfera, ricorda per certi versi il metodo di lavoro che Dylan avevano adottato con successo, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta. È un disco molto cupo, a tratti deprimente, ma che al suo interno contiene una delle migliori raccolte di canzoni dai tempi di Blood on the Tracks, Desire e Infidels. In più, rispetto a quel tipo di lavori che i fan di Dylan hanno apprezzato e amato nel tempo, questo disco è stato capace di mettere d'accordo un po' tutta la comunità musicale, sia quella del blues e del country, ma soprattutto quella più eterogenea del rock, per via del suo suono gonfio, presente e per una volta ben centrato e calibrato, durante gli episodi maggiori dell'album.



È innegabile come l'autore che si presenti in studio sia in stato di grazia a livello compositivo. Non è un caso se dal cilindro riesca a togliere fuori oltre alle sue solite ballate ispirate anche un singolo di successo come Make You Feel My Love, che verrà in seguito ripresa da diversi artisti come Billy Joel, Adele, Bryan Ferry e Garth Brooks. Tornano i grandi testi e possiamo affermare di ascoltare almeno quattro nuovi classici dylaniani, altrettante canzoni di valore assoluto e forse giusto due-tre riempitivi come 'Till I Feel In Love With You, Dirt Road Blues e Million Miles. Le atmosfere richiamano certi western crepuscolari sulla fine del mito della frontiera e lo stesso Greil Marcus, dirà che il disco gli ricorda per certi versi uno score alternativo degli Spietati di Clint Eastwood. In questo caso però ascoltiamo i lamenti e il male di vivere di chi ha sempre saputo stillare oro dalle proprie paturnie. Musicalmente il disco risente dell'ispirazione di alcuni importanti artisti seminali come Charley Patton, Little Walter e Little Willie John, a cui lo stesso Dylan aggiungerà durante il discorso di cerimonia dei Grammy anche il nome di Buddy Holly. Dylan è in viaggio, diretto verso l'ignoto, il Nowhere, anche se qui e lì accenna a posti reali, come Baltimora, New Orleans, il Missouri, Boston-town, oppure descriva di aver visitato Londra e Parigi, come in passato aveva fatto con Roma in When I Paint My Masterpiece. Torna anche la garra agonistica di confrontarsi col suo ingombrante passato. L'impressione è che i suoi guai sentimentali e la chiamata alle armi di un cuore sofferente, metaforicamente e non, gli abbiano fornito l'assist giusto e la volontà per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità e verità. A livello di ispirazione lirica i critici citano spesso John Keats, Robert Burns e il visionario William Blake. In particolare le liriche di Not Dark Yet sembrano una risposta proprio al poema Ode to a Nightingale di Keats. Per Jochen Markhorst Tryin' to Get to Heaven è tra le "opere più belle" dell'autore, data la somiglianza "più accessibile" della celebre Not Dark Yet perché qui offre la "prospettiva di redenzione in un aldilà". Anche da un punto di vista sonoro bisogna annotare il gran lavoro di Mark Howard rispetto all'uso dell'armonica di Dylan, che qui possiamo apprezzare per la sua qualità elettrica, di distorsione del suono, predominante tra una strofa e l'altra. Un brano superbo e maiuscolo, come del resto lo è tutto il disco, nei suoi momenti di maggiore ispirazione e intensità.
Oltre al plauso che va condiviso tra l’autore e il produttore, è bene citare alcuni dei musicisti che prendono parte alle sessions del disco. Dylan schiera quella che all’epoca era la sua band di palcoscenico, dove troviamo il fidato Tony Garnier al basso, David Kemper alla batteria, Bucky Baxter alla chitarra acustica e pedal steel e alcune vecchie conoscenze come Jim Keltner e soprattutto l’organista Augie Meyers e la suonatrice di steel guitar e dobro, Cindy Cashdollar. Questa combo, che comprende naturalmente anche gli stessi Dylan e Lanois, si avvale poi di altri musicisti addizionali come il percussionista Tony Mangurian, Duke Robillard, Robert Britt e altri due batteristi: Winston Watson e Brian Blade. Un sistema di produzione e registrazione che sembra la versione aggiornata di Blonde on Blonde, a tratti. Per quanto riguarda la parte testuale, il marchio speciale di disperazione di Bob Dylan sta tutto nelle parole di testi come Not Dark Yet, Love Sick, Tryin' To Get To Heaven e soprattutto di Cold Irons Bound, quando afferma:

"Ci sono troppe persone, troppe da rammentare. Credevo che alcuni di loro fossero miei amici; mi sono sbagliato su tutti. Bene, la strada è rocciosa ed il pendio della collina è fangoso. Sopra la mia testa ci sono solo nuvole di sangue. Ho trovato il mio mondo, trovato il mio mondo in te. Ma il tuo amore non si è dimostrato vero. Sono a venti miglia dalla città, incatenato a fredde manette."

Tra le dichiarazioni migliori su questo disco, alcune sono proprio dello stesso Dylan e di Daniel Lanois.

"Quei dischi furono fatti molto tempo fa, e sai, sinceramente, le registrazioni che furono fatti in quei giorni erano tutte buone. Avevano dentro un po' di magia perché la tecnologia non andava oltre ciò che stava facendo l'artista. Era molto più facile riportare l'eccellenza in quei giorni su un disco di quanto non lo sia ora. La massima priorità adesso è la tecnologia. Non è l'artista o l'arte. È la tecnologia che sta arrivando. Questo è ciò che rende Time Out of Mind particolare. Non si prende sul serio, ma poi di nuovo, il suono è molto significativo per quel disco. Se quel disco fosse stato realizzato in modo più casuale, non sarebbe suonato in quel modo. Non avrebbe avuto l'impatto che ha avuto. Non c'è stato alcuno spreco di sforzo su Time Out of Mind e non credo che ci sarà più nei miei dischi. Una dichiarazione d'intenti che a distanza di quasi 25 anni possiamo condividere e sposare. Bob Dylan dopo il suo trentesimo e ispirato lavoro in studio è tornato ai suoi livelli di eccellenza, dove i passi falsi si sono notevolmente ridotti e ridimensionati. Anche se a onor del vero, bisogna ricordare come successivamente alla pubblicazione di Time Out of Mind, darà alle stampe solo cinque dischi contenenti brani autografi, uno dei quali scritto in collaborazione con Robert Hunter, paroliere dei Grateful Dead. Uno degli ultimi fondamentali squilli di tromba, una chiamata alle armi, che arriva quasi dall'Oltretomba.

Fatto non trascurabile: da queste sessions, verranno scartate canzoni del calibro di Mississippi (poi pubblicata nel successivo Love and Theft) della splendida e rara Red River Shore, di Marching to the City (pubblicata sul volume 8 dei Bootleg Series) e di Dreamin’ on You, anch’essa recuperata sull’antologico Tell Tale Signs del 2008.

Tra le bellissime interpretazioni di questo disco, sono da segnalare almeno tre cover: Not Dark Yet del compianto Jimmy LaFave, Tryin’ To Get To Heaven rifatta da David Bowie e Make You Feel My Love di Bryan Ferry, tratta dall'album tributo Dylanesque del 2007.

Disco monumentale e imprescindibile per conoscere in maniera più approfondita l’opera del suo autore.

Dario Twist of Fate

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The Freewheelin’ Bob Dylan (1963)

Bob Dylan a ruota libera: il potere della parola

La cosa più scioccante di questo disco è che si possono prendere anche i brani minori e scriverne per ore e ore. Non c'è bisogno di azzannare e di aggredire alla giugulare un'opera così bella, iconica e capace di resistere e sopravvivere al lento scorrere del tempo. Già, il tempo! “My only friend, the end” dirà qualche anno dopo uno sciamanico Jim Morrison. Bisogna riavvolgere il nastro e ripartire da questa copertina iconica, una delle più importanti e suggestive di una decade tanto importante come i sessanta. Uno scatto che è tutto un dettaglio, un simbolo. Scende in strada Bob Dylan, con il tutto il suo entusiasmo e non è da solo. Nel disco, tra i solchi di questo esordio, come autore, è quasi sempre solo lui, con la sua incredibile penna, con le sue parole, taglienti come forbici, in una notte buia come la pece. Ci sono dischi che hanno un biglietto da visita migliore rispetto a The Freewheelin' Bob Dylan?

A ben vedere questo è uno dei sei dischi chitarra e voce, tanti ne realizzerà nel corso della sua lunga carriera discografica. I primi quattro vengono realizzati durante gli anni sessanta, mentre per i due successivi bisognerà attendere ben trent'anni. Mi riferisco a Good As I Been To You del 1992 e a World Gone Wrong del 1993.

Il disco parte agile e fiero sulle note di chitarra di Blowin' in the Wind. Due minuti e quarantotto secondo per consegnare la sua voce alla gloria e alla storia di una decade, di un ideale, fallace, ma non per questo meno significativo ed evocativo. Del resto nelle prime tre tracce non c'è segnale alcuno di reso, di sconfitta. La seconda canzone è probabilmente tra le migliori composizioni di sempre del suo autore. Si tratta di Girl from the North Country. Non siete convinti? Basta ascoltare una delle innumerevoli cover realizzate di questo classico immortale. Mentre lo fate ragionate su questo: l'autore e l'interprete principale lo scrisse quando aveva appena 21 anni. Così, tanto per dire. Dopo la rilettura del classico folk Nottamun Town, a cui Dylan cambia il testo per farlo diventare Masters of War, si passa a due brani meno noti, ma non per questo privi di valore e di significato come Down the Highway e Bob Dylan's Blues.

Nel primo Dylan cita proprio l'Italia, nel verso "My baby took my heart from me/ She packed it all up in a suitcase/ Lord, she took it away to Italy, Italy" che naturalmente è dedicato e ispirato alla sua relazione con Suze Rotolo, la stessa ragazza che lo abbraccia nello scatto di copertina realizzato da Don Hunstein.
Bob Dylan's Blues è un concentrato di acume, umorismo e sfrontatezza, qualità che Dylan sfoggia con quel tipico orgoglio che è usuale durante la giovinezza. Gioventù che però scompare rapidamente per fare spazio al sermone di uno dei suoi primi capolavori a livello testuale: A Hard Rain's a-Gonna Fall. Un capolavoro senza macchia che ancora oggi ci fa pensare: - Ma da dove diavolo l'ha tirata fuori?!? Non a caso al pari di altri classici, Hard Rain diventa un punto saldo del suo repertorio dal vivo, capace di attraversare il tempo come un fendente in una notte senza stelle.

Il lato B dell'album si apre con un altro capolavoro, sia per il testo che per la musica e la melodia. Don't Think Twice, It's All Right. il titolo cita forse Elvis Presley e sarà da ispirazione al Re, che lo inciderà qualche tempo dopo. Da segnalare la bella versione country di Waylon Jennings, interprete che assieme a Johnny Cash contribuirà a sdoganare negli ambienti dei puristi del genere il talento puro del menestrello di Duluth. La melodia incantevole di Dont' Think Twice apre alla seconda facciata di questo disco che consegna il suo autore alla storia della musica popolare del Novecento. Non serve infatti affermare che anche fosse terminata qui la carriera di Dylan, se ne parlerebbe ancora oggi e in senso principalmente positivo e nostalgico.

Il resto dei brani a parte la cover di Corinna, Corinna, presenta altre composizioni significative come I Shall Be Free, che è una rilettura di Lead Belly, così come Talkin' World War III Blues, che deve molto allo stile del suo mentore dell'epoca, Woody Guthrie. Resta da dire di Oxford Town e di Honey, Just Allow Me One More Chance. La prima è un'altra canzone intelligente, ironica e di taglio decisamente satirico, come era solito fare in questa fase della sua carriera. C'è un aspetto che viene spesso poco considerato quando si parla del Dylan autore: la sua capacità di tracciare bozzetti ironici e satirici. Eppure è una delle cose che dovrebbero colpire di primo acchito l'ascoltatore. "Io e la mia ragazza, il figlio della mia ragazza siamo stati accolti con i gas lacrimogeni. Non ho capito nemmeno che ci siamo andati a fare, ce ne torniamo da dove siamo venuti." Honey, Just Allow Me One More Chance è invece un tour de force vocale e performativo di un giovane cantautore che avrebbe poi creato un marchio di fabbrica e contribuito a rinnovare la tradizione del blues con le sue liriche al vetriolo e con una penna che sgorga talento, sfacciataggine e coraggio da ogni poro. The Freewheelin' Bob Dylan venne pubblicato il 27 maggio del 1963. La produzione del disco è di John Hammond e Tom Wilson. È giustamente considerato tra i vertici assoluti dell’autore e della musica popolare del Novecento. Ha contribuito ha delineare un nuovo modo di scrivere e produrre canzoni d’autore, che vanno oltre il singolo genere di riferimento. Dylan probabilmente non aveva ancora la License to kill, ma di certo con la sua chitarra è stato in grado di battere i fascisti, conquistando i cuori di chi sapeva ancora sognare.

Folgorante e innovativo. La luce di questo lavoro, che per certi versi rappresenta il vero esordio del Bob Dylan autore, non cesserà mai di brillare.

Dario Twist of Fate
 

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Blonde on Blonde (1966)

Allora andiamo, tu ed io, quando la sera si stende contro il cielo. Come un paziente eterizzato disteso su una tavola; andiamo, per certe strade semideserte, mormoranti ricoveri. Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo e ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche; strade che si succedono come un tedioso argomento. Con l’insidioso proposito di condurti a domande che opprimono… Oh, non chiedere «Cosa?» andiamo a fare la nostra visita. Nella stanza le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo.
(T.S. Eliot - The Love Song of J. Alfred Prufrock)


In esoterismo il numero 7 è considerato un numero perfetto, LA LUNA SEPOLTA, i poteri occulti. Il Sette è l’espressione privilegiata della mediazione tra umano e divino. 7 sono le lettere dell’alchemico V I T R I O L: Visita, Interiora, Terrae, Rectificando, Invenies, Occultam, Lapidem: visita l’interno della terra, il proprio intimo, la Psiche, e rettificando scoprirai la pietra nascosta. L’acqua celeste si sposa con il fuoco infernale convertito e messo al servizio della pura Grande Opera. Il numero 7 rappresenta il tutto, poiché il 7 è il numero della creazione. Ogni cosa esiste, sia essa appartenente al genere umano, un oggetto, un animale o una pianta, contiene nella sua unità, due opposti, non vi è cosa che non abbia il suo opposto. La legge della dualità è la legge che domina l’universo condizionando la nostra esistenza. Ogni pianeta ha un’orbita crescente e una decrescente; una doppia polarità. 7 sono le lettere doppie dell’alfabeto ebraico e 7 i sigilli del libro dell’apocalisse, da aprirsi per mezzo delle 7 virtù, da opporre ai 7 vizi capitali. Se noi sommiamo cabalisticamente il numero 7, esso ci dà inizialmente 28, cioè 2 e 8, simbolo del binario (il 2, l’uomo e la donna, il bene e il male, il positivo e il negativo) e dell’infinito, l’8 la lemnisca, la continua lotta degli opposti per il raggiungimento dell’equilibrio e quindi i simboli del continuo evolversi della vita per mezzo dei contrari. Tutto questo per dire che Blonde on Blonde, è il settimo disco realizzato in studio da Bob Dylan la cui durata corrisponde a 72 minuti e 57 secondi.

Cosa fare a New York se a Nashville c’è Charlie McCoy?
Buona parte dell’accompagnamento (e del vestito sonoro) di Blonde on Blonde venne garantito da musicisti di Nashville specializzati in sessioni di registrazione come Charlie McCoy e la futura star Joe South. Va detto che molti di loro non erano abituati a lavorare con musicisti di ambito rock, ma presero confidenza con questi pezzi complessi in modo piuttosto rapido, garantendo la giusta atmosfera, anche quando un brano come “Sad Eyed Lady” continuava ad andare, senza indicazioni sul momento in cui sarebbe finita. I musicisti di Nashville hanno dato ai testi di Dylan, tipicamente ambigui, il supporto più rilassato e solidamente musicale che abbiano mai avuto. Un mix notevole di liriche, che si muove tra la descrizione realistica e quella iper-realistica.
Bob Dylan dichiarò: “Il momento in cui sono arrivato più vicino al sound che sento nella mia mente è stato proprio durante le sessions di Blonde on Blonde. Si tratta di quel suono sottile, da spirito selvaggio. È metallico, oro brillante, qualsiasi cosa evochi.” Riuscite a trovare una definizione migliore di questa per descrivere questo capolavoro?
Che vada in malora il concetto di concept album: questo doppio album è una delle migliori raccolte di canzoni killer mai ascoltate per chi ha orecchie da intendere. Non ve lo dico io, è un dato oggettivo e insindacabile. Semmai il problema è diametralmente opposto: proprio come concept omogeneo il disco "fallisce". Si fa per dire, naturalmente. Il tema è l'amore anzi il canto anfetaminico di un giovane uomo alla ricerca di un posto nel mondo. Un tema che ancora oggi a distanza di quasi sessant’anni suona dannatamente attuale. C'è il disagio, il malessere del viaggio, spirituale e non. C'è il blues e c'è la ricerca interiore, c'è la beat generation e il suprematismo. C'è la grandezza e la spavalderia dell'essere giovani. Sentimento che Dylan ha continuato a coltivare e che ancora oggi si ostina a preservare. Un mio amico di pennino mi dice spesso che per restare un grande artista bisogna osare e se necessario andare a pisciare nei bassifondi dell'anima che ci inghiotte e che ghermisce questa sempiterna notte. Per comprendere dove termina il caos e inizia lo stato dell'arte bisogna però ascoltare gli outtakes contenuti in The Bootleg Series 12 The Cutting Edge. Serve audacia e virtù, serve quella passione che nel cuore della notte ti fa scrivere, comporre e suonare brani come Visions of Johanna, canzoni come Just Like a Woman. Delle prime sessions di New York verrà mantenuta nell’editing finale la registrazione del solo brano One of Us Must Know, dove va evidenziato l’ottimo lavoro della sezione ritmica a opera di Rick Danko e Bobby Gregg, del pianoforte di Paul Griffin e dell’organo Hammond di Al Kooper.
Dylan canta della dolce Marie, ma anche di Johanna e Louise e dedica il gran finale alla sua amata Sara Lownds, che diventa qui Sad Eyed of Lowlands. Sul fatto che il disco trabocchi di romanticismo e surrealismo, ci sono pochi dubbi. Canzoni d’amore che in modo differente sono la cifra stilistica di pezzi come Just like a Woman, I Want You, One of Us Must Know, 4th Time Around e Leopard-Skin Pill-Box Hat.

Hitchcock su Visions of Johanna
Per il poeta Andrew Motion Visions of Johanna è il miglior testo di canzone mai scritto, prova evidente del brillante uso del linguaggio da parte del suo autore; il pensiero del cantautore Robyn Hitchcock combacia alla perfezione con le dichiarazioni del Motion: “Visions of Johanna per me è la matrice. È da lì che provengo come autore di canzoni. Questo brano definisce le potenzialità di una canzone, il motivo per cui vale la pena cercare di scriverne. Bob Dylan con questo disco mi fece capire che questo era il lavoro che intendevo fare nella vita. Quando sarò grande voglio che il mio impiego sia scrivere pezzi come Visions of Johanna. Canzoni che nello spazio della stessa frase ti facciano ridere e piangere, in pratica”.
Basterebbe scrivere un brano come Visions of Johanna, ispirato allo stile di T.S. Eliot e forse in debito verso il Jack Kerouac, per dare peso e senso a una carriera da cantautore. Il tutto avviene dopo aver già dato alle stampe brani come Mr. Tambourine Man e Desolation Row, dopo aver creato quell’instabile suono al mercurio su figure retoriche audaci ed efficaci, metafore surrealiste e immagini folli e distorte, che solo in apparenza sono figlie dello sballo e del delirio. Cosa c'è di meglio che lasciarsi andare alla fantasia, all'immaginazione e al sentimento, quando hai poco più di 20-30 o anche 50 anni. Bob Dylan è un tipetto impertinente che ti dice cosa pensare, ma che non ha bisogno del tuo giudizio e del tuo supporto, è spavaldo e coraggioso e sa che non ci sono prigionieri da fare quando si è in missione per conto dell'arte, perché questo lavoro è arte impressa su bobina, non ci sono canzoni, non ci sono versi, arrangiamenti e accordi o tonalità. Basterebbe perdersi nei blues ancestrali raffinati e melliflui dell'organo di Al Kooper, delle soffiate urgenti di Dylan in una dolce e accogliente armonica e poi la crema dei musicisti di Nashville, che non sono ancora stati contaminati con il rock urbano e che per questo motivo contribuiscono a dare vita al capolavoro che sarà Blonde on Blonde.
Un vero capolavoro non ti conquista al primo ascolto e nemmeno al decimo. Un vero capolavoro si impone al 37esimo ascolto. Così è stato per me: in una notte di tempesta, dove tuoni e fulmini dominavano la notte irlandese e il cd volteggiava nel mio impianto di pochi euro, dopo una capatina a quel Virgin Store di Cork. Dio benedica quella commessa lenta che non aveva fretta di chiudere. E Dio benedica Dylan e la sua gioiosa macchina da guerra che non fa prigionieri né ti chiede un riscatto. La redenzione è nelle orecchie di chi vuole intendere e ha intenzione di portarsi avanti con l'ascolto. Dylan non ti invita a uscire con lui e non è nemmeno un buon amico, ma del resto i grandi artisti, i veri Maestri hanno bisogno di questo? Loro ti possono conquistare con uno sguardo, con un riff di Hammond o con una parola sussurrata in un brano, che sembra non avere mai fine.
Se vi sembrano lunghe le strofe di Visions of Johanna, allora non siete ancora giunti alla fine del secondo disco. Queste sono le quattro facciate con cui il rock accede ai piani alti dell'Accademia delle Belle Arti. Non fila tutto liscio, c’è qualche passo falso e un paio di momenti di esitazione. È un'opera capace di guidarvi nel viaggio al termine della notte. “È un biglietto di sola andata per la terra promessa” per dirla alla Bruce Springsteen. Ci sono brani dove il piano di Hargus "Pig" Robbins guida le danze come se fossimo a un galà in cui la bella dama attende che qualcuno la inviti al valzer finale; in altre circostanze l'organo di Al Kooper suona letteralmente la carica mentre la sezione ritmica è elastica, pronta, ma allo stesso tempo rilassata. Il suo autore dovrà sfogarsi per bene, prima di cedere il passo alla resa e alla rassegnazione di quella imperiosa ballata agrodolce che è Sad Eyed Lady of The Lowlands.
In un album, anzi due, dove il tempo è tutto o quasi, ci si abbandona ora a una suite che dura oltre dieci minuti. Il testo ci porta in luoghi che non sapevamo ancora di conoscere. Sarà il brano definitivo presente sul disco con cui Dylan verrà ricordato? Difficile dirlo visto che il Nostro continua a produrre musica e testi di livello formidabile. Da dove vengono queste canzoni? Dove ci conducono? Sono davvero la nuova Guida Michelin per la Gloria? Sono realmente il meglio che un musicista, poeta e menestrello possano concepire? Dylan non si definisce cantautore, ma non è nemmeno un musicista o un bluesman in senso classico. Eppure la musica suona secondo quella scuola e filosofia di pensiero. C'è chi parla di terzo capitolo di una ipotetica trilogia elettrica, ma a noi piace pensare che questo sia solo l'inizio di un viaggio che non è ancora terminato. Il momento iniziatico del Neverending Tour. Musica senza barriere e senza confini. Cavalcate elettriche, surrealismo e rock and roll. Musica maiuscola, comunque vogliate etichettarla. Ve ne servirà di nastro adesivo qui per mettere tutto assieme. Per incollare e appiccicare tutti i versi, le metafore, le immagini che questo disco può e deve rilasciare, nella migliore delle ipotesi. Non è Hendrix, non sono i Beatles (anche se alcune cose li ricordano), è libertà espressiva, di quelle che non senti più così spesso: perché nessuno dedicherebbe lo stesso sforzo, tutta la propria ispirazione per un semplice disco, anzi due.

La linea comica di Blonde on Blonde
Una delle note dolenti della poetica e della forza dei testi di Dylan è rappresentata proprio dal suo sottile, fine, senso dell’umorismo e dal bisogno di non prendersi sul serio. Soprattutto negli album anni sessanta questo è uno dei tratti distintivi. Nonostante ciò quasi nessuno sembra accorgersene. Eppure in un lavoro come Blonde on Blonde, se si vuole davvero fare un’analisi testuale credibile diventa un tratto saliente, quasi fondamentale. Just like a woman, Rainy Day Women, Visions of Johanna, Stuck inside of Mobile e su tutte Leopard-Skin Pill-Box Hat, sono brani caratterizzati da un umorismo evidente. Questo non vuol dire che Dylan non fosse in grado di essere serio, ma parliamo di un giovane autore 25enne che sta ancora cercando il suo posto nel mondo musicale e nel tessuto sociale in cui vive. A volte un giovane vuole solo scherzare, spassarsela e giocare con gli amici. Leopard-Skin Pill-Box Hat è senza alcun dubbio un attacco verso un certo modello di donne, di classe sociale e di atteggiamento. Parliamo infatti di un autore molto vicino alla beat generation, con un modo di fare bohemièn, che attacca senza mezze misure uno dei simboli di una certa classe sociale, gente seriosa e pretenziosa. Per farci capire, il cappello a cui fa riferimento veniva indossato da personalità del calibro di Jackie Kennedy. Di contro però Dylan riesce a fare ironia e umorismo anche sulla sua stessa categoria, con atteggiamenti sfacciati, ma che non suonano mai del tutto gratuiti, amari o disperati. Un autore al comando, capace questa volta di puntare il dito contro tutto e tutti, anche contro sé stesso, se il caso dovesse richiederlo. È come una ruota sul punto di staccarsi dal carro, una matrice che in tanti hanno cercato di ricreare, il brano festaiolo che metti la domenica mattina per dare un tocco di umorismo a un giorno senza senso o senza sole. Con un numero di hit piuttosto cospicuo, ci sono brani che tendono a essere dimenticati. Tra questi però non può certo ritrovarsi, per il valore strettamente musicale, un pezzo come Stuck Inside of Mobile.
Shakespeare, è nel vicolo con le sue scarpe a punta e le sue campane. Sta parlando ad una prostituta che dice di conoscermi bene. E io vorrei spedire un messaggio per scoprire se ha parlato, ma l'ufficio postale è stato derubato e la cassetta postale è chiusa. Oh, Mama, può essere veramente la fine essere di nuovo bloccato a Mobile col blues di Memphis.

Siamo qui di fronte al tipico testo che autori di culto come Hunter Thompson, Tom Robbins e con uno stile differente lo stesso Richard Ford, hanno utilizzato come ispirazione per le proprie opere. È una situazione surreale, picaresca, tipica dello stile di vita on the road del musicista. Il tutto viene descritto e narrato con una penna agile e carica di umorismo. Anche la parte musicale con il pianoforte, le chitarre e il solito lavoro di Al Kooper all’organo conferiscono spessore, potenza ed elasticità al pezzo, su cui Dylan stende i suoi versi, i giochi di parole e la verve umoristica. Uno dei brani più riusciti di un disco che è entrato nella storia della musica popolare del Novecento.



La copertina del disco
Venne realizzata dal fotografo Jerry Schatzberg, il quale desiderava trovare una location interessante al di fuori dello studio, si optò quindi per la zona di Chelsea, distretto di confezionamento della carne di New York all’epoca. Lo scatto scelto per la copertina è sfocato e fuori fuoco. Tutti cercavano di interpretarne il significato, si diceva rappresentasse l'ebbrezza durante un viaggio con l'LSD. Per niente vero! Faceva freddo e stavano tremando. Nonostante vi fossero altri scatti nitidi e a fuoco, Dylan scelse lo scatto sfocato, che è diventato uno dei più iconici del rock di metà anni sessanta.

Blonde on Blonde oggi
Bob Dylan, con o senza consapevolezza, contribuisce a ridefinire le dinamiche di un supporto come il vinile, dato che di lì a breve, il 33 giri prenderà definitivamente il posto del 45 giri. Durante il 1966 il pop rock cambierà volto, suono e punto di vista su ciò che può contenere. Assieme a Beatles, Beach Boys e poche altre eccezioni, questo disco avrà le qualità necessarie per resistere nel tempo, sia a livello contenutistico che per quanto riguarda il vestito sonoro. La scelta di tenere le chitarre e la sezione ritmica un po’ dietro rispetto all’organo di Kooper e all’armonica di Dylan si rivelerà infatti vincente e azzeccata. Due strumenti cardine non così dissimili, in quanto esili e capaci di creare un mormorio che attraversa tutti i solchi dell’album, mentre le chitarre e la sezione ritmica fanno il loro lavoro in sottofondo. La cosa sorprendente per il Dylan musicista e autore è che spesso si rifiuta di risolvere la progressione di accordi, elemento il cui il Nostro ha dimostrato grandi capacità già da The Freewheelin’. Qui i cambi sembrano avvicinarsi a un climax sonoro che in realtà non arriva mai, sostiene il critico Geoffrey Himes. Jason Isbell nel 2015 attribuisce al batterista Kenny Buttrey la riuscita del disco. “Quando gli altri non sanno dove andare, il batterista con i suoi colpetti mantiene la tensione necessaria, così che nessun brano sfugga al controllo.” Basti citare il lavoro che esegue sul rullante nella vivace Most Likely You Go Your Way And I'll Go Mine. Non a caso Buttrey verrà richiamato da Dylan per suonare la batteria nei successivi John Wesley Harding, Nashville Skyline e Self Portrait.

Citazioni su Blonde on Blonde
Per Jon Bream Blonde on Blonde fu un’operazione pienamente riuscita, in quanto Dylan allargò il suo ventaglio melodico con il supporto di validi musicisti e grazie a testi sempre più enigmatici nel loro mix di desideri romantici, critiche ciniche e invettive sapientemente alternate a divertenti giochi di parole dal sapore decisamente surreale. Ha uno stato d’animo carnevalesco, che si mescola in maniera efficace con il blues di Highway 61 Revisited, spingendo il cuore oltre l’ostacolo, per così dire. Un ruolo determinante lo tenne anche il produttore Bob Johnston, subentrato durante le registrazioni di Highway 61 Revisited a Tom Wilson. Pare sia proprio di Johnston l’idea di spostare le sessioni di registrazione agli studi della Columbia Records di Nashville. Charlie McCoy già in Desolation Row aveva contribuito con i suoi preziosismi alla chitarra acustica nella buona riuscita del brano. McCoy oltre che pluristrumentista, farà anche da raccordo e da direttore ai musicisti di Nashville che accompagnano Dylan nelle registrazioni di Blonde on Blonde, che venne quasi tutto registrato nella capitale del Tennesee. Una novità e un’anomalia che presto diventerà regola, visto che tanti altri illustri colleghi ne seguiranno l’esempio. Ancora una volta come si suol dire: Bob Dylan mostra la strada da seguire.
Per Chris Gantry Blonde on Blonde è stato un agente libertario, fondamentale in quanto ruppe molte regole, a livello testuale e non. Ha avuto un impatto su tutti gli autori che sarebbero venuti dopo, allargando i confini di ciò che era accettabile nel songwriting pop, permettendo a essi maggiore creatività di scrittura. Nel contenuto di questo lavoro è rilevante la contrapposizione tra vita reale e desiderio. Perché una volta presa la decisione, risulta molto difficile tornare indietro.

“My love she speaks softly,
She knows there's no success like failure
And that failure's no success at all.”
Bob Dylan

N.B. Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento consiglio la lettura del libro di Daryl Sanders Un sottile, selvaggio suono mercuriale – Bob Dylan, Nashville e Blonde on Blonde.

Dario Twist of Fate